La croce dell’informe – Breve storia critica del crocefisso nell’arte (quinta parte)

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Con quest’articolo continua la pubblicazione in varie puntate (qui la prima, qui la secondaqui la terza e qui la quarta) di una “Breve storia critica del Crocifisso nell’arte” a cura di Luca Fumagalli,  socio fondatore e membro storico di Radio Spada.

 

di Luca Fumagalli

 

4. La rinascenza artistica

Nonostante i fasti del medioevo, il secolo che più di tutti regala una vastissima produzione di Crocifissi, sia in campo artistico che artigianale, è sicuramente il 1500. Nelle crocifissioni del Perugino (1448-1523), di Raffaello (1483-1520), di Gaudenzio Ferrari (1475-1546) e di molti altri maestri che si cimenteranno con il soggetto sacro, la bellezza formale e la cura anatomica sembrano fondersi generalmente con una maggiore attenzione al particolare storico (le croci dei ladroni, la folla riunita intorno al tragico evento, i particolari architettonici della città di Gerusalemme sullo sfondo ecc.). L’artista del XVI secolo  «è fine, elegante, equilibrato, signore assoluto della materia. Gli elementi realistici ed idealistici, ancora in parte scomposti nel quattrocento, si fondono, si armonizzano, si addolciscono dando alla materia quella significazione ed elevazione ideale che fu detto “platonismo nell’arte”»[1]. D’altronde questo amore per la bellezza formale (che però spesso adombrava l’angoscia e la sofferenza di Gesù per farne un oggetto meramente estetico) è alimentato dalla scoperta, in quegli stessi anni, di molti capolavori classici greco-romani che permettono uno studio nuovo degli antichi canoni che sostengono ulteriormente la formazione dell’ artista (reso del resto già sicuro da una rinnovata attenzione allo studio del vero).

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In concomitanza si riscopre, in particolare con Michelangelo (1475-1564), il Crocifisso vivente: le nobili e perfette forme del corpo irrobustiscono la figura del Cristo che non appare più ad occhi chiusi e sembra quasi ribelle al supplizio. Nel vedere il bellissimo disegno Cristo sulla croce (1541), conservato al British Museum, possiamo certo accorgerci dei grandi cambiamenti in atto nel periodo. Il risultato di un lavoro compiuto con dovizia di particolari anatomici e attenzione al formalismo classico è quello di un Gesù sorprendentemente erculeo (seppur non rigido) che sembra quasi volersi liberare da un momento all’altro dall’infamia della Croce. Sembra che qui Michelangelo abbia voluto presentare efficacemente il binomio uomo-divino, disperazione-speranza, morte-vita[2].

 

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Il XVI è anche il secolo della riforma protestante che, seppur squarciò l’Europa cristiana con il male dell’eresia, non portò né cambiamenti notevoli né nuovi motivi protestantici ai Crocifissi della Germania o di qualsiasi altro paese del nord. Anzi, gli artisti proseguirono nella ricerca realistica inaugurata nel secolo precedente. Il Dürer (1471-1528), Holbein (1497-1543) e Lucas Cranach (1472-1553), pur non raggiungendo la rinnovata bellezza della penisola italiana, hanno composto pregevolissimi Crocifissi dove il realismo e il tratto secco gli avvicinano molto ai quattrocentisti della scuola di Masaccio.

Accanto a questi lavori non mancano comunque episodi di innovazione a volte anche spregiudicata, come nel caso della famosa crocifissione dipinta da Matthias (o Mathis) Grünewald (ca. 1480-1528) come  pala d’altare per la chiesa di Isenheim. In questo caso un capriccioso e morboso gioco di realismo ha gettato Cristo, dipinto come un cadavere in decomposizione,  nel verismo più laido. Infatti Gesù, «orrendamente irto delle spine della corona e della flagellazione nelle carni verdastre»[3], è esagerato nelle proporzioni in un patetico gioco deformante che sarà poi una prerogativa dell’espressionismo tedesco dei primi del ‘900 (che a Grünewald si ispira apertamente). Anche tenendo conto delle interessanti suggestioni del filosofo Giovanni Reale circa il motivo di questo verismo esasperato (visto come un tentativo di avvicinare le sofferenze di Cristo sulla Croce a quella dei lebbrosi ricoverati nell’ospedale di Isenheim)[4], la pala risulta troppo concentrata sulla sofferenza da tralasciare quasi completamente il lato divino della figura di Gesù e della speranza che esso porta al mondo[5].

 

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[1] COSTANTINI, Il crocifisso nell’arte, p. 135.
[2] Per ulteriori informazioni sullo stile dei crocifissi di Michelangelo si rimanda a E. CAMESASCA, Michelangelo pittore, Milano, Rizzoli, 1966, p. 106 [“I classici dell’arte”].
[3] P. BIANCONI, Grünewald, Milano, Rizzoli, 1972, p. 91 [“I Classici dell’arte”].
[4] G. REALE, I misteri di Grünewald e dell’Altare di Isenheim, Milano, Bompiani, 2006, pp. XXVIII-XXXI.
[5] La Crocifissionedi Isenheim di Grünewald sarà tra le fonti ispiratrici di moltissimi Crocifissi del XX secolo e,  non a caso, gli artisti che a lui si ispireranno saranno tendenzialmente quelli più lontani da una resa sacra del soggetto religioso (Nolde, Picasso, Bacon…).