L’etica, la politica e la modesta proposta dell’aborto umanitario

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La dott.ssa Patrizia Fermani, che ci fa pervenire questo contributo al dibattito sul mondo prolife italiano svoltosi su Radio Spada, è socio fondatore dei Giuristi per la Vita e fondatrice del Comitato Nel Nome dell’Infanzia, costituito per contrastare le nuove direttive governative volte a diffondere nella scuola la teoria del gender e l’esaltazione dell’omosessualismo. 

 

Tempo fa è apparso sulla Nuova Bussola Quotidiana un curioso articolo a firma Carbone e Puccetti, che conteneva sia una dichiarazione di intenti che una sorta di proclamazione di indipendenza e, come è comprensibile, la prima appariva funzionale alla seconda.

Vi si celebrava in un certo senso quel pragmatismo caro a certa cultura politica che, riconoscendosi cattolica, non manca mai di assicurarci delle proprie buone intenzioni, ma dalla quale non si può dire che si siano finora ricavati frutti apprezzabili.

Oggi, in particolare, alla luce del recente intervento definitivamente demolitivo da parte della Corte Costituzionale di una legge 40 considerata fra le “buone” leggi da esponenti di spicco di quella cultura, qualche spunto di riflessione sulla pretesa lungimiranza di certo pragmatismo può essere ricavato anche dal contenuto di quell’articolo. In esso viene infatti affermata con forza la necessità, per un vero pro life, di rivedere il proprio atteggiamento sul modo di affrontare il fenomeno dell’aborto (che dalla sua legalizzazione ad opera della legge 194 ha prodotto già, solo in Italia, quasi sei milioni di vittime). Di fronte a questa situazione, che l’aborto sia un male e vada combattuto è per gli autori fuori discussione, e ci mancherebbe!

Ma sarebbe venuto ora – dicono – il momento di adottare una strategia ispirata ad un sano realismo che, guardando alla realtà delle cose, si staccasse dalla rigidità dei principi, per puntare dritto alla verità. Magari tenendo presente l’insegnamento di Alexis Carrel, uno che la sapeva tanto lunga da essersi guadagnato un premio Nobel, e secondo il quale alla verità si giunge nientemeno che “osservando molto e ragionando poco”. Tralasciando la congruità della citazione, si potrebbe obiettare, anzitutto, che una cosa è la verità dei fatti e una cosa la verità delle idee, che la ragione non è mai di troppo proprio per guardare ai primi, se non si vogliono vedere lucciole per lanterne, e infine che le idee sono vere quando sono veri i principi che le ispirano. E poiché l’aborto ha a che fare con la inviolabilità o meno della vita umana, non si capisce come sia possibile affrontare questa realtà mettendo da parte i principi in nome della verità.

Tuttavia gli autori chiariscono subito il proprio pensiero affermando che, sul tema in questione, essere realisti e non inutilmente idealisti, significa essenzialmente due cose: in primo luogo rendersi conto che è vano sperare nella abolizione della legge 194, e in secondo luogo che i principi, e i divieti che da essi conseguono, non servono per risolvere i problemi. Infatti, anche se la legge venisse abolita, e l’aborto fosse di nuovo vietato in assoluto, esso continuerebbe ad essere praticato; come avviene per gli omicidi, i furti, le rapine ecc., che sopravvivono ai rispettivi divieti (cosa verissima questa, ma che ovviamente non vale certo a rendere superflua la legge penale, della cui abolizione tutti sono in grado di immaginare le possibili conseguenze).

Sulla base di tali premesse, si viene al cuore della nuova proposta: se la legge non può essere abolita, tanto vale rinunciare ad una battaglia persa. Bisogna mettere da parte i principi, e muoversi nello spazio che la stessa legge 194 ci concede, utilizzando gli strumenti che essa mette a disposizione.

Infatti, secondo gli autori, è vero che il valore tutelato dalla legge è la più ampia libertà di decisione della donna circa l’aborto, ma è anche vero, d’altro lato, che è stata introdotta tutta una serie di regole volte a rallentare il fatale iter ospedaliero verso la conclusione abortiva finale. Tra queste figurano ad esempio i tempi di attesa, le condizioni legate alle varie fasi della gestazione, i colloqui con il personale specializzato tesi a sviscerare le ragioni che spingono la donna verso la scelta abortiva. Tutti fattori che possono favorire il ripensamento e potrebbero essere capaci, se debitamente sfruttati, di salvare molte vite umane. E tutto ciò senza dimenticare come in questo quadro si possa prestare la giusta attenzione anche al principio di non esigibilità che, in determinate circostanze, fa dell’aborto un “male necessario”. L’insieme delle regole che disciplinano la libertà di abortire e le ragioni che rendono non esigibile il comportamento contrario, vanno a comporre il quadro di quell’abortismo “umanitario” che consentirebbe di continuare a lavorare contro la diffusione dell’aborto, sotto l’ombrello della stessa legge abortista. Insomma, abbandonando la battaglia impossibile di oggi contro la legge 194 e imboccando una strada meno velleitaria, si potrebbero ottenere finalmente dei risultati concreti soddisfacenti.

La conclusione ha una sua coerenza interna e spiega la insistenza preliminare spesa per individuare nei principi un ingombrante orpello. Infatti la legge 194 nasce avulsa da qualsiasi preoccupazione di carattere etico, perché ruota tutta sulla volontà della donna e sul pieno soddisfacimento delle sue esigenze particolari: ha sostituito al principio di inviolabilità della vita umana proprio la libertà della donna di sopprimerla, e alla luce di questo essa va letta ed interpretata.

Ora, è evidente che, quando si sceglie di abbandonare la lotta contro la legge 194 per operare nel suo cono d’ombra, come propongono gli autori, non si può non fare propri anche i criteri che l’hanno ispirata e stanno scritti a chiare e inequivocabili lettere in tutte le sue proposizioni. Non è un caso che in pratica un lavoro di dissuasione dalla scelta abortiva non venga mai fatto: questo è perfettamente coerente con la ratio della legge, nata per incoraggiare la donna all’aborto quale espressione significativa, emblematica, di una entusiasmante emancipazione. Così ogni colloquio inserito in questo meccanismo perverso può paradossalmente sortire un risultato ancora più perverso: quello di mettere la donna che senta ancora istintivamente delle resistenze di tipo morale nella condizione di trovare buone ragioni per superarle “coscientemente”, e mettere così a tacere proprio quella coscienza in via di risveglio. In altre parole, la donna può convincersi a superare eventuali remore con l’idea di agire secondo quella “responsabilità” che nel linguaggio e nella antropologia del legislatore globalizzato, come nel linguaggio corrente, è semplicemente la consapevolezza di poter fare quello che si desidera fare. Così, attraverso i colloqui previsti dalla 194, si può diventare dialogicamente responsabili e quindi al riparo da ogni sospetto di libertarismo gratuito. È l’apoteosi della ipocrisia legislativa che, dando l’idea di non trascurare altre esigenze oltre quella dell’arbitrio individuale, ne rafforza in realtà il credito in modo che il gesto della donna risulti a tutti anche morale perchè razionalmente giustificato. Se poi Tizia o Caia decideranno di desistere perché le ragioni profonde prevarranno sulla catechesi ospedaliera, questo sarà un risultato casuale di certo estraneo alle intenzioni del legislatore.

Qui si inserisce anche il pericoloso criterio adombrato dagli autori della “non esigibilità” che legittimerebbe la scelta abortiva. È vero che per consolidata tradizione giuridica non viene punito l’omicidio commesso per legittima difesa o in stato di necessità, ma queste eccezioni al principio della inviolabilità della vita umana obbediscono ad esigenze di giustizia oggettiva. Al di fuori di queste ipotesi, ogni forma di soppressione di tale vita può trasformarsi in un atto eticamente accettabile solo a costo di una imperdonabile finzione. E non è possibile distinguere, come vorrebbero gli autori, l’aborto che si regge su un semplice atto di volontà della donna, da quello in cui quell’atto di volontà appaia emendato da ragioni che magari per la mentalità corrente appaiono di peso rilevante. In ogni caso si è aperta una ferita profonda nella carne dell’umanità. Ed è una ferita che non si cura con il suono di parole tranquillizzanti, perché tutti, anche inconsapevolmente, ne rimaniamo offesi e diminuiti. Non giova certo utilizzare un po’ a caso una espressione quale “aborto umanitario” che serve solo a mascherare la negazione del principio. È il gioco di prestigio per portare l’aborto, dal piano dell’arbitrium merum, in cui lo ha intronizzato il vuoto del pensiero radicale, a quello più tranquillizzante dello spirito del tempo confortato dalla banalità del senso comune.

La conferma di tutto ciò sta nella scelta apparentemente incongrua di quella locuzione, che sembrerebbe tradire le intenzioni di chi proclama di aver trovato il modo di salvare tante vite umane. Se le parole hanno ancora un senso, infatti, bisogna chiedersi chi sia il beneficiario dell’aborto umanitario, e poiché è difficile pensare che sia il feto, è plausibile che ad essere beneficiata sia la donna. Così, quella ora fatta dagli autori è nulla più che una scelta abortista. E non vale certo a cambiarne l’essenza una qualificazione che, da quando Clinton e Albreight per motivi umanitari bombardarono per settantotto giorni Belgrado con tonnellate di bombe intelligenti, ha assunto il significato sinistro che sappiamo.

Dunque, alla fine, per gli autori è consigliabile diventare abortisti ma con misura, secondo una precisa strategia, e puntare alla vittoria finale sì, ma armati, appunto, di un sano pragmatismo. Forse secondo il famoso schema ideato a suo tempo da De Gasperi per vincere il comunismo: “prima con i comunisti, poi senza i comunisti, infine contro i comunisti”. Ma sappiamo tutti come è andata a finire.

Insomma è evidente che la proposta nulla aggiunge al quadro di una legge iniqua, avventatamente ancora lodata da chi avrebbe il dovere morale di condannarla e che non potrà dare frutti migliori di quelli elargiti finora per il fatto di avere nuovi e inaspettati proseliti. Al pari della legge sorella, quella sulla fecondazione artificiale che oggi è arrivata al proprio capolinea dopo essere stata anch’essa un male accettabile a fronte delle esigenze della prassi e in spregio ai principi. L’esito della legge 40 in cui si è consumata la distruzione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato, sta ad indicare senza possibilità di smentita che la violazione del principio mina la sostanza delle cose in modo irrecuperabile, e non ha mai la possibilità di essere redenta o compensata.

Il fatto è che il principio della inviolabilità della vita umana è lo spartiacque tra la possibilità di disporre impunemente della vita altrui e il suo divieto. Tertium non datur, se non a costo di una mistificazione.

La legge penale non coincide con la legge morale, ma è ad essa contigua ed è bene che lo sia. Infatti, finché tra ordinamento e potere politico viene mantenuto un rapporto fisiologico, la norma penale va a tutelare proprio i fondamenti etici sui quali deve reggersi la società per essere il luogo in cui l’uomo viene difeso dai propri istinti e dalla aggressione dei propri simili.

Quando questo rapporto tra etica e diritto viene squilibrato e lo Stato, attraverso l’abuso dei propri poteri, crea una sua etica dettata dalla politica, si trasforma puntualmente nel famigerato stato etico capace di creare mostri pseudogiuridici. Lo Stato etico crea anche una propria edizione del bene e del male, la cui linea di demarcazione viene spostata a piacimento.

La legge 194 è un modello di questo fenomeno. Basti pensare che l’aborto continua ad essere punito come reato se compiuto al di fuori della procedura ospedaliera, la quale pretende invece di conferirgli non solo l’impunità, ma addirittura la nobiltà dello esercizio del diritto. La procedura soddisfa le esigenze morali. Le è stato affidato da un giudice il compito di coprire l’omicidio di Eluana. La procedura pretende di sublimare la uccisione di sei milioni di piccoli nel ventre materno. E ora, su mandato della Corte Costituzionale, ha il compito ultimo di spezzare i legami antropologici con cui la natura ha saldato fra loro le generazioni, in un ultimo misfatto dell’uomo contro l’uomo perpetrato attraverso gli intoccabili custodi della Costituzione, che in Italia hanno abolito il principio, anch’esso costituzionale, della separazione tra i poteri dello stato.

Alla fine, dalla proposta degli autori, e dalla convinzione espressa che debba essere abbandonata una linea rigorosa rivelatasi improduttiva, emerge chiaramente come essi abbiano sposata in toto la posizione del sedicente cattolicesimo impegnato in politica, epigono di quello che, sulla scia dell’insegnamento di Aldo Moro, sostiene che proprio alla politica deve piegare la coscienza. Esponente sempreverde di spicco ne è tuttora Eugenia Roccella, promotrice convinta della bellezza della legge 194 come della legge 40, e della RU486 ospedaliera, delle quali in questi giorni vediamo gli esiti nefasti e funesti.

Una convinta, evidentemente, che la differenza tra il bene e il male la fa l’ospedale. Quello del servizio pubblico, a carico dell’inerme contribuente, e ora collegato all’esterno con un ospedale da campo attrezzato solo per le residuali cure morali palliative .

Ancora una volta ciò che alla fine manca drammaticamente a questa “modesta” proposta è la visione, quella sì veramente responsabile, delle conseguenze di uno pseudo realismo votato a rivelarsi meno astuto di quanto pretende di essere. Come se non fossero sufficienti gli esiti già prodotti da tante scelte nate sempre dall’abbandono dei principi e divenute per questo i potenti acceleratori di una distruzione antropologica collettiva.

 

Patrizia Fermani

 

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3 Commenti a "L’etica, la politica e la modesta proposta dell’aborto umanitario"

  1. #Matteo   16 aprile 2014 at 6:41 am

    Il presupposto secondo cui la 194 non è abolibile è solo ideologico.
    se Gli apostoli avessero fatto come vogliono fare i vari puccetti-carbone, col loro pragmatismo oggi non avremmo nessuna notizia di Cristo.

    Se poi la battaglia contro l’aborto sia battaglia che il cattolico deve perdere, la perderà… ma questo non significa che sia autorizzato a smettere di combattere fino all’ultimo giorno.

    Se i martiri e i santi fossero stati realisti, non sarebbero stati.

    Questo “realismo” è solo ipocrisia, codardia, apostasia e tornaconto e fa semplicemente schifo.

  2. #Angheran   17 aprile 2014 at 9:08 am

    L’idea che sia stato possibile a livello giuridico abolire la legge 40 a causa del fatto che nel principio essa non fosse conforme al diritto naturale è un presupposto capzioso e indimostrato. Nulla garantisce che se la legge fosse stata conforme (vietando ad es. la fecondazione artificiale del tutto) avrebbe ottenuto minori aggressioni. La legge di una generazione diventa la morale di quella successiva. Per cui , mantendendo ben chiari i principi che devono ispirare l’azione, è meglio avere uno straccio di katechon che non averlo.
    Ed aveva quindi senso battersi per ottenerlo, non il contrario.
    Se non si prende atto che l’italia è una repubblica giacobina dove la sovranità appartiene al potere giudiziario che la esercita a propria discrezione è inutile avanzare proposte “galattiche”,
    ancorchè esatte nei termini di principio.

  3. #Nicòla   25 settembre 2014 at 11:06 pm

    La dottoressa Fermiani ha scritto uno strano articolo si http://www.riscossacristiana.it, circa gli embrioni “Sovrannumerari”. Ecco il mio commento:
    Dottoressa Fermiani,
    allora Lei cosa propone? Ho, più o meno, compreso ciò che (con moltissime ragioni) reputa male, ma non capisco cosa REPUTA bene. O meglio, il bene era NON fare ASSOLUTAMENTE nulla, in materia di fecondazione extra-corporea. NON PRODURRE EMBRIONI. Adesso che, però, PURTROPPO ci sono, Lei cosa ne vuol fare? Si legga con attenzione e meditando bene ogni parola che vi troverà il bel libro “Embrione, segno di contraddizione” (Ed. Ital. Minerva Medica) del Servo di DIO Prof. Jerome Lejeune e poi mi risponda.