SERMONE PER LA DOMENICA DELLE PALME: IL CATTIVO ABITO

SERMONE PER LA DOMENICA DELLE PALME: IL CATTIVO ABITO

Del mal abito. Ite in castellum, quod contra vos est, et statim invenietis asinam alligatam. (Matth. 21. 2.).

Volendo il nostro Salvatore in questo giorno entrare in Gerusalemme, affin di essere riconosciuto e confessato per il vero Messia promesso e mandato da Dio a salvare il mondo, disse a’ suoi discepoli che andassero ad un certo castello, ove avrebbero trovata un’asina legata (Invenietis asinam alligatam), la sciogliessero, e glie l’avessero addotta. Spiega s. Bonaventura: Asina alligata denotat peccatorem; secondo quel che prima disse il Savio, che l’empio vien legato dalle funi degli stessi suoi peccati: Iniquitates suae capiunt impium, et funibus peccatorum suorum constringitur (4). Or siccome Gesù Cristo non potea sedere sopra quell’asina, se prima non fosse sciolta; così egli (- 427 -) non può abitare in un’anima legata dalle sue colpe. Se mai dunque, uditori miei, trovasi tra voi alcun’anima legata da qualche mal abito, senta questa mattina il Signore che le dice: Solve vincula colli tui, captiva filia Sion (1). Sciogliti, figlia mia, da questa catena di peccati che ti fa essere schiava del demonio; e sciogliti presto, prima che il mal abito prenda tal forza sopra di te, che ti renda moralmente impossibile in appresso l’emendarti, e così ti conduca alla perdizione eterna. Perciò voglio questa mattina dimostrare i grandi danni che porta seco il mal abito in tre punti: Punto I. Acceca la mente; Punto II. Indurisce il cuore; Punto III. Indebolisce le forze.

PUNTO I. Il mal abito accieca la mente.

Scrive s. Agostino de’ male abituati: Ipsa consuetudo non sinit videre malum quod faciunt. Il mal abito toglie la vista ai peccatori, in modo che non vedono più né il male che fanno, né la ruina che loro cagiona; onde vivono accecati come non vi fosse né Dio né paradiso né inferno né eternità. Peccata, seguita a dire il santo, quamvis horrenda cum in consuetudinem veniunt, parva aut nulla esse videntur. I peccati più enormi, quando sono abituati, paiono leggieri, o non sembrano più peccati; onde come l’anima da quelli potrà guardarsi, quando più non conosce la loro bruttezza, né vede il danno che le recano?

Dice s. Girolamo che i male abituati ne pudorem quidem habent in delictis. Il far male porta naturalmente seco un certo rossore, ma il mal abito anche questo rossore fa perdere. S. Pietro paragona il mal abituato ad un porco che si volta e rivolta nel suo letame: Sus lota in volutabro luti (2). Lo stesso loto gli acceca gli occhi, e perciò avviene che questi tali in vece di rattristarsi e vergognarsi delle loro sozzure, se ne rallegrano e se ne vantano: Quasi per risum stultus operatur scelus (3). Laetantur cum male fecerint (4). Quindi i santi continuamente cercano luce a Dio, mentre sanno che, perduta la luce, ognuno può diventare il più scellerato del mondo. E come mai tanti cristiani che sanno già per fede esservi l’inferno ed un Dio giudice che non può non castigare i malvagi, seguitano a vivere in peccato sino alla morte e si dannano? Excaecavit enim illos malitia eorum (5). Il peccato ha tolto loro la vista, e così si perdono.

Disse Giobbe che il mal abituato si riempie di vizj: Ossa eius implebuntur vitiis (6). Ogni peccato porta seco l’oscurità della mente, ond’è che quanto crescono i peccati col mal abito, tanto cresce l’accecazione. In un vaso ch’è pieno di terra non può entrarvi la luce del sole; e così in un cuore pieno di vizj non può entrarvi la luce di Dio che gli faccia conoscere il precipizio al quale va a finire. Il mal abituato, perduto il lume, va da peccato in peccato, senza pensare ad emendarsi. In circuitu impii ambulant (7). Caduto il misero nella fossa oscura del mal abito, non pensa ad altro che a peccare, non parla d’altro che di peccati, e non conosce più che male sia il peccato. Diventa in somma come una bestia che perde la ragione, ed altro (- 428 -) non cerca né desidera, se non quello che piace ai sensi: Et homo cum in honore esset, non intellexit, comparatus est iumentis insipientibus, et similis factus est illis (1). Quindi avviene quel che dice il Savio: Impius, cum in profundum venerit peccatorum, contemnit (2). Ciò lo spiega il Grisostomo appunto del mal abituato, il quale chiuso in quella fossa di tenebre, disprezza tutto, disprezza prediche, chiamate di Dio, correzioni, censure, inferno e Dio, e diventa l’infelice, quale avvoltoio, che pascendosi di quel cadavere fracido che tiene innanzi, più presto si contenta di farsi uccidere da’ cacciatori, che lasciarlo.

Fratelli miei, tremiamo, come tremava Davide quando diceva: Neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum (3). Quando qualcuno cade in un pozzo, sin tanto che la bocca del pozzo è aperta ha speranza di uscirne, ma se la bocca si chiude egli resta affatto perduto; quando il peccatore è caduto nel mal abito, siccome crescono i peccati, così si va chiudendo la bocca del pozzo, la quale se finisce di chiudersi egli resta abbandonato da Dio. Peccatore mio dunque, se tieni l’abito a qualche peccato, presto cerca di uscire da questo pozzo d’inferno, prima che si chiuda la bocca, voglio dire, prima che Dio ti privi affatto della sua luce e ti abbandoni, perché se ti abbandona colla sua luce, sarà finita per te e resterai dannato.

PUNTO II. Il mal abito indurisce il cuore.

Il mal abito non solo acceca la mente, ma di più indurisce il cuore del peccatore: Cor eius indurabitur tamquam lapis et stringetur quasi malleatoris incus (4). Col mal abito il cuore diventa come una pietra, ed in vece d’intenerirsi alle divine ispirazioni, alle prediche, al sentir parlare del giudizio di Dio, delle pene de’ dannati, della passione di Gesù Cristo, più s’indurisce; siccome l’incudine più s’indurisce ai colpi del martello, stringetur quasi malleatoris incus. Scrive s. Agostino: Cor eorum fit durum adversus imbrem gratiae, ne fructum ferat. Le divine chiamate, i rimorsi della coscienza, i terrori della giustizia di Dio, sono eglino pioggia della grazia; ma il mal abituato, quando in cambio di cavar frutto da questi divini beneficj, con piangere le iniquità commesse ed emendarsi, seguita a peccare, il suo cuore rendesi più duro; col che dà segno della sua certa dannazione, come disse s. Tomaso da Villanuova: Induratio, damnationis indicium. Poiché, perduta che sarà la luce ed indurito che sarà il cuore, ne nascerà che il peccatore viva ostinato sino alla morte, secondo il terribile pronostico dello Spirito santo: Cor durum habebit male in novissimo (5).

A che servono poi le confessioni, quando poco tempo dopo la confessione si torna da capo alle stesse colpe? Dice s. Agostino: Qui pectus tundit et non corrigit, peccata solidat, non tollit. Quando tu ti batti il petto davanti il confessore, e poi non ti emendi e non levi l’occasione, allora, dice il santo, non togli i peccati, ma li rendi più solidi e permanenti, viene a dire che ti fai più ostinato: In circuitu impii ambulant (6). Questa è la vita infelice dei (- 429 -) male abituati, vanno sempre in giro da peccato in peccato; e se per un poco se ne astengono, subito poi alla prima occasione vi tornano. A costoro s. Bernardo pronunzia per certa la loro dannazione: Vae homini qui sequitur hunc circuitum (1).

Ma no, dice quel giovine, io voglio emendarmi appresso, e darmi davvero a Dio. Ma se il mal abito piglia possesso sopra di te, quando ti emenderai? Dice lo Spirito santo che il giovine mal abituato neppure nella vecchiaia lascerà la sua mala vita: Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea (2). I male abituati in qualche vizio anche vicini alla morte si sono veduti commettere gli stessi peccati di prima. Narra il p. Recupito, che uno condannato a morte, mentre andava alla forca, alzò gli occhi, vide una giovane, ed acconsentì ad un mal pensiero. Narra ancora il p. Gisolfo, che un certo bestemmiatore, similmente condannato alla forca, quando fu buttato dalla scala, sentendosi stringer la gola dalla fune, proruppe in una bestemmia e così morì.

Cuius vult (Deus) miseretur, et quem vult, indurate (3). Iddio usa misericordia sino a certo segno, e poi indurisce il cuore del peccatore: come l’indurisce? Spiega s. Agostino: Obduratio Dei est nolle misereri. Non è già che il Signore indurisca il mal abituato; ma in pena dell’ingratitudine usata a’ suoi beneficj gli sottrae gli aiuti della grazia, e così il di lui cuore resta duro e fatto di pietra: Non obdurat Deus cor impertiendo malitiam, sed non impertiendo misericordiam. Iddio non indurisce il cuore con infondergli la malizia dell’ostinazione, ma col negargli la sua misericordia, cioè la grazia efficace in convertirsi. Il sole con allontanarsi dalla terra, indurisce l’acqua in ghiaccio.

La durezza poi che è l’ostinazione del cuore, dice s. Bernardo, non formasi tutta in una volta, ma a poco a poco, sin tanto che il cuore diventa così duro, che non si rende alle divine minacce, e coi flagelli si fa più ostinato: Paulatim in cordis duritiam itur; cor durum non minis cedit, flagellis duratur. Nei mal abituati si avvera quel che dice Davide: Ab increpatione tua, Deus Iacob, dormitaverunt (4). Anche i tremuoti, i fulmini, le morti improvvise non atterriscono un mal abituato; prima che svegliarlo a fargli vedere il suo misero stato, più presto par che gli concilino quel sonno mortifero nel quale dorme perduto.

PUNTO III. Il mal abito indebolisce le forze.

Concidit me vulnere super vulnus, irruit in me quasi gigas (5). S. Gregorio su questo testo discorre così: se alcuno è assalito dal suo nemico, alla prima ferita che riceve non resterà inabile a difendersi, ma se poi riceverà la seconda, la terza, perderà talmente le forze, che finalmente resterà morto. Così fa il peccato, alla prima, alla seconda volta che l’anima da quello è ferita, le resterà ancora qualche forza, s’intende sempre per mezzo della divina grazia; se poi seguita a peccare, il peccato facendosi abituato, irruit quasi gigas, si rende gigante, in modo che l’anima non avrà più forza di resistergli. Scrive s. Bernardo che il mal abituato è come (- 430 -) uno che sta caduto sotto d’un gran sasso, e non ha forza di rimuoverlo, onde difficilmente sorgerà: Difficile surgit, quem moles malae consuetudinis premit. E prima lo disse s. Gregorio: Lapis superpositus, cum consuetudine mens in peccato demoratur, ut etsi velit exsurgere iam non possit, quia moles desuper premit (1).

Scrisse s. Tommaso da Villanova che l’anima che sta priva della grazia di Dio, non può vivere lungo tempo senza commettere nuovi peccati: Anima a gratia destituta diu evadere ulteriora peccata non potest (2). E san Gregorio su quel passo di Davide, Pone illos ut rotam, et sicut stipulam ante faciem venti (3); vedete, dice, con qual facilità una pagliuccia è mossa da ogni vento anche leggiero; così taluno, il quale prima di cadere nel mal abito resistea per qualche tempo, dopo aver contratto il mal abito ad ogni tentazione di peccare cade e torna a cadere. I mal abituati, come scrisse il Grisostomo, diventano così deboli a resistere agli insulti del demonio, che talvolta son costretti a peccare contro lor voglia, strascinati dal mal abito fatto: Dura res est consuetudo, quae nonnunquam nolentes committere cogit illicita. Sì, perché al dire di sant’Agostino, il mal abito diventa col tempo una certa necessità di peccare: Dum consuetudini non resistitur, facta est necessitas.

Aggiunge s. Bernardino da Siena che il mal abito si converte in una natura: Usus vertitur in naturam; onde siccome è necessario all’uomo di respirare, così ai mal abituati par che si faccia necessario il peccare; onde son essi fatti schiavi del peccato. Dico schiavi: tra gli uomini vi sono i servi che servono colla paga, e vi sono gli schiavi che servono a forza senza paga; a questo segno di schiavitù giungono i mal abituati, che peccano talvolta senza gusto e talvolta senza aver neppure occasion di peccare, fatti schiavi venduti del demonio. S. Bernardino chiama questi tali molini a vento, che seguono a voltare la mola, ancora quando non vi è che macinare: viene a dire che senza averne l’occasione presente, seguitano a peccare, almeno facendo mali pensieri. Gl’infelici, dice il Grisostomo, avendo perduto il divino aiuto, non fanno più quel che vogliono, ma quel che vuole il demonio: Homo, perdito Dei auxilio, non quod vult, agit, sed quod diabolus.

Udite quel che avvenne in una città d’Italia, come narra un autore a questo proposito. Un certo giovane abituato in una mala pratica, benché chiamato più volte da Dio a mutar vita, ed anche ammonito da altri, seguitava a vivere nel suo peccato. Un giorno il Signore gli fece vedere sua sorella morta di subito: allora tremò per poco tempo, ma appena che quella fu seppellita, se ne dimenticò, e ritornò al vomito. Due mesi dopo la morte di sua sorella fu steso a letto da una lenta febbre: allora fece chiamare un confessore e si confessò; ma con tutto ciò un giorno esclamò: Oimè quanto tardi conosco il rigore della divina giustizia! E rivolto al medico disse: signor medico, non mi tormentate più con rimedj, perché il mio male non è sanabile: so certo che mi porta al sepolcro. E poi rivolto a coloro che gli stavano d’intorno (- 431 -) disse: Sappiate che siccome per la vita di questo mio corpo non v’è più rimedio; così non v’è rimedio per la vita della povera anima mia, mi aspetta una morte eterna. Iddio mi ha abbandonato; ciò lo vedo nella durezza del mio cuore. Vennero amici, religiosi a dargli animo a confidare nella misericordia di Dio, ed egli altro non rispondeva: Dio mi ha abbandonato. Dice lo scrittore di questo fatto, che egli ritrovandosi da solo a solo con quel misero giovine, gli disse, fatevi coraggio, unitevi con Dio, prendete il viatico. E quegli rispose: Amico, voi parlate ad una pietra, la confessione che ho fatta è stata nulla senza dolore; non voglio confessore, non voglio sacramenti, né mi portate il viatico, perché farò cose di orrore. Ond’esso di là si partì sconsolato, e tornando poi a visitarlo, gli dissero i parenti che nella notte era già spirato senza alcun sacerdote che l’assistesse; e gli fu detto ancora che vicino alla stanza del morto giovane si erano intesi urli spaventosi.

Ecco la fine che fanno i mal abituati. Peccatore fratello mio, se ti ritrovi nella stessa disgrazia di qualche mal abito, presto fatti una confessione generale, perché le confessioni fatte difficilmente saranno state buone. Presto esci dalla schiavitù del demonio. Senti quel che ti dice lo Spirito santo: Ne des annos tuos crudeli (1). Perché vuoi servire ad un padrone così crudele, qual è il demonio tuo nemico, che ti fa fare una vita infelice, per farti fare poi una vita più infelice nell’inferno per tutta l’eternità? Lazare, veni foras. Esci da questa fossa del peccato; presto datti a Dio che ti chiama, e sta apparecchiato ad abbracciarti se torni a’ piedi suoi; e trema che questa non sia l’ultima chiamata per te, alla quale se non corrispondi sarai dannato.

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BREVE COMMENTO DEL 13 APRILE 2014

Questo Sermone del Dottore Utilissimo, sant’Alfonso Maria de’Liguori, tratto da «Sermoni compendiati» (Sermone XX. – Per la Domenica delle Palme – Del mal abito) ci fa riflettere sulla corretta pastorale, o azione correttiva, del buon pastore. Sant’Alfonso, che certo non ha bisogno di mie superflue presentazioni, è uno dei massimi esperti della teologia morale. Il suo carattere espositivo, sapientissimo, coniuga l’ortodossia della fede, sempre immacolata e mai sacrificabile (anche nella pastorale), e la comprensibilità per i semplici (o pusilli). Egli anzitutto ammonisce sul concreto pericolo del precipizio infernale, così descrivendo esattamente il destino noto al peccatore, dopodicciò delinea, con estrema semplicità, le differenze fra peccato e vizio, forte di esempi realmente accaduti, tratti dalla vita di ogni giorno, così da essere più convincente. Nel contempo, grazie alla sua profonda conoscenza della Scrittura e della Tradizione, dipinge sapientemente Dio; descrive il perché, anche dalla giusta giustizia di Dio, emerge la Sua misericordia. Ciò si differenzia molto dalle protestanti prediche di molti “pastori” contemporanei, tutti proni al miserabilismo a buon mercato ed al buonismo da rivista commerciale, caratteristiche estranee, invece, a Dio.

Il Sermone, capolavoro pastorale, raggiunge l’apice della misericordia quando il Dottore usa la Sacra Scrittura secondo il principio della convergenza dei Padri (di cosa si tratta), così come dev’essere e così come pure il Tridentino comanda con la «Professio Fidei», comminando anatema contro i trasgressori. Sant’Alfonso, umile Dottore, non si vanta delle sue conoscenze per fornire nuove e sventurate esegesi al Testo Sacro, diversamente da come fanno molti superbi improvvisati “cattedratici” odierni (esempio),  bensì, come Dio rivela e come la Chiesa definisce, egli pregia la sua santa bocca del consenso tradizionale di Padri, Papi e Santi, di uomini eroici, spesso Martirizzati, e luminosi Santi che hanno saputo tramandare il pensiero di Dio perfettamente e senza alcuna macchia, veramente guidati dallo Spirito di verità (Spirito Santo).

La differenza fra il teologo cattolico, come dimostra di esserlo il Liguori, ed i tanti protestanti e modernisti, sta nel fatto che il primo non sacrifica né il Magistero, né i Decreti e né la Tradizione; i secondi, al contrario, inventano a loro uso e costume, ovvero profetano in ragione del loro vizio, secondo l’obiettivo vizioso che gli stessi vogliono raggiungere. In poche parole, discostandosi dalla Chiesa, fanno dire allo Spirito Santo quello che non ha mai detto (approfondimento). Se il teologo sacrifica la Chiesa, difatti, precipita quasi certamente nella fossa del leone, insegnando una dottrina che viene da se stesso (sui falsi profeti), da Lutero e da vari altri esemplari di dannata eterodossia, quindi ispirata da Satana e non da Dio.

Concludo. Ecco perché la Chiesa ha sempre, nelle docenze come nella pastorale, invitato i fedeli a diffidare da chi rigetta o adùltera la materia di Magistero, poiché ciò porta dapprima all’ambiguità, poi alla prossimità all’eresia, successivamente all’eresia e, talvolta, finalmente all’apostasia (dipende dai casi) (sull’infallibilità).

Esempio pratico di pastorale cattolica e pastorale non cattolica. Un fedele che legge o ascolta questo Sermone di sant’Alfonso resta colpito e, toccato dallo Spirito Santo, si incammina verso la correzione col buon proposito di abbandonare il suo mal abito. Un essere umano che legge o ascolta generalmente un’omelia di Bergoglio (sull’autorità nella Chiesa – sul Papa eretico), resta sì forse affascinato, pertanto simpatizza per il soggetto, ma nel contempo rimane chiaramente confuso, probabilmente toccato dallo spirito del mondo, continuerà a difendere il suo mal abito, sentendosi autorizzato a farlo. Poco importa che il numero degli adepti e dei simpatizzanti cresca, se questo numero si avvicina a principi che pastoralmente confermano l’errore, cose mai insegnate da Dio e dalla Chiesa, cose che anzi sono in notorio contrasto. Per ora la storia tanto testimonia: Contra factum non valet argumentum!

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

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NOTE:
4 Prov. 5. 22.
1 Isa. 52. 2.
2 2.Petr. 2. 22.
3 Prov. 10. 23.
4 Ib. 2. 14.
5 Sap. 2. 21.
6 Iob. 20. 11.
7 Psal. 11. 9.
1 Psal. 48. 13.
2 Prov. 18. 3.
3 Psal. 68. 16.
4 Iob. 41. 15.
5 Eccl. 3. 27.
6 Psal. 11. 9.
1 Serm. 12. sup. psalmos
2 Prov. 22. 6.
3 Rom. 9. 18.
4 Psal. 75. 7.
5 Iob. 16. 15.
1 Moral. l. 26. c. 24.
2 Conc. 4. in Dom. 4. Quadrag.
3 Ps. 82. 14.
1 Proverb. 5. 9.