Fede e giustizia sociale. Il problema del “socialismo cristiano”

Pubblichiamo di seguito il saggio introduttivo – scritto da un collaboratore di Radio Spada – del libro  ETICA, RELIGIONE E ORIGINE DEL SOCIALISMO di cui abbiamo parlato qui.

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Fede e giustizia sociale. Il problema del “socialismo cristiano”

di Andrea Giacobazzi

  • In generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. [Leone XIII]
  • Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. [Leone XIII]
  • A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale. [Pio XI]
  • Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.  Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza. [Pio XI]
  1. Le basi del “socialismo cristiano”

Il tema del cosiddetto “socialismo cristiano” pone immediatamente, a chiunque vi si accosti con interesse, almeno una mezza dozzina di domande. Perché ha preferito restare sostanzialmente eterodosso quando dal Soglio Pontificio venivano diffuse le avanzatissime e profetiche Encicliche Sociali? Quanto la lotta contro la Chiesa Cattolica, cui di fatto hanno partecipato gli stessi “socialisti cristiani”, è stata anche una lotta liberale contro un modello di società organica, solidale e tradizionale? Quanto è stato manchevole il “socialismo cristiano” nel cogliere lo spirito del tempo? Perché è stato travolto dal socialismo ateo? Perché è stato spesso guardato con diffidenza? In estrema sintesi: perché ha fallito?

Tenteremo, direttamente o indirettamente, di rispondere a queste e ad altre domande, dedicandoci – come accennato – anche all’approfondimento dell’impegno sociale dei Pontefici tra fine ‘800 e inizio ‘900. In ogni caso, partendo dall’ultimo quesito, non si può non chiarire che il variopinto mondo “socialista cristiano” ha costruito la sua altrettanto variopinta ideologia partendo da presupposti storico-teologici errati.

La prima falsità sta nella falsa credenza che la “Chiesa delle origini” praticasse un non meglio definito “socialismo” poi offuscato dalla Gerarchia cattolica in modo incoerente rispetto ai primi secoli di storia ecclesiastica. In termini liturgici, questo tanto presunto quanto forzato ritorno alle origini è stato autorevolmente definito come “archeologismo”[1].

L’argomento è amplissimo e risulta difficile da trattare in breve. Valgano per tutti alcuni dati certi che riportiamo in seguito a titolo d’esempio.

Partiamo dall’Incarnazione. Gesù Cristo non nacque in una famiglia di sottoproletari. San Giuseppe era un artigiano qualificato, un piccolo-medio imprenditore. Sia lui che Maria Santissima, avevano ascendenze regali: erano della Stirpe di Davide. Sant’Anna, Madre di Maria, era della Stirpe di Aronne. La Nascita del Divin Bambino fu salutata dai Re Magi, giunti dall’Oriente, i quali omaggiarono la Sacra Famiglia con doni preziosi: oro, incenso e mirra. Trentatré anni dopo fu il ricco membro del Sinedrio, San Giuseppe d’Arimatea, che si prese cura della sepoltura di Gesù[2].

Lo studioso Vittorio Messori arriva a scrivere:

  • Non dimentichiamo inoltre che durante il breve periodo della sua vita pubblica Gesù era accompagnato da vedove facoltose che lo mantenevano. E se il gruppo aveva un amministratore, Giuda, il quale poteva rubare, significa che c’erano dei soldi. Il fatto che la tunica di Gesù, al momento della crocifissione, non venga smembrata in quanto preziosa e senza cuciture, sta a significare che Cristo, possiamo dirlo, aveva abiti «firmati», non indossava stracci. […][3]

Tra gli episodi evangelici che è impossibile non citare in relazione al tema che stiamo affrontando è quello narrato da Giovanni, in cui si dimostra sia l’esistenza di questa “cassa” sia il fatto che il ruolo del pauperista toccasse a Giuda Iscariota, smentito dallo stesso Cristo:

  • 1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». […][4]

«I poveri infatti li avete sempre con voi», quasi un ammonimento rivolto ai futuri livellatori.

Lo stesso passo relativo al cammello che non può attraversare la cruna dell’ago, riferito – e puntualmente distorto – prima dagli eretici pauperisti poi dai “socialisti cristiani” viene spessissimo amputato della sua – poco nota – seconda parte. Normalmente si riferisce solo:

  • 23 Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli».

Dimenticando di proseguire col resto:

  • 25 A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». 26 E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». 27 Allora Pietro prendendo la parola disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?». 28 E Gesù disse loro: «In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. 29 Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. 30 Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi»[5]

Non meno fuorviante, rispetto a questi pochi esempi, è la visione di un Cristo sobillatore e anti-gerarchico: al contrario si può dire che queste erano etichette che proprio i suoi avversari farisei cercavano di appiopparGli. Valga per tutti il celebre episodio della moneta in cui il Salvatore invita a rispettare l’autorità romana:

  • 15 Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 22 A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono[6].

Lo stesso San Paolo, l’Apostolo delle Genti, fissò nella Lettera ai Romani un principio che fu largamente accettato in tutta la storia della Chiesa: Non est potestas nisi a Deo. Non c’è autorità che non provenga da Dio.

Non solo: il carattere anti-gerarchico e anti-clericale di certe posizioni (si pensi, per fare un esempio celebre, a Garibaldi che attaccò la Chiesa romana, ma ciononostante tenne a dichiararsi credente nella religione di Dio, vista come religione della verità non corrotta dai preti) è ulteriormente – e definitivamente – smentito dalle parole che Gesù volle utilizzare per istituire la Chiesa e per dotare d’infallibile autorità il Pontefice:

  • 17 «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»[7]

Se si volesse poi spostare l’attenzione sui ceti sociali in cui si diffuse il Cristianesimo fin dai primi tempi, oltre agli esempi già riportati, si dovrebbe aggiungere che nell’Impero Romano fu la “classe media”, insieme a quella dei più umili, che volse il suo sguardo verso la Chiesa. La condanna del console Acilio Glabrione[8] ci fa pensare addirittura ad una penetrazione del Cristianesimo tra i ceti più elevati già verso la fine del I secolo.

Il pauperismo, il pacifismo e il carattere anti-gerarchico (o specificamente anti-papale), lo abbiamo accennato, sono sempre stati marchi inconfondibili d’eresia: le masse che hanno seguito questi movimenti sono state spesso utili a potentati e dinastie anticattoliche per il conseguimento dei loro interessi particolari. Si pensi, tra i molti casi, al ruolo che ebbero il ghibellinismo o il protestantesimo in Germania. Gli ordini mendicanti cattolici (Francescani, Domenicani, Carmelitani e altri), al contrario, non pretesero mai l’abolizione generale della proprietà privata e si distinsero per una incrollabile obbedienza al Papa. Oggi, una vulgata tanto edulcorata quanto falsa, vorrebbe trasformare le origini questi ordini in una sorta di dimenticato ritrovo di hippies, tutti Peace&Love. Basterebbe ricordare che furono proprio i francescani e i domenicani ad essere chiamati per primi a gestire i tribunali della Santa Inquisizione, che il Beato (francescano) Marco d’Aviano si adoperò per coordinare l’alleanza cristiana contro l’invasione turca dell’Europa e partecipò insieme ai comandanti militari alla pianificazione dell’attacco svoltosi negli anni’80 del XVII secolo e che San Giovanni da Capestrano (francescano) fu incaricato dal Papa di predicare per la Crociata contro l’Impero Ottomano: riuscì a raccogliere decine di migliaia di volontari, alla cui testa partecipò all’assedio di Belgrado. Incitò i suoi uomini all’assalto decisivo con le parole di san Paolo: «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento». L’esercito turco fuggì e il sultano venne addirittura ferito.

Lo stesso San Francesco è ben distante dall’icona buonista e pacifista che gli viene associata nella modernità.

San Francesco al cospetto del sultano ayyubide d’Egitto, al-Malik al-Kamil, nipote e successore del Saladino, nel 1219, non certamente per fare "ecumenismo".
San Francesco dal sultano ayyubide d’Egitto, al-Malik al-Kamil, nipote e successore del Saladino, nel 1219. Non certamente per fare “ecumenismo”.
  1. Egemonia marxista nel socialismo e “marxismo liberale”

Se dunque le basi stesse del “socialismo religioso” divergono così tanto rispetto alla genuina tradizione cristiana e se il socialismo fu prevalentemente marxista e ateo, come possono essere inquadrati questi fenomeni nelle dinamiche storiche degli ultimi secoli?

Marco Costa inizia il suo studio del “socialismo cristiano” chiarendo un passaggio di sicura importanza:

La tesi centrale del presente volume è quella di dimostrare che socialismo e ateismo non sono necessariamente sinonimi; non lo sono sotto il profilo filosofico, non lo sono sotto il profilo politico né tantomeno sotto il profilo morale. Tale considerazione potrebbe apparire perfino scontata e banale, se non fosse che nella storia del socialismo una certa vulgata rozzamente e superficialmente marxista ha finito per assimilare i due termini, facendoli ahimè troppo spesso coincidere tanto nell’indagine teoretica quanto nella prassi politica.

Questo libro – se letto come raccolta descrittiva del fenomeno “socialista cristiano” ed inquadrato come fatto in questa breve citazione – risulta una risorsa importante per la ricerca accademica o generalmente culturale: ovviamente molte parole degli autori analizzati e alcune riflessioni a latere non possono trovare il favore di chi scrive. Volgendo lo sguardo alla dottrina di Marx – che nonostante tutto ha avuto sul pensiero socialista un’influenza radicale – è difficile non far menzione di alcuni elementi inerenti l’origine e lo sviluppo di questo modello insieme con altri che hanno contribuito a forgiare il socialismo per come è stato conosciuto in un tempo successivo.

Va dunque chiarito che (a) il marxismo, come il liberalismo, è un frutto della modernità (analogamente lo è il “socialismo cristiano” in base a quanto detto poco fa); (b) il marxismo si sviluppa sostanzialmente da una “gemmazione” del liberalismo; (c) il plurisecolare “processo rivoluzionario” ha avuto nel suo cammino sovversivo diverse tappe di cui le “rivoluzioni rosse” sono state un passaggio fondamentale e in cui sono apparsi fenomeni minori e talvolta “ausiliari”, tra cui il “socialismo cristiano”.

Se l’evidenza del punto (a) è tale da non necessitare alcuna dimostrazione, per quanto concerne il punto (b) può venirci in soccorso il saggio, edito dalla Aliberti, Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx, di Mario Alighiero Manacorda[9]. Il titolo è ovviamente provocatorio e l’autore non intende proporre un Marx implicato col liberalismo economico-politico, ma affermare quanto questo filosofo appartenga alla linea di sviluppo della modernità. Il liberalismo e il marxismo, come grandi correnti culturali del mondo moderno, vengono viste sulla stessa linea e secondo l’autore è un abbaglio del primo respingere da sé questo “nuovo” pensiero.

Si sottolinea – riferendosi al periodo tra i Grundrisse e il Capitale – quanto nel pensiero di Marx siano presenti elementi in cui si può trovare la conferma del senso non meccanicistico del rapporto struttura-sovrastruttura, quale è apparso nelle conclusioni cui quel filo conduttore delle sue ricerche lo aveva portato allora. Anzi – sostiene il Manacorda – troveremmo la prova di ulteriori sviluppi, chiaramente di stampo antideterministico, e, in ultima istanza liberale[10]. La stessa idea dell’Internazionale, usando le parole di Gramsci, “è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente”[11].

Se l’origine liberale del socialismo era certa per Pio XI, un ulteriore elemento che conferma quanto scritto e ci spiana la strada per l’analisi del punto (c) lo troviamo ancora nelle parole del Manacorda quando descrive alcuni temi affrontati dal filosofo sul piano politico, tra cui:

  • l’elogio del ruolo storico della borghesia anti-feudale, l’apprezzamento dello Stato liberale che rendendo la legge eguale per tutti, cancella le differenze corporative della società civile, ma intanto continua a vivere di esse, e poi delle rivoluzioni liberali, come il Risorgimento italiano e la vittoria antischiavista nella guerra di secessione americana; e l’atteggiamento, critico sì, ma disincantato, sul colonialismo europeo, spietato ma comunque dinamico[12].

Risulta difficile non notare quanto lo sviluppo ideologico e politico del marxismo prima e del socialismo poi sia la conseguenza dello squilibrio liberale (e industriale) determinato dall’attacco rivoluzionario alla società tradizionale e come, dopo la ritirata del socialismo, il liberalismo più sfrenato e inumano abbia potuto consolidarsi.

Sicuramente interessante – e utile ai fini del nostro studio – risulta la disamina proposta da Plinio Corrêa de Oliveira su rivoluzione protestante, rivoluzione francese, rivoluzione russa. Ovvero – perdonerete l’estrema semplificazione – assalto dottrinale all’unità religiosa, poi all’autorità tradizionale e in seguito al principio naturale della proprietà privata.

Si noterà bene come lo stesso “socialismo cristiano” sia l’erede degli errori di questo processo plurisecolare in cui la proprietà privata prima è stata assolutizzata dal liberalismo industriale, poi negata dal socialismo, infine fattivamente depauperata dalla globalizzazione.

Parlando del protestantesimo, Corrêa de Oliveira annota:

  • L’orgoglio diede origine allo spirito di dubbio, al libero esame, alla interpretazione naturalistica della Scrittura. Produsse la rivolta contro l’autorità ecclesiastica, espressa in tutte le sette con la negazione del carattere monarchico della Chiesa universale, cioè con la rivolta contro il papato. Alcune, più radicali, negarono anche quella che si potrebbe chiamare l’alta aristocrazia della Chiesa, ossia i vescovi, suoi prìncipi. Altre ancora negarono lo stesso sacerdozio gerarchico, riducendolo a una semplice delegazione del popolo, unico vero detentore del potere sacerdotale.

Leggendo queste righe balza all’occhio quanto siano presenti elementi propedeutici rispetto alle rivoluzioni successive, e – in stretta relazione con ciò che analizziamo – come sia evidente il carattere largamente protestante o protestanteggiante del “socialismo cristiano”. Sulla rivoluzione francese, non a caso, viene aggiunto:

  • Profondamente affine al protestantesimo, erede di esso e del neopaganesimo rinascimentale, la Rivoluzione francese fece un’opera in tutto e per tutto simmetrica a quella della Pseudo-Riforma. La Chiesa Costituzionale che essa, prima di naufragare nel deismo e nell’ateismo, tentò di fondare, era un adattamento della Chiesa di Francia allo spirito del protestantesimo. E l’opera politica della Rivoluzione francese non fu altro che la trasposizione, nell’ambito dello Stato, della “riforma” che le sette protestanti più radicali avevano adottato in materia di organizzazione ecclesiastica.

Ed infine, a parziale coronamento, la rivoluzione russa e il XX secolo:

  • Dalla Rivoluzione francese nacque il movimento comunista di Babeuf. E più tardi, dallo spirito sempre più attivo della Rivoluzione, sorsero le scuole del comunismo utopistico del secolo XIX e il comunismo detto scientifico di Marx. E cosa vi può essere di più logico? Il deismo dà come frutto normale l’ateismo. La sensualità, in rivolta contro i fragili ostacoli del divorzio, tende di per se stessa al libero amore. L’orgoglio, nemico di ogni superiorità, attaccherà necessariamente l’ultima disuguaglianza, cioè quella economica. E così, ebbro del sogno di una Repubblica Universale, della soppressione di ogni autorità ecclesiastica e civile, dell’abolizione di qualsiasi Chiesa e, dopo una dittatura operaia di transizione, anche dello stesso Stato, ecco ora il neobarbaro del secolo XX, il più recente e più avanzato prodotto del processo rivoluzionario[13].

Ancora una volta, gli elementi suggeriti ci fanno ben comprendere il terreno sul quale è fiorito, e sfiorito, il fenomeno che studiamo: Sola Scriptura, settarismo, rifiuto dell’autorità, infatuazioni rivoluzionarie. Se fosse necessario ribadirlo, tutto questo non può non portarci a sottolineare il carattere schiettamente moderno di questo movimento, per nulla riconducibile ad una – immaginaria – “Chiesa delle origini”.

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  1. Esempi di storture “socialiste cristiane”

Definita la genesi e il contesto in cui è cresciuto questo movimento, quali furono le storture da esso proposte?

Si può partire da quello che forse è il più celebre “socialista cristiano” italiano: Camillo Prampolini. Come riporta Costa, in un articolo pubblicato su La Giustizia del 5 febbraio 1888, Prampolini scriveva:

  • «Sì, Gesù fu socialista […]. Egli proclamò che gli uomini sono tutti uguali; non ammetteva la proprietà privata né la conseguente divisione dei cittadini in padroni e servi, ricchi e poveri, gaudenti e affamati, e predicava invece la comunione dei beni».

Ovviamente, come spesso si fa per confondere le acque, si mescolano mezze verità a grandi errori. Vero che Cristo proclamò le “Beatitudini”, vero che volle parlare – pur col linguaggio del Suo tempo – di giustizia sociale ma mai negò la proprietà privata (lo abbiamo dimostrato nelle prime righe di questo saggio) e mai pretese una generalizzata “comunione dei beni”, non esiste un singolo passo evangelico a supporto di questa teoria. DefinirLo socialista, se non fosse una bestemmia, sarebbe semplicemente una mistificazione.

Non ci si deve stupire: il carattere superficiale e “liberale” del “cristianesimo” di Prampolini lo si vide anche al momento del suo testamento. Dopo aver preteso di riproporre un fantomatico “cristianesimo delle origini” chiese di fare ciò che per il Vero Cristianesimo è sempre stato un orrore e che per la Massoneria al contrario è stato un obbiettivo ideologico: chiese di farsi cremare.

  • «La mia salma, non vestita, ma soltanto avvolta in un lenzuolo, sia trasportata al cimitero, in forma civile, sopra un carro di ultima classe, senza fiori, non seguita dai miei familiari e venga cremata, non sepolta. Né al cimitero, né altrove, nessuna lapide, nessun segno che mi ricordi».

Lo stesso “socialismo religioso” di Mazzini, appartenente alla setta della Carboneria, propose una religiosità non distante da quella che filtrava dalle logge massoniche e l’approccio politico mazziniano era prossimo ad alcune tendenze “liberal-borghesi”, come del resto sottolineato dallo stesso Marx.

In questa provvisoria lista delle storture “socialiste cristiane” non si può non far menzione del tedesco Weitling e della sua convinzione che Gesù Cristo fosse un esseno, quando è ormai accademicamente assodato il contrario. Scrisse:

  • «Ai tempi di Cristo esistevano in Palestina diverse sette segrete, fra queste la lega degli Esseni a cui appartennero Giovanni Battista e Cristo».

Ancor più eclatante la sua dichiarazione in cui sosteneva che «la monarchia fosse inconciliabile con il cristianesimo, o, meglio, che un cristiano non possa essere monarca». Weitling propone un “cristianesimo” onirico in cui il Vangelo è, nella migliore delle ipotesi, opzionale. Arcinoto il passaggio di Giovanni in cui si riferisce:

  • Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»[14]

Non fu forse crocifisso con l’ironica targa “INRI” (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, Gesù il Nazareno, Re dei Giudei)? Se queste evidenze non bastassero, rimandiamo nuovamente alle prime righe del saggio riguardanti l’episodio della moneta e il principio d’autorità.

Non migliore è l’approccio del “socialista cristiano” svizzero Ragaz. Come annota Costa, il suo pacifismo «era tutt’altro che politicamente neutrale: egli lottava per ottenere delle istituzioni sovranazionali ancorate nel diritto internazionale e per garantire la pace a livello mondiale; in casi estremi, avrebbe anche acconsentito a una forza militare operante per la pace della Società delle Nazioni». Una sorta di mondialismo ante litteram che precorreva e profetizzava i disastri politici delle Nazioni Unite, “bombardamenti umanitari” compresi.

Impareggiabili rimangono le parole del francese Leroux, che arriva a sostenere: «Cristo, un grandissimo uomo, ha posto a fondamento del suo regno l’uguaglianza; il papato, invece, ha imposto il dogma della divinità di Cristo». Per confutare queste parole basterebbe leggere, tra i tanti testi evangelici che ugualmente negherebbero quanto asserito, il Prologo di Giovanni:

  • 1 In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2 Egli era in principio presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. 4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5 la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. 6 Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. 9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. 11 Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. 12 A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13 i quali non da sangue,
    né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15 Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».16 Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. 17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18 Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato[15]

Agli esempi qui riportati si potrebbe aggiungere, tra gli altri, la confusione che fa Bauer fra Chiesa e Clero, e così via, allungando di parecchio questa lista provvisoria.

Ciò che fanno i “socialisti cristiani”, lo abbiamo detto, è ciò che hanno puntualmente fatto i nemici del Cristianesimo: prendere qualche elemento vero, assolutizzarlo, negare tutto il resto e aggiungere dozzine di errori. Non esiste, o è molto raro, un movimento politico o religioso che dica solo il falso o che abbia solo torti. Il problema è il risultato finale. Anche i nazionalsocialisti, combattendo energicamente la Chiesa Cattolica, si erano inventati un “Cristo ariano”, del tutto immaginario. Non può essere derubricata come provocazione l’aggiunta al novero dei movimenti “socialisti cristiani” anche del “cristianesimo positivo” dei nazionalsocialisti tedeschi. Lo stesso Cardinal Faulhaber, attaccando fermamente le eresie nazionalsocialiste, rivendicò il valore dell’Antico Testamento e delle molte “tutele sociali” già presenti in nuce prima che la dottrina cattolica le enunciasse in pienezza[16].

Non vi sono dunque elementi particolarmente inediti. Un dato comune ai persecutori dei cattolici è il tentativo di insidiarne la dottrina e l’unità: dalle infiltrazioni giudaizzanti dei primi secoli, fino alle incursioni protestanti, dal “clero costituzionale” della rivoluzione francese fino alla pseudo-chiesa scismatica nata dai massacri massonici nel Messico dei Cristeros, e così via fino alle appena citate ideologie otto-novecentesche.

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  1. I Santi, i Papi e le Encicliche Sociali: un tesoro dimenticato.

Gli errori forse più gravi del “socialismo cristiano” – secondi solo a quelli teologico-dottrinali – sono consistiti nell’impazienza e in un certo conformismo ideologico, per il quale un anticlericalismo diffuso impediva di cogliere i giusti e profetici ammonimenti sociali che la stessa Gerarchia Cattolica lanciava con insistenza. Abbiamo fatto cenno alle Encicliche di Leone XIII e Pio XI e a breve ci torneremo. Come riportato dallo stesso Costa, diversi eminenti prelati cattolici furono, pur restando fedelissimi alla Dottrina, veri e propri riferimenti per chi chiedeva tutele e diritti. Il Card. Manning quando per il suo zelo fu definito “socialista” non ebbe dubbio nell’affermare: “Non vi può essere un socialismo cristiano, perché la religione cristiana è essenzialmente armonica”. Scrive ancora Costa:

  • Pensiamo al vescovo Edward Gilpin Bagshawe, che nella sua roccaforte operaia di Nottingham era stato ribattezzato come apostolo operaio per il suo impegno a sostegno delle rivendicazioni proletarie. Ma i casi di prelati sensibili alle  differenti rivendicazioni operaie […] furono numerosi;

Per fare un elenco, anche sommario, dei Santi che nei secoli XIX e XX si prodigarono (coi fatti, non con semplici discorsi) per soccorrere gli operai, i proletari e gli esclusi non basterebbe una raccolta di volumi.

Si pensi – giusto per fare un paio di esempi – a Santa Francesca Saverio Cabrini, la quale “ispirandosi al grande San Francesco Saverio, sognava di salpare per la Cina, ma il Papa le indicò quale luogo di missione l’America, dove migliaia e migliaia di emigranti italiani vivevano in drammatiche e disumane condizioni. Anche lei nella prima delle sue ventiquattro traversate oceaniche condivise i disagi e le incertezze dei poveri viaggiatori, poi con straordinario coraggio affrontò la metropoli di New York, badando agli orfani e agli ammalati, costruendo case, scuole e un grande ospedale. Passò poi a Chicago, quindi in California, onde allargare ancora la sua opera in tutta l’America, sino all’Argentina. A chi si congratulava con lei per l’evidente successo di cotante opere, Madre Cabrini soleva rispondere in sincera umiltà: «Tutte queste cose non le ha fatte forse il Signore?»”.[17]

E che dire di San Giovanni Bosco e del suo impegno con i giovani, in particolare disagiati? E delle mille altre istituzioni religiose che hanno alleviato le dure condizione della popolazione urbana e rurale in Europa e America?

Se le opere di questi Santi sono importanti, ancor di più lo fu la ferma posizione dottrinale sostenuta dalla Chiesa, che in quegli anni – mentre soffriva la persecuzione dei governi liberali e massonici – si vedeva attaccata dai vari socialismi (tra cui quello “cristiano”). Le Encicliche Sociali, ed in particolare la Graves de Communi Re, la Rerum Novarum e la Quadragesimo Anno (chiamata così perché scritta nel quarantesimo anniversario della precedente) furono dei fari di saggezza spesso ignorati da chi guidava le nazioni. Ci accingiamo, in conclusione, a riportare una breve antologia di alcuni estratti la cui attualità apparirà notevole a qualunque lettore attento[18].

 

San Giovanni Bosco e i suoi giovani
San Giovanni Bosco e i suoi giovani
  1. Breve antologia: estratti delle Encicliche sociali Rerum Novarum, Graves de Communi Re e Quadragesimo Anno

 

RERUM NOVARUM, promulgata il 15 maggio 1891 da Papa Leone XIII:

[…] É chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori.

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[…] Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità. Invece è verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell’armonico temperamento che si chiama simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l’equilibrio. L’una ha bisogno assoluto dell’altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora, a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.

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[…] L’insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l’uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l’opera propria. Quello che veramente è indegno dell’uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell’anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all’operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall’amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l’età e con il sesso.

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[…] Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai… che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti. Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l’operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza.

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[…] Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all’eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. […] I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono; che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo; che dell’uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice.

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[…] Soddisfatte le necessità e la convenienza è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. Quello che sopravanza date in elemosina. Eccetto il caso di estrema necessità, questi, è vero, non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana il cui adempimento non si può certamente esigere per via giuridica, ma sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Cristo, il quale inculca in molti modi la pratica del dono generoso e insegna: E’ più bello dare che ricevere, e terrà per fatta o negata a sé la carità fatta o negata ai bisognosi: Quanto faceste ad uno dei minimi di questi miei fratelli, a me lo faceste. In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui: Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall’essere troppo duro di mano nell’esercizio della misericordia; chi ha un’arte per vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità.

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[…] Non è giusto, come abbiamo detto, che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. Tuttavia, i governanti debbono tutelare la società e le sue parti. La società, perché la tutela di questa fu da natura commessa al sommo potere, tanto che la salute pubblica non è solo legge suprema, ma unica e totale ragione della pubblica autorità; le parti, poi, perché filosofia e Vangelo si accordano a insegnare che il governo è istituito da natura non a beneficio dei governanti, bensì dei governati. E perché il potere politico viene da Dio ed è una certa quale partecipazione della divina sovranità, deve amministrarsi sull’esempio di questa, che con paterna cura provvede non meno alle particolari creature che a tutto l’universo. Se dunque alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrasta un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato.

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[…] I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.

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[…] Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l’autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni.

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[…] La rivoluzione ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell’andamento dello Stato una grande influenza. Dall’altra una moltitudine misera e debole, dall’animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s’incoraggia l’industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all’altra, togliendo l’immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza. Oltre a ciò, dalla terra si ricaverà abbondanza di prodotti molto maggiore. Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore, anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono, per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti ma una certa agiatezza. Ed è facile capire come questa alacrità giovi moltissimo ad accrescere la produzione del suolo e la ricchezza della nazione. Ne seguirà un terzo vantaggio, cioè l’attaccamento al luogo natio; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte.

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GRAVES DE COMMUNI RE, promulgata il 18 gennaio 1901 da Papa Leone XIII:

[…] Anche i dissidenti dai Cattolici, toccati dalla verità dei fatti, non esitarono a dichiarare che alla Chiesa ben s’addice il vanto di accorrere provvida alla salute di tutte le classi sociali e principalmente dei diseredati dalla fortuna. I Cattolici poi colsero dai Nostri ammonimenti frutti abbastanza copiosi. In effetti ne trassero incoraggiamento e lena ad ottime imprese, e ne derivarono ancora la luce desiderata per continuare con più sicurezza e più felicemente tal maniera di studi. Ond’è che le lor dissensioni in parte cessarono, in parte si mostrarono più calme. Quanto ai fatti, si riuscì con costanza di propositi a introdurre ed estendere utili istituzioni, quali il segretariato del popolo, le casse rurali, le società di mutuo soccorso e di previdenza, le operaie, ed altrettali società ed opere, con che provvedere agl’interessi dei proletari particolarmente in quei luoghi ove erano più negletti.

Così dunque, sotto gli auspici della Chiesa s iniziò fra i cattolici una comunanza d’azione e sollecitudine d’istituzioni in aiuto alla plebe, che tanto spesso lotta non meno con le insidie e i pericoli che con la povertà e le sventure. Questa specie di previdenza popolare non si usò da prima contraddistinguerla con denominazioni particolari; perché quelle di socialismo cristiano, e di socialisti cristiani introdotte da alcuni, caddero meritamente in disuso.

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QUADRAGESIMO ANNO, promulgata il 15 maggio 1931 da Papa Pio XI:

Voi conoscete, venerabili Fratelli e diletti Figli, anzi avete familiare la mirabile dottrina onde l’enciclica Rerum novarum resterà gloriosa nei ricordi dei secoli. In essa l’ottimo Pastore, lamentando che una sì grande parte degli uomini, si trovano ingiustamente in uno stato misero e calamitoso, con animo invitto prende a tutelare egli stesso in persona la causa degli operai che le circostanze hanno consegnati soli e indifesi alla inumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia della concorrenza (enc. Rerum novarum, n. 2), senza chiedere aiuto alcuno né al liberalismo né al socialismo, dei quali l’uno si era mostrato affatto incapace di dare soluzione legittima alla questione sociale, l’altro proponeva un rimedio che, di gran lunga peggiore del male, avrebbe gettato in maggiori pericoli la società umana. 

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[…] La dottrina di Leone XIII, così nobile, così profonda e così inaudita al mondo, non poteva non produrre anche in alcuni cattolici una certa impressione di sgomento, anzi di molestia e per taluni anche di scandalo. Essa infatti affrontava coraggiosamente gli idoli del liberalismo e li rovesciava, non teneva in nessun conto pregiudizi inveterati, preveniva i tempi oltre ogni aspettazione; ond’è che i troppo tenaci dell’antico disdegnavano questa nuova filosofia sociale, i pusillanimi paventavano di ascendere a tanta altezza; taluno anche vi fu, che pure ammirando questa luce, la riputava come un ideale chimerico di perfezione più desiderabile che attuabile. 

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Dopo l’immane guerra, quando i governanti delle nazioni principali, al fine di reintegrare una vera e stabile pace con un totale riassetto delle condizioni sociali, ebbero sancito fra le altre norme allora stabilite quelle che dovevano regolare secondo equità e giustizia il lavoro degli operai, tra quelle norme non ne ammisero forse molte, così concordanti coi principi e i moniti Leoniani, da sembrare di proposito dedotte da quelli? E veramente l’enciclica Rerum novarum resta un monumento memorando a cui si possono applicare con diritto le parole di Isaia: Alzerà un vessillo alle nazioni(Is 11, 12). 

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Quanto al potere civile, Leone XIII, superando arditamente i limiti segnati dal liberalismo, insegna coraggiosamente che esso non è puramente un guardiano dell’ordine e del diritto, ma deve adoperarsi in modo che con tutto il complesso delle leggi e delle politiche istituzioni ordinando e amministrando lo Stato, ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità (enc. Rerum novarum, n. 26).

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In verità l’enciclica Rerum novarum, mentre vacillavano le massime del liberalismo, che da lungo tempo intralciavano l’opera efficace dei governanti, mosse i popoli stessi a promuovere con più sincerità e più impegno la politica sociale, e indusse i migliori tra i cattolici a prestare in questo il loro utile concorso ai reggitori dello Stato sicché spesso si dimostrarono nelle Camere legislative sostenitori illustri di questa nuova politica; anzi le stesse leggi sociali moderne furono non di rado proposte ai voti dei rappresentanti della nazione e la loro esecuzione fu richiesta e caldeggiata da ministri della Chiesa, imbevuti degli insegnamenti Leoniani. 

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Quegli insegnamenti furono pubblicati in un tempo veramente opportuno; quando in parecchie nazioni i pubblici poteri, totalmente asserviti al liberalismo, poco favorivano, anzi avversavano apertamente le menzionate associazioni di operai: e mentre riconoscevano consimili associazioni di altre classi e le proteggevano, con ingiustizia esosa negavano il diritto naturale di associarsi proprio a quelli che più ne avevano bisogno per difendersi dallo sfruttamento dei potenti. Né mancava tra gli stessi cattolici chi mettesse in sospetto i tentativi di formare siffatte organizzazioni, quasi sapessero di un certo spirito socialistico o sovversivo. 

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Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne ricavavano, ogni cosa il capitale prendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse a ristorare le forze e a riprodurre. Giacché andavano dicendo che per una legge economica affatto ineluttabile, tutta la somma del capitale apparteneva ai ricchi, e per la stessa legge gli operai dovevano rimanere in perpetuo nella condizione di proletari, costretti cioè a un tenore di vita precario e meschino.

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A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale. 

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[…] Quando parliamo di riforma delle istituzioni, pensiamo primieramente allo Stato, non perché dall’opera sua si debba aspettare tutta la salvezza, ma perché, per il vizio dell’individualismo, come abbiamo detto, le cose si trovano ridotte a tal punto, che abbattuta e quasi estinta l’antica ricca forma di vita sociale, svoltasi un tempo mediante un complesso di associazioni diverse, restano di fronte quasi soli gli individui e lo Stato. E siffatta deformazione dell’ordine sociale reca non piccolo danno allo Stato medesimo, sul quale vengono a ricadere tutti i pesi, che quelle distrutte corporazioni non possono più portare, onde si trova oppresso da una infinità di carichi e di affari. 

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In primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. 

Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. 

Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza. 

***

Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele. A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l’abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia. Nell’ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene. 

***

[…] Né […] si dovrà credere che quei partiti o gruppi di socialisti, che non sono comunisti, si siano ricreduti tutti a tal segno, o di fatto o nel loro programma. No, perché essi per lo più, non rigettano né la lotta di classe, né l’abolizione della proprietà, ma solo la vogliono in qualche modo mitigata. Senonché, essendosi i loro falsi princìpi così mitigati e in qualche modo cancellati, ne sorge, o piuttosto viene mosso da qualcuno, il dubbio: se per caso anche i princìpi della verità cristiana non si possano in qualche modo mitigare o temperare, per andare così incontro al socialismo e quasi per una via media accordarsi insieme. E vi ha di quelli che nutrono la vana speranza di trarre a noi in questo modo i socialisti. Vana speranza, diciamo. Quelli, infatti, che vogliono essere apostoli tra i socialisti, devono professare apertamente e sinceramente, nella sua pienezza e integrità, la verità cristiana, ed in nessuna maniera usare connivenza con gli errori. Che, se veramente vogliono essere banditori del Vangelo, devono studiarsi anzitutto di far vedere ai socialisti che le loro rivendicazioni, in quanto hanno di giusto, si possono molto più validamente sostenere coi princìpi della fede cristiana e molto più efficacemente promuovere con le forze della cristiana carità. 

***

[…] Ma che dire nel caso che, rispetto alla lotta di classe e alla proprietà privata, il socialismo sia realmente così mitigato e corretto da non aver più nulla che gli si possa rimproverare su questi punti? Ha con ciò forse rinunziato ai suoi princìpi, alla sua natura contraria alla religione cristiana? Qui sta il punto, su cui molte anime si trovano esitanti. E non pochi sono pure i cattolici, i quali ben conoscendo come i princìpi cristiani non possono essere né abbandonati, né cancellati, sembrano rivolgere lo sguardo a questa Santa Sede e domandare con ansia, che decidiamo se questo socialismo si sia ricreduto dei suoi errori a tal segno, che senza pregiudizio di nessun principio cristiano, si possa ammettere e in qualche modo battezzare. Ora per soddisfare, secondo la Nostra sollecitudine paterna, a questi desideri, proclamiamo che il socialismo, sia considerato come dottrina, sia considerato come fatto storico, sia come « azione », se resta veramente socialismo, anche dopo aver ceduto alla verità e alla giustizia su questi punti che abbiamo detto, non può conciliarsi con gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Giacché il suo concetto della società è quanto può dirsi opposto alla verità cristiana. 

***

[…] Se il socialismo, come tutti gli errori, ammette pure qualche parte di vero (il che del resto non fu mai negato dai Sommi Pontefici), esso tuttavia si fonda su una dottrina della società umana, tutta sua propria e discordante dal vero cristianesimo. Socialismo religioso e socialismo cristiano sono dunque termini contraddittori: nessuno può essere buon cattolico ad un tempo e vero socialista. 

***

[…] Senonché, avendo Noi spiegato già largamente nella Nostra enciclica Divini illius Magistri su quali princìpi si fondi e quali fini intenda l’educazione cristiana (enc. Divini illius Magistri del 31 dicembre 1929), è tanto chiaro ed evidente che ad essi contraddice quanto fa e cerca il socialismo educatore, che non occorre altra dichiarazione. Ma quanto siano gravi e terribili i pericoli che questo socialismo porta seco, sembra che l’ignorino o non vi diano gran peso coloro che non si curano punto di resistervi con zelo e coraggio secondo la gravità della cosa. È Nostro dovere pastorale quindi mettere costoro in guardia dal danno gravissimo e imminente, e si ricordino tutti che di cotesto socialismo educatore è padre bensì il liberalismo, ma l’erede è e sarà il bolscevismo. 

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[1] Il termine era usato da Pio XII.

[2] Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. (Matteo 27,57-60)

[3] Vittorio Messori, Gesù vestiva «firmato», La Bussola quotidiana, 6 gennaio 2011.

[4] Giovanni 12.

[5] Matteo19.

[6] Matteo 22.

[7] Matteo 16.

[8] Marta Sordi, I cristiani e l’impero romano, Editoriale Jaca Book, 2004, p. 83.

[9] Alunno della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha ricoperto prestigiosi incarichi nel mondo accademico e nell’area politico-culturale del Partito Comunista Italiano. Preside del Convitto-Scuola per Partigiani e Reduci presso l’Anpi di Roma, direttore delle Edizioni Rinascita, responsabile della Commissione Scuola presso la Direzione del PCI e della Sezione Educazione dell’Istituto Gramsci, direttore della rivista “Riforma della Scuola”, membro del Comitato direttivo della Fédération internationale des Syndicats de l’Enseignement, professore ordinario di Storia dell’educazione nelle Università degli Studi di Firenze e Università di Roma La Sapienza.

[10] M. A. Manacorda, Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx, Aliberti, 2012, p. 47.

[11]Antonio Gramsci, L’Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, p. 380, citato in: Salvatore Tinè, Internazionalismo e questione nazionale nel pensiero di Gramsci, Marx21.it, 11 marzo 2012.

[12] M. A. Manacorda, Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx, Aliberti, 2012, p. 14.

[13]Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-rivoluzione, Sugarco Edizioni, capitolo III “Caratteri di questa crisi”; pp. 47-50.

[14] Giovanni 18.

[15] Giovanni 1.

[16] Michael von Faulhaber, Giudaismo, Cristianesimo, Germanesimo: prediche tenute in S. Michele di Monaco nell’ Avvento del 1933, Morcelliana, Brescia, 1934, pp. 108 e seguenti.

[17] Scheda di Santa Francesca Saverio Cabrini su Santiebeati.it

[18] Testo realizzato con il contributo della Dott.ssa Ilaria Pisa.

5 Commenti a "Fede e giustizia sociale. Il problema del “socialismo cristiano”"

  1. #Southern   16 maggio 2014 at 11:59 pm

    Da far leggere a quella marmaglia pseudocattolica socialista ormai innamorata devi vari dittatori a pugno chiuso.

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