“Il catechismo del pallone”: recensione del nuovo libro di Corrado Gnerre

catepall

“IL CATECHISMO DEL PALLONE”, edito dalla Mimep-Docete, è il nuovo libro di Corrado Gnerre, professore di Antropologia filosofica presso l’Università Europea di Roma e di Storia delle Religioni presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” di Benevento-Pontificia Università teologica dell’Italia Meridionale. 

Importante è la prefazione di Giovanni Trapattoni, mister di lungo corso e di tante vittorie, simbolo della categoria degli allenatori e cattolico praticante.

Questo libro non è assolutamente da annoverare tra le letture “leggere” (pur essendo molto scorrevole) e non scivola via senza lasciar nulla nel lettore. È, invece, un’intelligente operazione con cui l’Autore, con la “scusa” del calcio, spiega in maniera chiara e precisa le verità fondamentali del Cattolicesimo.

La divisione dei capitoli è così strutturata: i primi riguardano le motivazioni per cui il calcio è cattolico, ne seguono altri con accostamenti originali, un campione per ogni virtù teologale, cardinale e per i sette doni dello Spirito Santo, infine alcuni capitoli di opinione fra cui l’intrigante “L’acqua santa del Trap”.

Gnerre prende come riferimento l’intramontabile e sempre utilissimo Catechismo di San Pio X; anzi, non manca di fare una sana e breve polemica sui catechismi moderni che finiscono con l’insegnare molto ma non le verità fondamentali della Fede.

Nel cercare di fare una sintesi, si riportano solo alcuni esempi tra i vari capitoli, per rendere al meglio l’interessantissima idea dell’Autore.

Il Prof. Gnerre inizia spiegandoci che “…essendo lo sport metafora della vita, il calcio evidentemente lo è più di tutti gli altri sport. Ora – ne sono arciconvinto – non esistono più verità, ma una sola, che per me è quella di Cristo e della Chiesa: il fascino del calcio sta nel fatto che è lo sport che più chiaramente esprime la verità cattolica” (pag. 10)

Si coglie l’occasione per spiegare alcune differenze tra Cattolicesimo e protestantesimo, “Perché l’avversione per il pareggio (negli USA, ndr)? Perché il protestantesimo, in genere, e il calvinismo, in particolare, affermano che questa vita deve decretare chiaramente una divisione tra vincenti (gli eletti) e i perdenti (i non-eletti). È la famosa idea della predestinazione … Il Cattolicesimo, invece, … è convinto che la realtà è più complessa e che l’esito per molti non è del tutto chiaro e semplice. È la Teologia del Purgatorio. A differenza del calvinismo, nel Cattolicesimo non solo Dio vuole tutti santi e quindi non decide parzialmente le sorti delle creature, ma il destino ultraterreno di ognuno è esito della libertà individuale…” (pagg. 15/16).

Il fatto che nel calcio possa vincere anche la squadra più debole è chiaramente antiprotestante. A differenza del Calvinismo, “nel Cattolicesimo chi vince non sempre convince, nel senso che il santo nella sua vita è di solito subissato da croci, prove, calunnie. Molti santi sono diventati santi nell’opinione pubblica solo dopo la morte…” (pag. 23)

Ci viene ricordato che, come nel calcio giocano anche persone non perfette dal punto di vista fisico (v. Garrincha), così “Per il Cattolicesimo la salvezza è offerta a tutti: Dio vuole tutti salvi …Il Cattolicesimo è teologia della croce, è accettazione di ciò che Dio permette nella propria vita. La santità si raggiunge così. Ed è proprio questa accettazione del limite che apre ad una prospettiva non limitante. Sembra un paradosso, ma è così.” (pag. 32), ovviamente spiegando che si dovrà rispondere alla volontà di Dio ed obbedire alla Sua Legge.

E così, dopo aver citato San Paolo (1Cor 12, 4-30: “Vi sono diversità di carismi…”) per illustrare la cattolicità del calcio perché “è l’unico sport in cui non solo non è indispensabile, ma perfino dannoso che i giocatori di una squadra siano tutti campioni” (titolo del capitolo 6), dopo aver ricordato che il calcio è l’unico sport che esprime con chiarezza l’identità culturale di un popolo (cap. 7) ed in cui si è davvero lontani da ogni intellettualismo (cap. 8), Gnerre passa a spiegare alcuni fra gli elementi base del Cattolicesimo (e del Catechismo), indicando un campione per ognuno di questi elementi, sempre premettendo ad ogni voce i relativi canoni del Catechismo di San Pio X.

E così ci fa ripassare quel che dovrebbe essere sempre chiaro e limpido nella nostra mente.

Ci spiega ad esempio che la Speranza (abbinata a Garrincha) è “…la gioia di esser certi che nulla trascorre inutilmente, che il tempo non è un andare inesorabilmente verso il nulla. È anche la gioia di sapere di essere frutto di un progetto e che non si è casualmente gettati nel mondo. La Speranza è la gioia che ogni umana sofferenza che si patisce qui nella vita terrena, sarà poi definitivamente risolta” (pagg. 70/71); ricorda il vero significato della Carità (Di Stefano) (in primis amore per Dio, e, solo tramite l’amore per Dio, amore per il prossimo).

In particolare, si vogliono però riportare più approfonditamente i due esempi sulla Prudenza e sulla sofferenza, perché illuminanti sulle modalità distorte con cui queste vengono vissute ed intese allo stato attuale.

La Virtù Cardinale della Prudenza è abbinata niente meno che a Maradona.

L’Autore sa che può sembrar strana la scelta del Pibe de oro ed in primis chiarisce che l’argentino ha “manifestato un’enorme contraddizione tra la sua vita privata e il modo di giocare … è stato un cattivo maestro ed esempio di gravi intemperanze”, ricordando però come lo stesso non abbia mai avuto timore di professare apertamente la fede cattolica. Passa poi ad ulteriormente chiarire che “ciò è pericoloso perché può ingenerare la confusione (e quindi lo scandalo) secondo cui sarebbe possibile professarsi cattolico e farne di tutti i colori” (pag 78), riconoscendo però che in tempi di politicamente corretto “non vergognarsi di dirsi pubblicamente cattolico è certamente cosa benemerita” (pag. 78) e ricordando il Rosario sgranato da Maradona durante il Mondiale del 2010.

Il Prof. Gnerre preliminarmente chiarisce il reale significato della Prudenza che “non consiste nello spirito di compromesso, né nella pusillaminità o in una certa ‘spartanità’, bensì nella capacità di applicare il sempre unico bene nelle varie circostanze che la Provvidenza permette o addirittura pone nel proprio cammino” (pag. 79). Quindi evidenzia come Maradona sia stato “spettacolo… ma anche intelligenza nel saper dosare il suo estro e utilizzarlo al momento opportuno” (pag. 79).

La sofferenza viene trattata con l’esempio più ovvio, parlando di calcio: Stefano Borgonovo.

Nel raccontare come Borgonovo, parlando dello staccare o meno il respiratore in condizioni come la sua disse “Ma è egoismo” (pag. 141), il Prof. Gnerre ne approfitta per individuare le origini delle difficoltà di accettare la sofferenza (molto alta ai nostri giorni). “…Spesso si crede di poter vivere senza portare con sé la Croce, anzi addirittura pretendendo di fare a meno della Croce e, senza di essa, non si potrà mai capire nulla della vita” (pag. 139), ma “la felicità che è data all’uomo (l’unica!) non è alternativa alla sofferenza, perché questa è ineliminabile, bensì alla disperazione, che è il soffrire senza però poter dare un senso alla sofferenza. La Croce è l’unico senso possibile che si può dare al dolore… Senza la Croce ogni dolore diventa insopportabile” (pagg. 139/140).

L’Autore evidenzia come la mancanza di questo ragionamento porta al paradosso odierno per cui, pur con una terapia del dolore molto più avanzata, c’è una maggiore richiesta di eutanasia.

“Il perché sta nel fatto che mentre prima l’uomo, credendo nella vita eterna e nel valore espiatorio della Croce, riusciva a dare senso alla sofferenza, oggi l’uomo, non credendo né nella vita eterna né tantomeno nel valore espiatorio della Croce, non sopporta più nulla e ogni dolore diventa di fatto insopportabile” (pag. 140).

Borgonovo è dunque un esempio “…perché ha scelto la Croce e non la ‘comodità’ della spina staccata” segnando così “Un bel gol nella rete della cultura della morte dei nostri tempi!” (pag. 142).

L’ultimo accenno è per il capitolo “Segni di Croce, sguardi verso il Cielo e … tradimenti” in cui l’Autore parte dal presupposto, esatto, che il calcio, come tutti i fenomeni di massa, è specchio dei tempi e arriva a spiegare che il calcio, ai nostri giorni, “vive in un certo qual modo una sorta di apoteosi della banalizzazione del sacro, di una sua deformazione, di trionfo – diciamocelo pure – della superstizione” (pag. 150).

Come in tutto il libro, anche qui si parte dal “pretesto” del calcio per arrivare ad una questione più ampia in materia di fede. “L’uomo ha bisogno di scoprire un fondamento per la propria vita, quando caccia il sacro dalla porta (succede quando rifiuta la dimensione religiosa in favore di agnosticismo e ateismo), il sacro rientrerà inevitabilmente dalla finestra, cioè rientrerà in maniera spuria, rientrerà come magia e superstizione” (pag. 150). Ed allora, spiegando di non voler giudicare nessuno, si chiarisce che “come in scioltezza campioni di questo sport si liberano di avversari e palleggiano di destro e sinistro, così con altrettanta scioltezza si segnano, invocano il Cielo … ma poi scivolano nell’incoerenza” (pag. 151).

Detto questo, va ad elencare alcuni esempi opposti a quanto ora detto, proprio per evidenziare la coerenza con cui invece dovrebbero essere fatti certi gesti.

In conclusione, il libro è da leggere, da consigliare e da regalare per il suo sapiente equilibrio tra la leggerezza dei discorsi su calcio e i suoi campioni e il modo di presentare e di farci ripassare la conoscenza delle verità fondamentali della Fede.

Il libro, che come abbiamo già detto è edito dalla Mimep-Docete (prezzo euro 8,00), è ordinabile in qualsiasi libreria e anche on-line: direttamente sul sito della casa editrice (www.mimep.it) oppure sul sito delle più importanti librerie che sono sul web.

 

di Pierfrancesco Nardini

 

10155165_852652701431067_2938273576695470945_n

 

Un commento a "“Il catechismo del pallone”: recensione del nuovo libro di Corrado Gnerre"

  1. #Simone Petrus Basileus   15 aprile 2014 at 9:45 pm

    Oggi negli oratori, l’unico catechismo riconosciuto è IL PALLONE….anche perché è l’unica cosa che il cvII non ha mutato e ha lasciato “in linea con la tradizione”

    Rispondi

Rispondi