Effetto Goldstein

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traduzione, con adattamenti, di un articolo della testata israeliana online Haaretz. A cura di Ilaria Pisa

 

Un rinomato medico e un esemplare padre di famiglia, Baruch Goldstein, entra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron e spara sui Musulmani inginocchiati in preghiera. 29 sono uccisi e più di 100 feriti in questo raptus omicida. In un giorno che dovrebbe essere tra i più felici dell’anno (la festa di Purim), Israele è sotto shock, in preda al lutto e alla vergogna.

A febbraio sono stati vent’anni da quell’episodio, e il trauma è ancora vivo. Alcuni utilizzano la strage del 1994 per “guadagnare punti” presso i coloni del West Bank. Molti si sono detti che Baruch Goldstein si era vendicato su una comunità che aveva commesso assassinii più odiosi e terribili di quel massacro (di certo nel 1929); ma rimane un atto così… “non ebreo”! Solo i goyim, ci insegnano fin dall’infanzia (e la storia lo prova), sono capaci di gesti così brutali. Forse che, in fondo, non siamo così diversi dai goyim? Vuoi vedere che abbiamo fatto tutta questa fatica per riunirci in uno Stato ebreo, e adesso diamo prova di non essere diversi dai gentili?

Gli anni immediatamente successivi al massacro di Hebron furono gli anni degli accordi di Oslo: autobus saltarono in aria con i loro passeggeri, proprietari di bar e frequentatori di discoteche furono assassinati, anziani vennero uccisi mentre leggevano l’Haggadah pasquale. Da ogni parte si levarono richieste di vendetta; pur nel ribollire del sangue, però, nessuno si richiamò all’atto di Baruch Goldstein, e anche nella lotta al terrorismo si può dire che non vi furono azioni improprie (c’era stata naturalmente la “calunnia del sangue” di Jenin[1], rigettata come inautentica persino da molti nemici di Israele). L’IDF fu irreprensibile, e così i privati cittadini.

Il prezzo del massacro – un prezzo esorbitante – è ora pagato dai coloni del West Bank. Il giorno dopo la strage, una parte di Israele cominciò a recidere i legami sentimentali con gli insediamenti; chiaramente la maggioranza degli Ebrei, sia sul piano istintivo sia su quello ideologico, simpatizzava con un ritorno alla terra dei padri, ma dopo il massacro una larga fetta dell’opinione pubblica si convinse che le due comunità non potevano continuare ad abitare fianco a fianco. Non potendo peraltro – il mondo l’avrebbe impedito – deportare gli Arabi, i coloni Ebrei dovevano pagare il prezzo, anche se questo prezzo era essere sradicati da territori che costituivano la culla della propria nazione.

Queste sensazioni istintive che Ebrei ed Arabi non possono coesistere, oggi continuano a covare. Col tempo saranno forse dimenticate, visto che – dopotutto e a dispetto dei disastri: Hebron non è certo stato l’unico – gli insediamenti continuano ad avere successo, ed è un successo senza precedenti. Dalla data del massacro, e nonostante questo, gli insediamenti hanno triplicato gli abitanti, salendo da 115mila (1993) a 365mila circa (2013).

Il tarlo del dubbio è stato instillato, in tempi più recenti, dalla perniciosa tattica “price tag”[2] (violenze contro i Palestinesi, perpetrate da giovani coloni radicali). Per quanto palesemente sproporzionati, gli atti di questi gruppi sono sufficienti a indurre l’opinione pubblica a prendere in larga parte le distanze dai coloni del West Bank, quando non a provare addirittura avversione per gli insediamenti. Le scritte oltraggiose e razziste restano però un nonnulla, se paragonate alla criminalità ordinaria diffusa anche in quartieri prestigiosi.

Ci sono voluti i giovani coloni fondamentalisti per indurre lo scrittore Haim Gouri[3] e altri lealisti di un tempo a rinunciare alla Terra d’Israele (Eretz Yisrael). Ecco l’eredità di Baruch Goldstein.

 


 

[1] Si accenna qui alla battaglia di Jenin (Cisgiordania – ANP), che in varie fonti fu riportata come operazione di pulizia etnica ai danni dei Palestinesi.
[2] Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Price_tag_policy: la “tattica” o “strategia” price tag consiste in attacchi terroristici perpetrati da gruppi di giovani degli insediamenti, di orientamento sionista radicale, ai danni di obiettivi palestinesi, dell’IDF o cristiani (cimiteri, luoghi di culto, monasteri); il nome deriva dalla logica rivendicata da questi gruppi, che si sostanzia nell’esigere un “prezzo” dai palestinesi o dall’esercito israeliano per ogni torto ricevuto dai coloni.
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Haim_Gouri

 

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