Lettera aperta a Papa Giovanni XXIII

(1)

 

Santità, sono un fedele della Chiesa Cattolica, oggi nell’anno di grazia 2014. Sono trascorsi cinquant’anni da quando Voi siete comparso davanti al Giudizio di Dio, e da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, soprattutto nel Tevere.

Certo è inutile che io mi metta a raccontarVi anche solo le cose essenziali delle vicende di questi cinquant’anni che ci separano, perché Voi  ovviamente sapete già tutto perfettamente.

Vi scrivo semplicemente per comunicarVi alcuni pensieri che dagli ultimi giorni a questa parte – e Voi sapete meglio di tutti quello che è successo- mi sono venuti in mente, proprio su di Voi.

Io non conosco ancora molto bene la Vostra vita, certo so della Vostra umile origine, dei Vostri anni giovanili, quando grazie al Vostro vescovo[1], che Voi  avete sempre amato, siete andato a completare gli studi ecclesiastici a Roma[2].

So bene poi della stima e amicizia che nutrivate per don Ernesto[3], tanto da farlo Vostro prete assistente la prima volta che Voi offriste il Divino Sacrificio.

Immagino che in quegli anni di fermento, quando le novità[4] si diffondevano, soprattutto tra i giovani leviti come Voi, proprio all’ombra della basilica della Cristianità, anche Voi foste affascinato da quelle nuove vie, e forse ne provaste anche un certo trasporto.

Ma era già l’epoca in cui il mitissimo Pio, dal sommo trono, con l’apostolica Autorità lanciava l’anatema[5].

E Voi da allora, e per molti anni, studiaste bene di non dare scandalo con queste novità: durante quella gita – così mi pare si narri- Voi non voleste  andare a trovare l’autore[6] di quel romanzo che sicuramente Voi avevate letto più volte, perché  tale cosa avrebbe potuto comprometterVi la carriera.

So bene che sentimenti Voi provaste nell’ascoltare le lezioni di apologetica di quel santo gesuita[7], quando in una calda estate venne al seminario della sua città, mentre Voi già avevate dei ruoli[8], so bene che la santa intransigenza di quel friulano –che Dio l’abbia in Gloria!- Vi disgustava veramente tanto: costui non lasciava spazio al minimo dialogo con il mondo, certo e sicuro su una dottrina di venti secoli di lotte, vero milite della milizia divina sulla terra – la Chiesa Cattolica – ; mentre Voi nel vostro cuore nutrivate sentimenti ben più benevoli verso quel mondo che forse non appariva così brutto.

So bene della Vostra proverbiale obbedienza ai superiori, a cominciare dal Vostro amato vescovo; so bene che per i Vostri natali e per le Vostre esperienze,  Voi avete sviluppato, in qualche modo, questa reverenza assoluta per l’ Autorità, reverenza che andava ben oltre la virtù, sfociando nel servilismo.

Ma qui sono temerario: cinquant’anni fa Iddio Vi ha  già giudicato anche per questo – o almeno presumo sia così – ma perdonatemi se mi sono spinto troppo in là.

Voi certo avete avuto in sorte di vivere in un periodo in cui “batteva la storia”, e di cose ne avete viste e fatte vedere tante.

Di paesi anche ne avete visti molti, di riti pure, dall’oriente all’occidente[9].

Io non voglio pensare male: c’è chi dice che di riti Voi ne abbiate visti anche troppi[10], io voglio credere di no, e ad ogni modo cambierebbe poco.

So poi dello stupore che Voi faceste provare nei palazzi patriarcali[11] quando invitavate i capi degli scismatici o delle false religioni, io voglio credere per mostrare loro la luce del santo Evangelo e la verità tutta intera, sicuramente li facevate sentire a loro agio, perché si dice ancora oggi, anzi oggi più che mai, del Vostro carattere “miracolosamente” buono.

Alcuni insinuano che Voi desideravate ardentemente la somma cattedra della Chiesa Cattolica, molti altri invece dicono che Voi non Ve ne curavate, quando eravate principe.

E così quando il grande Pio XII rese l’anima a Dio, poco dopo i signori cardinali elessero Voi, un “umile lavoratore nella vigna del Signore”.

Certo non mostraste  particolari emozioni, anzi le faceste provare agli altri quando decretaste la prima abolizione, e nessuno Vi baciò più la pantofola[12]. Poi serenamente Vi ritiraste “a recitare il rosario, il vespro e la compieta”, stando al racconto del Vostro fedele amico.[13]

Io credo che Voi abbiate accettato veramente il Pontificato, senza nessuna riserva[14], anche se non siamo tutti concordi su questo, ma sicuramente dopo di Voi si fece e si fa altrimenti.

Certo Voi avevate nel cuore anche il concilio di Trento e la Sacra Tradizione, perché mai faceste un atto pubblico palesemente contro di essa.

Con ancora più certezza  Voi avevate nel cuore anche il mondo, tanto che mai faceste un atto pubblico palesemente contro di esso.

Voi, caro Papa, eravate così abituato ad obbedire che quando vi siete trovato a dover obbedire solo a Dio, e tramite Egli alla Chiesa tutta, nella sua storia, sicuramente Vi siete trovato a disagio[15].

Infatti, oltre che ad Iddio, Voi avevate sempre obbedito anche a degli uomini: è un gran mistero di come in quei cinque anni Voi Vi  regolaste.

E così un anno prima di spirare Voi decideste di fare quello che faceste[16], ed è inutile che io Ve lo ricordi.

Inutile ricordarVi quel gesto di quel cardinale genovese[17] che in intimità dal terrazzo vaticano Vi ammoniva sul confine che sarebbe sparito tra lo Stato vaticano e lo stato italiano, quasi a significare la fine della distinzione tra cose sacre e profane. Inutile ricordare alla  Vostra anima, da mezzo secolo oramai non più sottoposta alla giurisdizione ecclesiastica, il tedio dei giorni che precedettero l’annuncio dell’evento al mondo, i mille dubbi che Voi, forse, aveste allora.

Così mentre stava succedendo quello che successe – e ripeto che non voglio neppure nominare ciò che avvenne- Voi rendevate l’anima a Dio.

Voglio credere come qualcuno dice, che sul letto di morte Voi abbiate detto: “ Mio Dio, cosa ho fatto!”.

Voglio credere che di questo fatto mostruoso Voi vi siate debitamente pentito.

Con tutto il cuore spero che Voi, dopo la purificazione che Dio stabilì, ora siate in Cielo, e possiate vedere faccia a faccia quel Dio che sulla terra  Voi aveste l’onore e l’onere di rappresentare.

Di là vediate la nostra miseria, e la miseria in cui Voi avete buttato la Chiesa.

Di là vediate nel profondo la bestemmia mondiale che si è compiuta nel giorno in cui un tempo i neofiti deponevano le vesti immacolate[18].

Di là… vediate un po’ vicino a che persona hanno appeso il Vostro ritratto, quel giorno in cui la Chiesa è stata umiliata.

E questa visione, ed è solo il mio auspicio, possa essere l’ultima dolorosissima ed umiliante prova da superare, prima di giungere al Cielo.

In Domino

Pacificus

 

[1]  Monsignor Giacomo Radini Tedeschi, vescovo di Bergamo, il quale si dimostrò benevolo nei confronti dei modernisti.

[2] Il seminarista Angelo Roncalli, dopo aver studiato al Seminario diocesano di Bergamo, vinse una borsa di studio e si traferì all’ Apollinare a Roma.

[3] Don Ernesto Bonaiuti, capofila del modernismo italiano, poi scomunicato da Papa San Pio X

[4] Ci riferiamo ovviamente al dilagare dell’eresia modernista nei primi anni del Novecento.

[5] Ovvero l’Enciclica Pascendi Dominici gregis del 1907

[6] Antonio Fogazzaro, autore, tra l’altro, de “Il Santo”

[7] Ovvero Padre Guido Mattiussi SJ che tenne al seminario di Bergamo delle lezioni di apologetica nell’estate 1911

[8] Insegnante di Storia della Chiesa presso il Seminario di Bergamo

[9]  Giovanni XXIII all’epoca era delegato apostolico in Bulgaria e Turchia.

[10] Il riferimento alla presunta iniziazione massonica di Roncalli durante la sua permanenza in quelle terre.

[11] Ci riferiamo a incontri privati dell’allora Patriarca di Venezia Roncalli con esponenti di altri culti e religioni.

[12] Appena eletto, all’atto di obbedienza dei cardinali, dispensò i cardinali dal ”bacio del piede”.

[13] Cioè il segretario, Loris Capovilla, oggi “cardinale”.

[14] La papalità di Giovanni XXIII è discussa nel mondo cattolico integrale, secondo alcuni sarebbe vero Papa, secondo altri (in merito all’apertura del Concilio Vaticano secondo) non avrebbe avuto l’intenzione di fare il bene della Chiesa. Seguendo la posizione del teologo domenicano Monsignor Michel Louis Guerard des Lauriers, la vacanza della Sede è certo solo a partire dal 7 dicembre 1965 

[15] Cfr. http://radiospada.org/2014/04/il-mito-del-papa-buono-un-articolo-di-padre-innocenzo-colosio-o-p/

[16] Vale a dire la convocazione del Concilio Vaticano II.

[17] Il Cardinal Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova.

[18] Ci riferiamo alla domenica in Albis, quest’anno caduta il 27 aprile, giorno delle “canonizzazioni”.

10006379_430518220417126_2587056461275187067_n

4 Commenti a "Lettera aperta a Papa Giovanni XXIII"

  1. #bbruno   9 maggio 2014 at 4:14 pm

    perfetto, dominicus, perfetto….E se per la vostra bontà ( e amor della pace, per cui vi firmate ‘pacificus’) e per la nostra obbligata umiltà di fronte al giudizio di Dio, non può esser negata la di Giovanni XXIII ammissione al cospetto di Dio, pur dopo la inevitabile purificazione, nessun ‘papa’ Razinger e nessun ‘papa’ Bergoglio possono obbligarmi a vedere in quell’uomo miracolosamente ‘buono’ un (vero ) santo del Pardadiso..Un salvato dalla infinita misericordia di Dio, forse….Grazie, pacificus… A quando una lettara a GP II e una – tra poco sarà il momento buono – a Paolo VI???. .

    Rispondi
    • #guelfonero   19 giugno 2014 at 7:56 pm

      Vorrei rassicurarla, BBruno. Alcuni tra noi ritengono che Giovanni XXIII non fosse papa. Piergiorgio Seveso

      Rispondi
      • #bbruno   20 giugno 2014 at 2:07 pm

        e quindi tanto più assurdo – se è lecita l’espressione – venerare e pregare come santo, un papa fasullo! L’unica virtù ‘eroica’ – virtù come ‘capacità’ – che gli può essere riconosciuta, è quella di averla data da intendere a tanti… (una vitù – una ‘capacità – che perdura tuttora….)

        Rispondi

Rispondi