“Volevano trasformare l’Olocausto in una tragedia come le altre”: breve storia degli Ebrei lituani.

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di Efraim Zuroff – Nazi-hunter del Centro Simon Wiesenthal, direttore dell’ufficio israeliano del medesimo.

Il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del Comunismo nell’Europa dell’Est aprirono un nuovo capitolo nella storia delle comunità ebraiche di quell’area. Per la prima volta dopo decenni, gli Ebrei erano liberi di praticare la propria religione, creare istituzioni comunitarie significative, provvedere ad un’educazione ebraica dei fanciulli. La fine dell’oppressione sovietica e comunista rappresentò una splendida opportunità per instaurare quella vita ebraica piena di senso e di normalità, che altrove era oramai scontata.

Non era facile, anzitutto, creare una vibrante comunità ebraica in Paesi dove per decenni la pratica del Giudaismo e la stessa identificazione come Ebrei costituiva un tabù, spesso severamente punito. Inoltre, una significativa porzione di quegli Ebrei dell’ex URSS che, nonostante le asprezze del Comunismo, avevano mantenuto una forte identità ebraica, era già emigrata in Israele.

Così si rendeva evidente che uno dei problemi maggiori era il vuoto di leadership, la scarsità di individui di una certa statura, abbastanza carismatici e competenti e insieme con un’identità ebraica forte, idonea a motivarli e a presentarli come guide per le nascenti comunità ebraiche “istituzionalizzate”.

Uno di questi personaggi fu Shimon Alperovich, presidente della comunità ebraica lituana per 21 anni (dal ’92 al 2013), mancato la scorsa settimana a Vilnius. La posizione da lui assunta, poco dopo che la comunità fu ufficialmente ripristinata nel 1991, presentava difficoltà di rilievo a causa della storia delle relazioni tra Ebrei e Lituani. La larga partecipazione dei Lituani alle stragi di Ebrei durante l’Olocausto era ben nota e aveva per così dire “cancellato” quella ventina d’anni di pacifica coesistenza (1918-1940) che aveva preceduto il secondo conflitto mondiale nella Repubblica lituana.

Negli anni del dominio sovietico, gli Ebrei sopravvissuti all’Olocausto si erano perlopiù identificati con l’URSS, cosa che li aveva di fatto salvati in gran numero quando l’URSS aveva liberato la Lituania dall’occupazione nazista. Altri, spostatisi in Lituania dopo la seconda Guerra Mondiale, avevano trovato naturale sostenere la propaganda sovietica sulla “Grande Guerra Patriottica”. Dal punto di vista lituano, il ritorno all’indipendenza fece riemergere ed esplodere l’orgoglio e i sentimenti nazionalisti lungamente repressi, fenomeni questi del tutto naturali, ma che resero non facili i rapporti politici con la comunità ebraica.

Peraltro, in un primo momento la comunità era stata felice di supportare l’indipendenza lituana, che segnava la fine di un regime comunque oppressivo. Il governo aveva poi realizzato che per ottenere il sostegno dell’Occidente all’ingresso nell’UE e nella NATO era imperativo cercare il sostegno degli Ebrei, sicché furono presentate scuse per il collaborazionismo coi Nazisti e per la partecipazione ai crimini dell’Olocausto, e sorsero una pletora di memoriali e di commemorazioni della Shoah.

Il fatto che queste scuse non ammettessero la reale estensione del fenomeno collaborazionista, e che i crimini lituani fossero spesso ignorati o minimizzati, unitamente alla totale inerzia della Lituania nel perseguire penalmente i responsabili di quei crimini, non deteriorò immediatamente i rapporti tra la comunità ebraica e le autorità. Le critiche vi furono, ma non ebbero grande eco.

Questo anche perché la popolazione ebraica nel Paese contava soltanto 5000 individui, molti dei quali anziani: la leadership ebraica doveva quindi procedere con grande cautela nell’approcciare temi “caldi” inerenti la storia del Paese, la giustizia, le responsabilità dell’Olocausto.

Nel 2006, ad ogni modo, le cose subirono un netto peggioramento. La Lituania e i suoi vicini baltici erano stati ammessi a pieno titolo nell’UE e nella NATO e il governo minacciò accuse per supposti “crimini di guerra” nei confronti di molti partigiani sovietici antinazisti di etnia ebraica, tra cui il noto storico dell’Olocausto ed ex Presidente dello Yad Vashem, Yitzchak Arad. Tali crimini di guerra sarebbero stati commessi contro civili lituani, secondo quanto affermato dalla campagna scatenata nei mass media nazionalisti contro queste persone (tre delle quali erano donne).

A peggiorare le cose, il governo cominciò sistematicamente a proporre la bufala dell’equivalenza storica tra crimini nazisti e comunisti, trasformando così l’Olocausto in una tragedia tra le altre, come le altre, e pertanto distogliendo l’attenzione dagli orribili crimini commessi dai collaborazionisti locali.

E fu a quel punto che Alperovich coraggiosamente agì: ad esempio, nel giugno 2008 scrisse una lettera aperta al Presidente Valdas Adamkus, in cui denunciava gli attacchi ai partigiani ebrei e chiedeva di porre fine alla loro persecuzione. Due mesi dopo, di nuovo fece sentire la sua voce dopo episodi di vandalismo contro l’edificio della comunità ebraica in Vilnius, collegando l’episodio alla campagna d’odio che proseguiva nei confronti dei partigiani ebrei.

Il tentativo di portare i partigiani ebrei in tribunale alla fine fallì, in parte indubbiamente per le critiche mosse da Alperovich, ma furono seguiti da una sistematica campagna revisionista sulla storia della seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto. Tra le altre cose, questa campagna consisteva nell’esaltare i leader lituani collaborazionisti che, dopo l’invasione tedesca del 22 giugno 1941, instaurarono un governo provvisorio che diede pieno appoggio al Terzo Reich e promosse attivamente la persecuzione e l’eccidio degli Ebrei lituani.

Nuovamente Alperovich protestò con vigore contro questo pericoloso revisionismo, affermando che “la strage di Ebrei in Lituania è una macchia nella storia del Paese. Il governo provvisorio è stato, purtroppo, parte di questa macchia”.

Quando i resti di Juozas Ambrazevicius, Primo Ministro di quel governo provvisorio, furono onorati di nuove esequie a Kaunas, Alperovich rilasciò una dichiarazione che rammentava all’opinione pubblica che Ambrazevicius era collegato alle azioni del governo fantoccio lituano e alle istigazioni del Fronte d’Azione Lituano alle stragi di Ebrei, barbaramente perpetrate dalla folla con veri e propri linciaggi. Né rimase in silenzio di fronte alla retorica antisemita dei leader lituani, o a varie iniziative del governo volte a minimizzare o a relativizzare l’Olocausto.

Quando il Ministro degli Esteri Audronius Ažubalis criticò apertamente gli Ebrei lituani che cercavano di rientrare in possesso dei beni espropriati, Alperovich chiese pubbliche scuse, e fu la sola persona a segnalare l’ipocrisia del governo nel dichiarare il 2011 anno della “difesa della libertà” e delle “grandi perdite” (un riferimento alle vittime lituane che combatterono i sovietici) una settimana dopo aver annunciato che l’anno sarebbe stato invece dedicato alle vittime dell’Olocausto. Di grande rilevanza fu anche la sua coerente e ripetuta critica della teoria del doppio genocidio, sistematicamente proposta dal governo lituano in ogni occasione di contatto con altri Paesi europei.

Ho avuto negli anni molti incontri con Alperovich e ho avuto il privilegio di presenziare con lui sia al processo del criminale di guerra nazista Aleksandras Lileikis sia al lancio della nostra “Operazione ultima chance”, il progetto che offriva una ricompensa in denaro a chi avesse fornito informazioni utili a perseguire e a punire responsabili dell’Olocausto.

A differenza di molti altri leader ebrei dell’Europa orientale post-comunista, egli non solo aveva pienamente riconosciuto l’importanza di una guerra aperta all’antisemitismo e alle distorsioni della storia dell’Olocausto, ma aveva avuto il coraggio di agire pubblicamente. Meno di un mese fa, durante il nostro ultimo incontro a Vilnius, presso il centro riabilitativo dove si stava riprendendo da una cardiopatia, aveva offerto al Prof. Dovid Katz e a me pieno supporto nella protesta contro una manifestazione di neonazi e ultranazionalisti locali, prevista per il giorno seguente a mo’ di festeggiamento per l’indipendenza lituana.

A Vilnius si sente molto la sua mancanza. Possa il suo ricordo essere una benedizione per la sua famiglia, gli Ebrei lituani, e per i Litvak di tutto il mondo.

 

traduzione a cura di Ilaria Pisa

[fonte: Jerusalem Post]

 

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