[CI SCRIVONO] Il tempo della giustizia. Riflessioni contemporanee di un lettore di Radio Spada

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di Dario D’Ambrosio 

 

Fa benissimo il Cardinale Angelo Bagnasco a tuonare contro quella «volontà precisa di azzeramento, di uniformità, di omogeneizzazione» frutto di «interessi ideologici» e «poteri occulti», che noi fedeli cattolici ormai ben conosciamo, tanto si stanno radicando e radicalizzando nella nostra società. Ma non sono forse quegli stessi interessi a cui lui stesso sembra essersi assoggettato, quasi con timore reverenziale, non solo prestandosi alla carnevalata funeraria del suo protetto don Andrea Gallo, ma ancor più avendo donato il Sacro Corpo di Nostro Signore a un invertito sodomita di fede buddhista, che se anche prima inverosimilmente si fosse confessato non ha neppur minimamente dimostrato un suo (improbabile) pentimento e una sua (improponibile) conversione?

E bello è che il Papa accolga centinaia di migliaia di insegnanti e studenti, affermando di amare «la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello». Ma di quale verità, bene e bellezza si tratta? Forse quella che viene maldestramente spacciata come cultura moderna e alternativa e non è nient’altro che volgare pornografia raccontata da una meno che modesta scrittrice ammiccante al facile successo letterario? O quella che in nome di una falsa pretesa di uguaglianza e di presuntuosi “diritti” viene imposta con inaudita sfacciataggine (quindi tutt’altro che occultamente) da ideologie contronatura che mirano al sovvertimento di ogni più assoluta e incontrovertibile logica morale ed educativa? Così l’educazione scolastica diviene sempre più fuorviata e di conseguenza fuorviante. E l’attuale ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, felicemente presente all’evento in questione, ne è l’ennesimo rappresentante, avendo poco tempo prima affermato che: «bisogna sensibilizzare gli studenti e le famiglie a conoscere e capire tutte le diversità» e si capisce bene di quali diversità ormai già ampiamente normalizzate e imposte si tratti. Vero è che i bambini non vanno impressionati, turbati, scandalizzati; ma forse che rifilargli pornografia letteraria e idee deviate e quindi devianti di sessualità sia legittimo e sano come molti ritengono? Al di là di ogni coinvolgente e giusto quanto generico e fiducioso discorso, non si può ignorare ciò che ci ha esemplarmente e chiaramente affidato (per non dire ordinato) Gesù: “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze” (Mt. 10:27).

Non ci interessano bagni massificati di folla dedita all’odierna papalatria (di cui confidiamo il Papa è innocente quanto spesso ingenuo protagonista), che trasforma e riduce il Vicario di Cristo in un fenomeno mediatico senza precedenti; né spettacolini in piazza, che riducono il Cattolicesimo a un fenomeno bisognoso e desideroso di modernizzarsi, per essere “al passo coi tempi”, con improbabili testimoni di una fede millenaria abitualmente relativizzata e secolarizzata; né parate (auto)celebrative che non glorificano Cristo, ma ne sminuiscono e invalidano la Parola da Lui affidataci e spesso malamente compresa, interpretata e impartita; né sacerdoti telegenici dal colletto sbottonato e dalla parlantina spigliata e accattivante, che accantonano o ancor peggio dimenticano che la loro vocazione e missione è quella di seguire, servire e compiacere Cristo, non il mondo.

Che si svuotino i posti d’onore riservati nelle celebrazioni più solenni ai potenti di ogni sorta, più impegnati a far bella mostra di sé che a solennizzare il momento, per restituirli ai veri fedeli e a quei derelitti ed emarginati che rendono viva e vera la presenza di Cristo nella società. Che si chiudano le porte delle chiese, se questo serve ad evitare l’osceno viavai di sedicenti e occasionali “credenti”, cronicamente disinteressati all’appuntamento più importante col Signore. E quando la condizione lo richiede, che si rifiutino i Sacramenti, distribuiti ormai come merce di consumo gratuita e considerata perfino dovuta, per restituirli alla Sacralità con e per cui sono stati affidati alla Chiesa Cattolica.

L’allora Cardinale Joseph Ratzinger – uno degli ultimi e più autentici e fedeli baluardi della luce e della Verità della fede cattolica – con la sua solita ed esemplare chiarezza e rettitudine di pensiero, nel 1997 ebbe a dire che «si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia “fatta”, che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di “donato”, ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna “comunità” voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia (…). Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa». (“La mia vita: ricordi”, 1927-1977).

Avremmo forse potuto leggere parole più accorate, forti e lungimiranti riguardo ciò che l’eccessiva apertura, modernizzazione e conseguente (inevitabile?) desacralizzazione della fede e della liturgia hanno causato, favorendo la drammatica dissoluzione e lo sconcertante decadimento attuali della vita ecclesiale cattolica?

E forse ha ragione quel coraggioso esponente pro-life francese che – al convegno precedente la recentissima ‘Marcia per la Vita’ di Roma, criticando il tiepido e sonnecchiante operato dell’alto clero francese a fronte dell’attacco neo-giacobino e laicista del governo repubblicano – ha detto che come i valorosi controrivoluzionari vandeani penetrarono nei palazzi dei nobili, ridotti alla paura, per riconquistarli alla causa della fede al Dio Sovrano (“Dieu le Roi”), così può essere giunto il momento per tutti i fedeli di buona e comprovata volontà di smuovere dal torpore dei palazzi un clero troppo spesso più preoccupato di compiacere il mondo che Dio. E infatti sono sempre più i fedeli laici, sostenuti da molti impavidi consacrati, che portano avanti la buona e giusta battaglia, consapevoli che la nostra fede e la nostra Chiesa devono essere nel mondo ma non del mondo, e solo perché desideriamo viverci con, per, in Cristo.

Il Santo Padre ci ripete spesso, con giusta passione, che questo è il tempo della misericordia. Io oso dire che, unitamente, è il tempo della Giustizia, che di misericordia ne abbiamo avuta, predicata e profusa fin troppa. Noi vogliamo una Chiesa che sappia accogliere i volenterosi, ma anche tenere a bada i malevoli. Una Chiesa che insegni e impartisca il perdono, ma anche l’ammonimento come modo e motivo complementari alla Grazia e alla Salvezza offerteci da Dio, liberamente ma a prezzo del sacrificio di Suo Figlio e del nostro più autentico e perserverante impegno. 

Noi vogliamo la Chiesa dei martiri, dei Santi, dei Cristiani animati da buona volontà unita a radicata fede, perché sappiamo santificarci e martirizzarci anche noi, se e come Dio vorrà disporre. La Chiesa profondamente Santa, autenticamente Cattolica e fedelmente Apostolica che professiamo nel nostro Credo. Perché esiste una sola e univoca Verità assoluta in cui confidare, vivere e morire: quella che ci chiama a essere Cristiani, quella che ci conferma tali quando senza remore e ripensamenti affermiamo: “Questa è la nostra fede. Questa è la fede della Chiesa. E noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore”.

Questo è ciò che vedo, sento ed esprimo animato dal più autentico e fedele spirito di amore e obbedienza alla Chiesa e a Cristo, sofferente per le ferite che stiamo continuando a infliggergli. Che Dio mi perdoni se ho osato proferire troppo. Consapevole che un giorno ogni altra parola sprecata e abusata in suo nome verrà annullata e purificata dalla Parola fattasi sostanza, Verbo e Via di Verità e Vita.

 

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