Karol Wojtyla santo: l’illusione della svolta definitiva

 

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di Pietro Ferrari

L’uomo più famoso del XX° Secolo, colui che riempiva piazze e che visitò centinaia di luoghi, il personaggio che più di tutti è riuscito a trasformare la Chiesa Cattolica, applicando ed amplificando le note del Concilio Vaticano II, Karol Wojtyla, al cui funerale presenziarono praticamente tutti  i capi di Stato del mondo, sarà “canonizzato” il 27 Aprile 2014 assieme a Giuseppe Roncalli meglio noto come “il Papa buono”. Karol Wojtyla è stato un gigante della storia, capace di attirare a sé le  moltitudini più eterogenee, le masse, ipnotizzate dalla sua capacità empatica fuori dal comune: il Papa che scìa, che viaggia continuamente, che indossa i panni febbrili di una civiltà assetata di gesti simbolici ed eclatanti. Gli innumerevoli colpi di teatro dell’attore polacco, sono diventati marchi di fuoco per intere generazioni, come le antiche icone o i passi biblici scolpiti sulle croci di roccia, andavano ad imprimere il senso della fede in quei popoli che iniziavano a conoscere il Vangelo. Sì, perché i gesti e le immagini valgono in efficacia simbolica e pedagogica per le masse, milioni di volte una Enciclica o un Trattato di teologìa. Il “santo-subito”, il “santo-obbligatorio”, collettivo ed unanime che si levò nel 2005 già ai suoi funerali, non è stato forse il frutto maturo di un successo straordinario, troppo grande per essere imbrigliato nelle pastoie istituzionali di procedure stantìe e polverose? Il popolo di Dio non può aspettare ed allora “santo-subito”! Sì, ma santo e pertanto modello di virtù di quale fede? Occorre chiedersi, dopo l’ultraventennale presenza di GP2, quanto la società italiana, quella europea e mondiale (che pur lo hanno osannato, anche attraverso i loro più alti rappresentanti), possono definirsi “cattoliche”. Il grado di “cattolicizzazione” nell’economìa, nella giustizia, nella legislazione, nei costumi e nella pratica devozionale dell’uomo contemporaneo, a che livello si trova? Nel “mondo cattolico” e tra i cittadini che si definiscono “cristiani e credenti”, quale è oggi la crescita religiosa? Karol Wojtyla è stato il garante buonista della trasfigurazione ecclesiale postconciliare, dosata con dosi sapienti di zucchero: il mondo si allontanava da Dio e dalla Chiesa ma si avvicinava a lui, che avrebbe dovuto rappresentarli. Una importante quanto impressionante documentazione da consultare su Karol Wojtyla, per uscire dalle agiografìe pompose di questi giorni, rimane quella contenuta nella rivistaChiesa Viva del 2005, quando già si ventilava la possibilità della sua “beatificazione”: http://www.chiesaviva.com/raccolta%20giovannipaoloII.pdf

Come ricorda Epiphanius, in Massoneria e sette segrete, Il Nobel per la Pace del 1968 fu assegnato a René Cassin, membro del B’Nai B’rith, che vide affidarsi da De Gaulle la responsabilità della Alleanza Israelita Universale e la rappresentanza francese alla Commissione di inchiesta delle N.U. sui crimini di guerra prima di Norimberga. René Cassin creò una Commissione per progettare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e a Chicago, nel 1970, affermò che la medesima fosse stata “una laicizzazione dei principi del giudaismo”. La Dichiarazione, mutuata da quella anticristiana del 1789, ne ricalca il progetto dell’uomo astratto e universale delle logge, padrone del proprio pensiero che attraverso la Ragione e la Scienza, fa arretrare la Religione. Il Naturalismo e il Razionalismo sono caratteri fondanti dello spirito massonico che pervade la Dichiarazione del Dicembre 1948, il primo allontanando Dio dalla “natura” (panteizzata quanto ateizzata) e dalla vita pubblica in nome della libertà di coscienza laicista, il secondo, sancendo la suprema autonomìa della “ragione” (divinizzata ed assolutizzata) su cosa sia bene e male, vero e falso. Leone XIII aveva tuonato nella Humanum Genum su questi “partigiani”, che: “…non possono nemmeno concepire di fare degli sforzi costanti e di spiegare un grande coraggio per comprimere gli assalti della natura e per ridurre al silenzio gli appetiti”. In data 08/12/98, nell’occasione del 50° Anniversario della Dichiarazione, Karol Wojtyla così si espresse nel Messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace, facendo interamente suoi il punto 10 della Declaration del 1789 e il punto 18 della Dichiarazione del 1948 : “La libertà religiosa costituisce…il cuore stesso dei diritti umani. Essa è talmente inviolabile da esigere che alla persona sia riconosciuta la libertà persino di cambiare religione, se la sua coscienza lo domanda”. Non esiste davanti a Dio alcun “diritto all’apostasìa” ed un Papa non potrebbe mai esprimersi in questo modo anzi, Gregorio XVI definì “delirio” una tale “libertà” e San Pio X nella Pascendi indicò come il “sentimento religioso” fosse la fede per i modernisti: la “coscienza religiosa” sostituisce la Rivelazione. La libertà infatti non è né un idolo né il fine, ma il mezzo che Dio ci dà per conformarci alla sua volontà: l’uomo è ferito dal peccato originale e il fomite della concupiscenza lo indurrebbe a peccare senza freni, in assenza della Grazia divina ed infatti “Chi fa il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34), non è “libero di peccare” né è “libero” se pecca, essendo comunque dipendente da Dio che gli ha dato l’essere e dalle Sue leggi. La matrice culturale illuminista e paramassonica non fu solo la cifra di Karol Wojtyla ma anche del suo successore Joseph Ratzinger: http://radiospada.org/2014/04/quale-religione-per-ratzinger/

Un pregevole studio di Don Emanuele Du Chalard (Atti V Convegno studi cattolici a Rimini 1997), ricostruisce attraverso il pensatore Romano Amerio le intemerate wojtyliane, circa la Lettera ApostolicaTertio Millennio Adveniente, nella quale Karol Wojtyla esaltò la collegialità episcopale, l’unità dei cristiani da cercare, il dialogo interreligioso, la dignità della coscienza personale, la libertà religiosa. In poche parole l’applicazione degli errori del CVII, confermati, ingigantiti e portati oltre nell’Era Postconciliare, assorbita dalle masse in modo pervasivo e trasfigurante, anche a causa della straordinaria mediaticità di Karol Wojtyla. Al n° 37 della T.M.A.: “…la testimonianza resa a Cristo fino allo spargimento del sangue è diventata patrimonio comune di cattolici, anglicani, ortodossi e protestanti”. Romano Amerio commenta: “il martirio diventa quindi soltanto testimonianza della propria opinione”.

In Iota Unum e Stat Veritas, Amerio aveva evidenziato come con la rivoluzione conciliare, fosse ormai la religione a mettersi al servizio della società: “Il cristianesimo secondario crede di poter tenere il fenomeno ideale del cristianesimo senza la sapienza mistica del cristianesimo, ne coglie il frutto mondano, ma ne rifiuta il frutto totale”. In buona sostanza interviene un’astrazione dal trascendente, per cui il fine della Chiesa non sarebbe più quello della gloria di Dio e della santificazione e salvezza delle anime. Infatti al n° 6 della T.M.A.: “Il verbo incarnato è dunque il compimento dell’anelito presente in tutte le religioni dell’umanità…Gesù è la ricapitolazione di tutti”; Romano Amerio così commenta: “confusione tra ordine naturale che è il sentimento religioso di tutto il genere umano e l’ordine soprannaturale…i popoli Gentili hanno religioni naturali ma non hanno la Grazia”. La T.M.A. al n° 53, insiste sul dialogo privilegiato con ebrei ed islamici attraverso “incontri comuni in luoghi significativi” e così chiosa Romano Amerio : “si confonde il dialogo in materia naturale sotto il lume della ragione comune a tutti alla pari, col dialogo di fede soprannaturale nel quale i collocutori non possono muoversi convergendo verso il vero né situarsi in condizioni di parità”. La T.M.A.al n° 33 ribadisce la necessità della purificazione e del  pentimento della Chiesa, che Amerio considera come “tesi irreligiose” perché l’accusa, dalla Chiesa rimbalza su Cristo che non si sarebbe quindi sufficientemente manifestato. Due santi inquisitori come il martire Pietro da Verona e il Papa Pio V, avrebbero dunque creato “atmosfere passionali” e “premesse di intolleranza”? Il “volto deturpato della Chiesa”, altro mantra wojtyliano, non esiste in quanto i peccati dei suoi figli non possono deturparLe il volto, essendo la Chiesa Santa.

Il 28/01/2000 alla Plenaria della Congregazione della Dottrina della Fede, GP2 ribadisce Lumen Gentium e come la Chiesa di Cristo non coincida con la Chiesa Cattolica, ma sarebbe più ampia e dai fluidi confini: anche fuori dalla Chiesa Cattolica ci sarebbero “mezzi salvifici”, seppur “deficitari”; le altre religioni non sarebbero complementari alla Chiesa ma “convergenti” con questa verso il Regno di Dio escatologico. La Chiesa Cattolica sarebbe (bontà sua) la parte migliore della Chiesa di Cristo, ma solo una parte e da qui sorgono tutti gli equivoci sulla “comunione imperfetta”. Da questo discorso germinò laDominus Jesus del 06/08/2000, considerata a torto come “restauratrice” quando piuttosto puntellò la rivoluzione, cercando di coniugare ecumenismo e necessità di Cristo per la salvezza, ma sempre considerando la Chiesa Cattolica come espressione storica di quella Chiesa di Cristo, sempre di là da venire, ancora da “costruire” ma che quasi già coinciderebbe con l’umanità stessa. Del resto Joseph Ratzinger su O.R. del 04/03/2000 già aveva chiaramente affermato come: “La Chiesa di Cristo puòessere incontrata nella Chiesa Cattolica…il Concilio Vaticano II si differenzia con l’espressione‘subsistit’ dalla formula di Pio XII che nella Mystici Corporis aveva detto: La Chiesa Cattolica E’ l’unico Corpo Mistico di Cristo”. E poi ancora più rovinosamente sempre sulla Mystici Corporis (O.R. del 08/10/2000): “Ciò parve esprimere una identità totale, per la quale al di fuori della comunità cattolica non c’era Chiesa. Tuttavia non è così…”.

Una significativa analisi sul pensiero di Karol Wojtyla è stata anche quella di P.Louis-Marie De Bligniers,  L’insegnamento di Giovanni Paolo II (a cura di Paolo Baroni Ferrara, 2001), che raccoglie le seguenti dichiarazioni:

O.R. del 07/04/81: “Noi chiederemo allo Spirito di Verità di restare su questo cammino di rinnovamento, perfettamente fedeli alla “Parola dello Spirito”, che attualmente è costituita per noi dall’insegnamento del Vaticano II”. Appare evidente come il vero spirito conciliare sia quello del continuo rimettere in discussione la Chiesa stessa, base orientativa che assurge ad “insegnamento”!

Se ogni rivoluzione si trova nella necessità di mutare le leggi precedenti, anche quella conciliare non si è distinta sul tale punto. Riguardo il codice di diritto canonico, GP2 su O.R. del 01/02/83: “Il codice nella sua nascita e nel suo contenuto, ha messo in atto lo spirito del Concilio…grande sforzo per tradurre in un linguaggio canonico la stessa dottrina dell’ecclesiologìa conciliare”.

Con buona pace dei sostenitori della “mera pastoralità” del CVII, occorre precisare che ogni Concilio è necessariamente “pastorale” in quanto mediante gli insegnamenti della dottrina i pastori guidano la Chiesa e, pertanto, il carattere “pastorale” non indica l’assenza di insegnamenti.  Secondo Karol Wojtyla (Aux sources du reneauveau – 1981), vi sarebbe una nuova ed ulteriore precisazione del termine (frutto del CVII), indicante come “la dottrina si situi nella coscienza dell’uomo”. Tutto ciò era già espresso nella nota esplicativa alla Costituzione Gaudium et Spes che: “…consta di due parti ma è un tutto unitario. Viene detta pastorale perché sulla base dei principii dottrinali intende esporre l’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo e agli uomini d’oggi. Pertanto né alla prima parte manca l’intenzione pastorale, né alla seconda l’intenzione dottrinale”.

Viene confermata la portata innovativa del CVII, che assume i tratti di una palingenesi quando GP2 lodò Paolo VI (Ud. Gen. 01/08/79) definendolo “il Papa di questa profonda trasformazione, che altro non è che una rivelazione del volto della Chiesa, attesa dall’uomo e dal mondo d’oggi”. E così “l’uomo  e il mondo di oggi” hanno ottenuto che la Chiesa fosse occupata da una gerarchia che ha cambiato religione, baciando corani ove si bestemmia su Cristo e ritrovandosi sorella gemella di scismatici, con fratello maggiore deicida e fratelli eretici in comunione non proprio perfetta.

L’antropolatrìa wojtyliana mette la Persona al posto di Dio. Giovanni Paolo II in Amore e responsabilità: “ Nessuno ha diritto di servirsi della persona, neppure Dio suo creatore … Egli le ha conferito i poteri di assegnarsi da sola i fini dell’esistenza”. Le conseguenze o i frutti sono leggibili nella Lettera di Bergoglio a Scalfari e negli equivoci di un personalismo laicizzante, foriero di confusione dottrinale. Anche se spesso le conclusioni possono ancora ritenersi conformi alla fede e alla morale, come avviene nella bioetica, è il “procedimento” logico ad essere mutato. La contraccezione ad esempio viene certo condannata, in quanto escluderebbe il dono sincero e totale di sè tra gli sposi, ma non più come pratica contraria alla natura e al fine primario del matrimonio. Si passa così da un punto fermo ed oggettivo e cioè la natura, ad uno psicologico e soggettivo, traballante: la mancanza del dono di sè potrebbe verificarsi anche in un atto aperto alla procreazione, laddove il trasporto emotivo e totale vi potrebbe essere anche al di fuori del matrimonio. In data 29/08/2000 Karol Wojtyla produrrà gravi equivoci al Congresso internazionale della Società dei trapianti: “…si può affermare che il recente criterio di accertamento della morte e cioè la cessazione totale e irreversibile di ogni attività encefalica, se applicata scrupolosamente, non appare in contrasto con una corretta concezione antropologica”. Lettera alle famiglie di GP2: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo….la persona non può mai essere un mezzo ma solo IL FINE di ogni atto.” Le conseguenze sono tutte riscontrabili negli equivoci sulla coscienza retta confusa con la mera coscienza psichica autoredentrice. La Rivelazione insegna invece che: “Il Signore ha operato tutte le cose per se stesso” (Proverbi 16,4) e Sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali, come poi il Catechismo di San Pio X insegnano, che l’uomo è creato per conoscere, amare, lodare e servire Dio e mediante questo salvare la sua anima.

Ad André Frossard (N’ayez pas peur 1982), Wojtyla parla del dovere del dialogo per il cristiano che: “non smetterà di lavorare a questo scopo, osservando sempre un rispetto totale per le convinzioni di coloro che la pensano diversamente da lui”. Con GP2 i cristiani hanno un nuovo “dovere”, che consiste nel rispetto non tanto e non solo della persona in quanto tale (considerata addirittura come FINE), ma delle sue convinzioni! Siamo giunti al rovescio di ogni proselitismo, che si ribalta in auto resettazione agnostica o in una sindrome di scetticismo della falsa umiltà. Il personalismo conciliare e wojtyliano, nella prassi si traduce nel selezionare tra le verità rivelate, quelle che non urtano la sensibilità dell’uomo moderno. In pratica da questa selezione rimane ben poco, ma questo poco è in comune con atei, agnostici e credenti di altre religioni. La condanna degli errori è invece l’essenza del magistero della Chiesa e del ministero del Papa: San Gregorio VII (VII Orat. in Rom.) sosteneva fossero dei rinnegati e dei traditori alla fede giurata a Cristo, coloro che scelgono il silenzio di fronte agli artefici dell’errore. San Pio X, prima di elencare gli errori modernisti nellaPascendi, enuncia come non sarebbe stato lecito tacere “se non vogliamo sembrare di mancare al dovere Nostro gravissimo”. Ulteriori “chicche” ecumeniste -Fonte Sodalitium –  ci furono a Praga, il 27 aprile 1997, allo Incontro di preghiera ecumenica nella Cattedrale:
”1) «La ricerca della verità ci fa sentire peccatori. Ci siamo divisi a motivo di reciproche incomprensioni, dovute spesso a diffidenza, se non a inimicizia. Abbiamo peccato. Ci siamo allontanati dallo Spirito di Cristo» (n. 2).
Queste parole sono gravissime. G. P. II attribuisce indistintamente ai cattolici e agli eretici la colpa della separazione di questi dalla Chiesa cattolica. Presenta questa separazione come se la Chiesa si fosse divisa (cf n. 2: «Comunità cristiana ancora indivisa»). Attribuisce anche alla Chiesa un «allontanamento dallo Spirito di Cristo» incompatibile con la sua santità e indefettibilità.
2) G. P. II ha ripetuto l’inammissibile elogio di un eretico quale Hus, definito «riformatore della Chiesa» (n. 4), ripetendo quanto già detto nel 1990. Ha pure ricordato il suo mea culpa di Olomouc (1995) «a nome della Chiesa di Roma» per i «torti inflitti ai non cattolici».
Queste parole di G. P. II, ormai così frequenti al punto che non ci facciamo più caso, sono scandalose, ingiuriose per la Chiesa, favorevoli agli eretici, ed insinuano numerose eresie, delle quali la più grave sarebbe un presunto allontanamento della Chiesa dallo «Spirito di Cristo». Se questo allontanamento ci fu nel XV-XVI sec., chi può escludere che non ci sia anche ora, con Giovanni Paolo II? .” Per una consultazione totale della fonte citata con ulteriori casi”: http://xoomer.virgilio.it/ikthys/Sodalitium.htm

Il mondo cattolico, postconciliare e wojtylizzato abbraccia finalmente in una controtestimonianza, il mondo apostata ed acattolico che non si sente più “giudicato” dalla Chiesa e che ottiene la soddisfazione di veder riconosciute le sue “ragioni”, mentre il supposto vicario si prostra con stravolgenti mea-culpa. Se i pagani adoravano se stessi e parafrasando Bousset, per questo inventarono divinità coi loro stessi difetti, durante la frenetica fase wojtyliana del Postconcilio fu il mondo occidentale decristianizzato assieme a quello non ancora evangelizzato, a vedersi proporre uno specchio col quale adorarsi. Colui che “beatificò” e “canonizzò” più persone in venti anni, di quante ne fossero state beatificate e canonizzate nei tre secoli precedenti, colui che ha portato avanti il CVII e colui che lo volle fortemente, DEVONO essere “canonizzati” da una gerarchia che pretende di rendere così irreversibile l’apostasìa in corso, con tutti i crismi della cattolicità, offrendo i nuovi “santi” del nuovo ordine mondiale e spirituale. Sarà l’apologìa delle illusioni neomoderniste, il delirio di onnipotenza sconfinato questa vittoria nel tempo, l’apice del processo oscuro e tenebroso che ha disperso il gregge. L’onda più alta sul Genezareth mentre il Signore veglia e ci osserva.

Occorre a questo punto però chiarire un fatto: tutte le considerazioni espresse e quelle ulteriori possibili, come anche una bocciatura unanime dei più importanti teologi nei confronti di Karol Wojtyla, nulla varrebbero davanti alla scelta di un legittimo Papa che, munito della suprema giurisdizione, decidesse di canonizzarlo. Se ciò accadesse saremmo noi in torto e dovremmo scusarci e tacere. Pensare, come qualche infelice, che la mutata “procedura” di canonizzazione ne inficerebbe gli esiti o peggio ancora che sulle canonizzazioni imminenti occorra restare con una scettica diffidenza non essendo esse “infallibili”, significa cedere alla tentazione protestante di interpretare soggettivamente, quando e perché una canonizzazione sia verace o meno. Costoro, dal 27 Aprile 2014, quando parleranno di Giuseppe Roncalli e Karol Wojtyla li appelleranno “San Giovanni XXIII” e “San Giovanni Paolo II”, oppure no? Un giurista che sostenesse l’inesistenza di una sentenza della Corte di Cassazione, perché a suo dire l’ultima riforma del codice di procedura civile sarebbe discutibile, un tale “giurista” che magari dichiarasse “motu proprio” non vincolante la predetta sentenza, sarebbe nel migliore dei casi deriso ed accompagnato fuori dall’aula. La Chiesa eleva agli altari e propone la devozione di coloro che si sono distinti particolarmente come fulgidi esempi per le loro virtù, esercitate in modo eroico e che pertanto, vengono proposti ai fedeli cattolici come esempi e modelli da seguire e da venerare. Come potrebbe il Vicario di Cristo, approvare e promuovere il culto di un peccatore, quando il culto dei santi e la comunione dei santi sono articoli di fede e pertanto quella sulle canonizzazioni, è materia “connessa” alla rivelazione sulla quale è garantita l’infallibilità? Sisto Cartechini, Dall’opinione al domma, Civiltà Cattolica, Roma, 1955: “È  dottrina cattolica o teologicamente certo che la vita del santo che viene canonizzato sia esempio esimio e modello di vita cristiana e di perfetta virtù.”. Ma J.M. Bergoglio, possiede veramente e pienamente l’autorità di canonizzare validamente qualcuno? J.M. Bergoglio ha ricevuto la potestà di giurisdizione da Cristo, accettando realmente di diventare Papa? Il vero problema che molti sperano di eludere, sta tutto qui.

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