14 LUGLIO / Gli eroi della Bastiglia

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di Pino Tosca 

Nel 1889, per ricordare il primo centenario del quatorze julliet, il governo massonico di Francia inaugurò quell’indecenza di ferraglia che chiamiamo Tour Eiffel.
Nel 1989, per il secondo centenario, i festeggiamenti furono altrettanto grotteschi. La “farsa della Bastiglia” -come la definì Vittorio Messori- sotto la gran maestria del massone Mitterand, costò alle finanze dell’Eliseo due miliardi di lire, senza contare gli altri quattro miliardi e mezzo gettati via per una pellicoletta su Mirabeau. E senza mettere in conto mostre, banchetti pantagruelici, promenades revolutionnaires e danze di ogni tipo. “Una kermesse benedetta dal capitalismo” annotò il socialista Luciano Pellicani, criticando il compagno socialista Jack Lang, gran sacerdote dei baccanali parigini. La “benedizione capitalista” arrivò anche sotto le vesti della Volkswagen, che provvedeva a far affiggere migliaia di manifesti tappezzati di eloquenti “ça ira”.
Noi italiani, del resto, ce la cavammo altrettanto bene nella corsa al sanculottismo svettante. Se il sindaco di Roma, il democristiano Giubilo, decise di piantare in Campidoglio un Albero della Libertà, facendo coniare un’apposita medaglia per la festa-massacro, quello di Firenze programmò una bolgia notturna lunga sette ore, condita di teatrini di corte, momenti di animazione e pagliacciate varie.
Non arrabbiamoci. Altrimenti che dovremmo fare nel ricordare che il Conte di Clermont, primogenito del Conte di Parigi, pretendente al Trono, in quei giorni riconosceva che la Rivoluzione aveva fatto progredire la Francia e dichiarava di voler partecipare alle commemorazioni ghigliottinesche, con un gentile pensiero rivolto alla testa mozzata dell’avo Luigi?
Consoliamoci col fatto che nello stesso giorno una squadra di giovani operai pensò bene di assaltare un teatro parigino -ove quattrocento alto-borghesi stavano deliziando le loro orecchie con inni e canti giacobini- spaccando tutto e tirando giù delle sacrosante legnate. Che, a dire il vero, sarebbe stato più educativo far piovere sulle auguste spalle del Conte di Clermont.

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Aveva certamente ragione Franco Cardini nel sostenere che “i circoli intellettuali si dividono in due categorie: quelli che sanno cos’è accaduto il 14 luglio e non lo amano, e quelli che non lo sanno”. Aggiungendo: “Per la verità c’è una terza categoria: quelli che lo sanno e lo festeggiano ugualmente ma sono in malafede”.
Già, perchè l’assalto del quatorze juillet, con il suo strascico di carmagnole sdrucite, di sbronze collettive e di teste mozzate, è diventato per i rivoluzionari di ogni tinta e Paese, qualcosa di più che un semplice riferimento storico, è ormai un simbolo classico della Rivoluzione stessa. 
Al contrario dello chansonnier anarchico Brassens che in una sua canzoncina dice strafottente: “le jour du quatorze juillet/ je reste dans mon lit douillet”, non c’è barba di professore radicale che non sia rimasto affascinato dalla ventata ghigliottinesca della Bastiglia. Per certi cattedratici disposti a tuffarsi in ogni luogo comune e in ogni astrazione, la realtà storica conta ben poco. 
In una conferenza tenuta a Firenze nel lontano 1896, così Francesco Saverio Nitti parlava: “La presa della Bastiglia fu salutata da tutti gli spiriti eletti, quasi dentro il carcere politico di Parigi ognuno avesse qualche cosa della sua anima che sentiva il bisogno di liberarsi”. 

Sì, dentro il carcere politico di Parigi ognuno aveva “qualche cosa della sua anima che sentiva il bisogno di liberarsi”. E lo fece nel modo più caotico ed improvvisato; tanto è vero che vi furono ottantatrè morti e sessanta feriti, per il semplice fatto che i patriotes in quella sarabanda generale finirono con lo spararsi addosso a vicenda, spingendosi l’un l’altro nei fossati. 
In quell’indescrivibile disordine non vi sono capi che comandano, non esiste alcun piano d’azione e qualche centinaio di picche la vogliono spuntare sui cannoni della fortezza. 
La fortuna sfacciata della sanculotteria è che al comando degli “assediati” si trova un governatore come il timido De Launey, il quale non vuole assolutamente sparare sulla masnada perchè qualche palla di cannone potrebbe danneggiare una sua casetta appena acquistata e situata nelle vicinanze. 
Nel contempo, pochi altri esaltati stanno assalendo gli Invalidi. A comandare gli Svizzeri, qui vi è il generale Benseval, che in quel momento è preso da un atroce dubbio, uguale a quello di De Launey. Infatti, se fa tirare sulla folla questa potrebbe infastidirsi e mandare all’aria una sua casa là nei pressi, ove ha da poco fatto costruire un bellissimo bagno. Se quindi Benseval ci tiene tanto al suo bagno, perchè De Launey non dovrebbe tenerci alla sua casetta? Più tardi, Rivarol commenterà con lucido sarcasmo: “De Launey aveva perso la testa prima ancora che gliela staccassero..”. 
Alla Bastiglia i rivoltosi urlano da sotto: “Abbasso la truppa!” Per risposta, la truppa chiede loro per piacere di andarsene. Difatti, gli Invalidi della guarnigione scriveranno qualche giorno dopo nel loro memoriale: “Pregammo costoro come più potemmo, onestamente, di ritirarsi”. Insomma, quelli sono decisi a tagliare più teste possibili di militari ed i militari fanno loro queste commoventi cortesie. Un nobile di antico lignaggio come il signor De Launey arretra di fronte all’orda scalcagnata del droghiere Pannetier. E quando questi rudimentali senza-mutande penetrano dentro la fortezza e si arrampicano fin sui tetti, il De Launey ordina (finalmente un ordine!), alle sue guardie di rinchiudersi e di evitare qualsiasi urto col “popolo”.
In quel preciso momento, un certo Hulin, direttore della lavanderia della Regina, raggiunge i facinorosi e, in risposta alle gentilezze di De Launey, fa loro questo discorso: “Amici, siete dei buoni cittadini? Si? E allora marciamo verso la Bastiglia. Ci sono i borghesi da sgozzare!”. Questo Hulin, che De Launey lascia in vita il 14 Luglio, era stato soldato nel reggimento di Champagne e sergente delle guardie Svizzere. Il 12 luglio aveva fatto l’imbonitore da fiera al Palais-Royal per eccitare i seguaci dell’Orleans. Lo ritroveremo poi, diversi anni dopo, quando, generale di Napoleone, diverrà ben celebre per aver presieduto il Consiglio di Guerra che inviò a morte il giovane ed innocente Duca di Enghien. 
Comunque, in quella data fatidica. sarebbe bastato che De Launey avesse abbassato il ponte levatoio e fatto sparare i tre cannoni da campagna in batteria che erano nel cortile interno. Avrebbe facilmente massacrato Hulin e la sua banda. Ma già, dimenticavamo, c’era la casetta nelle vicinanze, e poi, perbacco, dove mettiamo i bagni dei generale Benseval? 
Uno degli assedianti dirà poi: “Sparammo circa sei colpi ciascuno”. Bene, quei colpi anche se non fecero male a nessuno, fecero capitolare la Bastiglia. Il suo governatore, De Launey, seguì la sorte di ogni indeciso. Gli saltarono addosso in mezzo alla strada, gli strapparono violentemente la rete intrecciata che gli stringeva i capelli, il chè gli fece “emettere un urlo straziante”, fu colpito più volte al viso con pugnali e bastoni, gli strapparono i capelli a manciate, fin quando, dopo averlo trafitto con numerosi colpi di baionetta nel ventre, lo trascinarono agonizzante verso un ruscello, dove lo sforacchiarono a colpi di pistola. Ma alla Rivoluzione non bastava ancora. Un cuoco, Francesco Desnot, si armò di una spada e cercò di tagliargli il collo, ma era ancora un apprendista in questo genere di arte e, per riuscirvi, dovette dar di mano ad un coltellino che tirò fuori dalla saccoccia e col quale portò felicemente a termine l’operazione. Si formò allora un esultante e gaio corteo lungo la strada di Sant’Onorato (sede dei giacobini) fino al Palazzo Reale (sede di Filippo Eguaglianza), Qui arrivati, portarono in giro la testa fino alla statua di Enrico IV, davanti alla quale fecero fare tre inchini a quel macabro trofeo dicendo: “Saluta il tuo padrone”. Questa fu la fine di De Launey, che avendo il potere di usare i cannoni usò la gentilezza. 

Sette martiri prigionieri

In una famosa incisione acquarellata dell’epoca è raffigurato l’ingresso alla Bastiglia dei prodi assalitori. Si vedono vecchi barbutissimi semiagonizzanti, prigionieri posti alla tortura con funi e ferri vari, altri incaprettati, tra scheletri e moribondi: una scena da Jeronymus Bosch.
Ecco perchè sarà forse opportuno sottolineare, sempre a proposito di quella storica giornata, che quando furono scardinate le porte delle celle della Bastiglia, con grande disappunto dei conquistatori, furono trovati soltanto sette prigionieri, e tutt’altro che malconci. Si mandarono a chiamare gli ingegneri per verificare non vi fossero sotterranei segreti. Niente. I detenuti erano proprio sette: quattro falsari (Bèchade, Pujade, La Corrège e Laroche) che si eclissarono velocemente e nessuno riuscì più a trovarli; due malati di mente (Whyte e Tavernier), fatti rinchiudere dietro consiglio dei parenti, ed il conte di Solages, un aristocratico, internato su domanda della famiglia, per questione di costume e di decenza. Se i “liberatori” fossero arrivati dieci giorni prima, i prigionieri sarebbero stati otto. C’era dentro anche il marchese De Sade, poi diventato capintesta giacobino, al quale i quattordiciluglisti, nella loro invasata invasione, pensarono bene di distruggere una biblioteca di ben seicento volumi che il gentiluomo aveva momentaneamente lasciato nella sua principesca “cella”.
Nel frattempo, gli stessi enfants de la patrie si erano finalmente accorti che Whyte e Tavernier erano proprio pazzi da legare e pensarono a farli subito rinchiudere in due celle di Charenton. Che si poteva fare allora per eccitare i borghesi parigini, con quei sette prigionieri scalcinati? Davvero li si poteva contrabbandare come vittime del dispotismo monarchico? L’espediente fu comunque trovato. 
Andarono a ripescare Whyte, il matto dalla barba bianca, e raccontarono a tutta Parigi che quello era il conte di Lorges, eterno perseguitato dei re. Subito i gazzettieri si diedero un gran da fare per tramandare ai posteri le atroci sofferenze di questo povero conte di Lorges che, uscito stralunato dalla Bastiglia, chiedeva ancora notizie di re Luigi XV. Una stampa popolare, anzi, lo rappresentò in un patetico atteggiamento mentre tendeva le mani ai suoi liberatori. Sfortunatamente per gazzettieri e giacobini, un conte di Lorges era effettivamente stato incarcerato alla Bastiglia (quale assassino di un prete), ma era stato liberato nel 1669, vale a dire centovent’anni prima del 14 luglio. Gli scribacchini ed i philosophes non disarmarono. Scrissero a getto continuo libri, opuscoli, articoli lunghissimi sulle torture che avvenivano nelle celle della Bastiglia. E, per dimostrare come tutto ciò fosse vero, esibirono pubblicamente “un busto di ferro destinato a mantenere il prigioniero in una immobilità totale” ed “una macchina non meno distruttrice”, della quale però non riuscirono a spiegare il funzionamento. 
Qualche anno dopo fu appurato che il busto di ferro era soltanto un’armatura del XVI secolo e la macchina distruttrice era in realtà un torchio da stampa preso nel 1786 ad un certo Lenormand.

Una massa di eroi

Marat, sicuramente non sospettabile di simpatie contro-rivoluzionarie, scrisse: “Mal difesa, la Bastiglia fu presa da qualche soldato e da una truppa di disgraziati, tedeschi e provinciali. I parigini, questi eterni babbei, ci vennero dopo per curiosità”. Infatti, sul numero e sulla risma dei conquistatori pare che nessuno abbia più dubbi. Joseph Durieux ebbe un giorno la brillante idea di identificare uno per uno questi più o meno autentici “bastigliesi” e di compilare di ciascuno una piccola biografia. Volendo essere di manica larga, Durieux fece una lista di seicentotrentacinque vincitori; di questi, ben quattrocento risultarono non essere parigini, e solo diciannove coniugati. La loro estrazione sociale era in prevalenza borghese: giornalisti, pittori, vinai, orefici, cappellieri; a costoro si aggiungevano alcuni militari disertori, degli avventurieri stranieri, qualche prete e qualche aristocratico. 
Fra questa folla eterogenea, parecchi erano addirittura convinti di fare un piacere al Re, con quell’assalto. Pochissimi furono quelli che si distinsero per atti di valore, fra questi: Ribeaucourt, Elie e Richemont. 
Il primo, vecchio sergente del reggimento delle guardie, si segnalò per il suo ardimento durante la prima fase dell’attacco e si prodigò per salvare la testa di alcuni gendarmi. Arrivato all’età di cinquanta anni, non ebbe più avvenire nell’esercito e finì controllore delle tasse degli spettacoli di Parigi. 
Il secondo, anche lui sergente del reggimento della Regina, guidò la turba sino agli Invalidi, ove riuscì a sottrarre alla guarnigione tutti i fucili ed a neutralizzare i cannoni. Fu lui a ricevere la capitolazione, fu portato in trionfo e gli regalarono una spada d’onore. Nominato capitano nel I791, due anni dopo diventò generale. Nel 1795 fu mandato in congedo, e finì la sua vita reclamando contro l’ingratitudine e l’oblio. 
Il terzo, uomo di fegato, credette sinceramente, il 14 luglio, di “marciare per il re”. Infatti, nel 1791 emigrò all’estero coi partigiani monarchici e fece, in qualità di luogotenente, la campagna di guerra con l’esercito dei principi contro la Repubblica.
Altri, che pare si siano comportati più o meno onestamente, furono: Coquelin, che aderirà all’Impero; Guedain. che entrò alla Bastiglia per caso, per impedire cioè che suo padre e suo zio si mettessero nei guai; Mercier, detto Viva l’Amore, mercante di vino; il coraggioso Etienne, diventato poi custode del Pantheon; Humbert; ed, infine, l’abate Fauchet che gli stessi rivoluzionari condanneranno a morte e che, prima di salire sulla ghigliottina, rinnegherà il suo passato repubblicano.
E tutti gli altri? Cosa fecero i piu famosi assalitori, in realtà?
Rossignol, un operaio orefice, sciocco, demagogo forsennato, volgare, crapulone, sadico, che alla Bastiglia se ne stette in retroguardia, piacque a Robespierre e divenne la sua creatura al Comando di Salute Pubblica. Si distinse, poi, per aver capeggiato le schiere dei più accaniti settembristi, cioè di quei macellai che uccisero quasi tutti i detenuti nelle carceri parigine. Per questo suo valente operato, da operaio venne nominato generale e spedito a bonificare la Vandea. Qui si rese subito odioso ai soldati, e, diventato nemico personale di Kleber, Marceau e Biron, tanto intrigò che riuscì a far destituire quest’ultimo, a prendere il suo posto ed a farlo giustiziare. La Vandea ricorda ancor oggi il suo nome, come quello di uno dei più feroci sterminatori di gente inerme. 
Hulin, di cui abbiamo già detto come da lavandaio diventò anch’egli generale, si rese responsabile dell’uccisione del duca di Enghien. 
Thuriot de la Rosière, nobilastro assetato di sangue, diventò deputato alla Convenzione, ove giurò pubblicamente che se Luigi XVI: non fosse stato condannato a morte, sarebbe andato lui stesso a bruciargli le cervella. 
Goisset, avvocato, venne giudicato dagli storici di ogni tinta come “animale tarato sotto ogni punto di vista”. 
Goutard. un gaglioffo di cui si legge: “ha rubato la sua pensione, come ferito alla Bastiglia, ove egli non è mai stato”. 
La Reynie, figlio di un sarto ed avventuriero di alto bordo, si vantò di essersi impadronito delle chiavi della fortezza, “fra seimila combattenti” e di aver liberato cinque prigionieri “che mi bagnavano con le loro lacrime”. Nominato subito comandante della guardia del forte, venne accusato di aver tolto i galloni alle uniformi per venderli e di aver rubato gli ornamenti ed i vasi sacri della cappella. Fu infatti visto entrare nel forte con la carrozza vuota ed uscirne con la carrozza piena. Una perquisizione nel suo alloggio fornì le prove dei suoi furti. Ma, visto che era un “bastigliese”, non l’arrestarono. Continuò a far vita di intrigante, delatore, spia, libellista e persino emigrato. Al momento della famosa coscrizione dei 300.000, si travestì da colonnello e, dietro lauti compensi, prometteva l’esonero ai poveri e creduli contadini. Di lui, Charles Foley dirà ironicamente: “Quantunque costantemente protetto, La Reynie morì senza poter ottenere la Legion d’Onore”.
Poupard-Beaubourg, avventuriero non meno sorprendente di la Reynie, prima ancora d’esser stato brevettato come vincitore della Bastiglia, si faceva passare per capitano dei dragoni e cavaliere di San Luigi. Il 14 luglio aveva tenuto una predica furiosa al Palais-Royal; da qui si era recato alla Bastiglia, dove egli disse testualmente d’esser stato “crivellato da colpi di baionetta. alla mano destra” . Ma gli stessi giacobini lo accusarono di essere un traditore. Riuscito a scappare grazie ad un travestimento, venne ripreso mentre si dedicava alla falsificazione degli assegnati, e fu rinchiuso all’Abbazia. Ne uscì per inventare un rimedio miracoloso contro i calli. Nonostante avesse fatto per qualche tempo il lacchè, si faceva passare per barone, conte, marchese, banchiere. Accusato d’aver messo oro falso al Monte di Pietà, finì sulla ghigliottina.
Fournier l’Americano, nota e tragicomica macchietta della Rivoluzione.
Maignon, il cui unico eroismo fu quello di aver portato, infilzato sulla punta della baionetta, un grande registro dell’anagrafe. 
Quinaut fece il diavolo a quattro per avere una patente di gloria, dal momento che insieme ad altri nove compagni aveva preso dalla stanza del governatore e portato all’Hotel de Ville ben quattordici coperte, due cuscini, un piatto da barba e due scatole di saponette. 
Curtius, il tedesco, famoso modellatore di teste di cera, alla Bastiglia pensò bene di starsene in disparte, ma fornì i busti di Necker ed Orlèans per la nota “passeggiata trionfale”.
Santerre, il grande e grosso boia giacobino, il 14 luglio ai primi spari si eclissò velocemente. Fu poi il comandante del plotone che portò alla ghigliottina Luigi XVI.
Maria Charpentier, entrata sana nella Bastiglia, ne uscì zoppa per sempre, grazie al marasma creato dagli assalitori. Fu poi arruolata come gendarme nella compagnia di Rossignol, ma la mandarono in fureria. Fino all’età di 82 anni, mai si stancò di pretendere la Legion d’Onore.
Lambertine Thèroigne, pazza riconosciuta, fu rinchiusa dagli stessi repubblicani al manicomio della Salpetrière.
E ci pare che basti.
Vi è anche da aggiungere che, dopo il 14 Luglio, l’Assemblea si dette un gran da fare per redigere un elenco con i nomi dei “benemeriti” assalitori. Con tutti gli sforzi che furono fatti, non si riuscì a compilare che una lista di soli cento nomi. Evidentemente contrariata dal magro risultato di quella patriottica indagine, l’Assemblea allora invitò di nuovo tutti i possibili assalitori a presentarsi, promettendo ricompense, medaglie al valore e pensioni.
Questa volta risultò che i quattordiciluglisti erano saliti di colpo a novecentocinquantaquattro.

La vittima illustre

Latude fu il nome di colui che per tanti e tanti anni incarnò nella mente dei francesi il simbolo umano delle sofferenze e delle pene della Bastiglia.
La leggenda ce lo presenta incatenato per decenni nel fondo di una segreta sotterranea, con l’acqua che gli arrivava alla cintura, coi topi che gli rosicchiavano la pelle, ammalato , agonizzante… Ma, al di là di questa macabra coreografia, la realtà fu ben altra cosa.
Jean-Henry, detto Danry, detto Latude, studente in chirurgia, figlio di NN, si reca nel 1748 a Parigi, deciso a far fortuna. Ma, fanfarone e giocatore com’è, in breve tempo liquida i suoi pochi risparmi. Ha allora un’idea alquanto balzana per sbarcare il lunario. Si presenta a Versailles da Gourbillon, il cameriere della Pompadour, e racconta una storia incredibile a base di complotti ed attentati contro la marchesa, inventata di sana pianta. In concreto Danry dice che alcuni misteriosi agenti hanno spedito alla Pompadour una scatola con dell’esplosivo. Danry, che ha già provveduto da sè stesso a confezionare questo pacchetto per dare maggiore credibilità al racconto, si aspetta qualche onorificenza. Resta quindi deluso quando si vede ammanettato e portato dentro. poichè la grafia dell’indirizzo scritto sulla scatola risulta sua. 
Alla Bastiglia viene trattato con compassione ed umanità. Invece che in una cella, lo mettono in una graziosa stanzetta. Può passeggiare due ore al giorno, leggere, scrivere, fumare la pipa e suonare il flauto, cosa che fa abitualmente di notte per meglio scocciare il prossimo. Il luogotenente Berryer allora, per toglierselo dai piedi, gli consiglia di chiedere la grazia. Ma Danry, felice di poter disturbare alti personaggi come la Pompadour, Berryer e Quesnay, rifiuta, si intestardisce e diventa sempre più arrogante. 
Un bel giorno, compie la sua prima e facile evasione. Si rifugia quindi da un’amica, e da lì scrive una letteraccia alla Pompadour, mettendo il suo nuovo indirizzo in calce. Preso, viene ricondotto alla Bastiglia. Secondo il regolamento dell’epoca, ogni evasione viene punita con la morte. Ma Berryer ha di nuovo pietà di lui. Gli ridanno la stanza, i libri, la pipa ed il flauto; gli permette di allevare uccelletti. 
Ma Danry si incaponisce sempre di più. Usa i fogli di carta per i suoi intrighi con altri detenuti, si fa portare i libri della biblioteca e li rispedisce pieni di oltraggi e sconcezze all’indirizzo della marchesa. Gli salta poi il pallino di volere un domestico personale, e glielo si accorda, pretende un compagno di stanza, e glielo si accorda. Ma non serve a niente trattarlo come un principe. Un giorno si mette ad urlare come un ossesso, accorre il secondino e Danry alza su di lui un coltello che aveva rubato. Con la scusa che è pazzo, le sue violenze non vengono mai punite, lo si compatisce solamente. Pretende forbici e gliele danno, facendo finta di ignorare che accorcia le lenzuola, taglia i tovaglioli e fa sparire i fazzoletti.
Un giorno, Danry decide di evadere un’altra volta, e se ne va ad Amsterdam. Da quì, non resistendo alla sua grafomania, scrive una delle solite lettere oscene alla Pompadour, naturalmente ponendo sempre il suo indirizzo. Lo ripescano e lo riportano dentro. Non lo fanno fuori nemmeno questa volta. Danry urla che ha male ad un occhio, e gli si manda addirittura l’oculista del re, che gli trova la vista buona. Danry sbraita che ha i reumatismi, e lo rivestono a nuovo con culottes di pelle, maglioni, eccetera. Gli danno inoltre due dozzine di camicie, di cui ciascuna costa venti libbre. Se i fazzoletti non sono di fine batista, Danry li rifiuta sdegnato. Riesce in tal modo a farsi un superbo guardaroba, e a rivenderlo. Rifiuta anche le uova o i pasti comuni, vuole carne ed uccellagione. 
Sempre più schiavo della sua grafomania, scrive a tutti, principi e contadini. In quattro anni, indirizza più di settanta lettere alla Pompadour, una di queste conta ben cento pagine, di oscenità ed insulti. Preso dalle sue fantasticherie, si mette a scrivere un libro su immaginarie torture che gli vengono inflitte. Nel frattempo, spedisce al re i suoi progetti per una riforma delle imposte, della sussistenza e degli armamenti. Compila inoltre quattro lunghi memoriali sulle sue quattro grandi scoperte: la spiegazione del flusso e riflusso dell’Oceano, la ragione per cui il globo gira, il motivo per cui, senza le montagne, la terra sarebbe immobile e vetrificata, il motivo per cui l’acqua del mare è salata. 
I luogotenenti di polizia, dotati di una pazienza certosina, vanno spesso a trovarlo, discutendo i suoi scritti ed incaricandosi del recapito delle sue lettere. Intercedono per lui presso la Corte e gli ottengono la libertà. Ma Danry è un osso duro. La libertà la accetta soltanto se gli daranno gli onori civili e un premio di sessantamila libbre. Non se ne fa niente. Nel 1764, muore la Pompadour. Danry capisce che presto lo faranno uscire a tutti i costi. Allora esige ben centomila libbre di premio. 
Alla Bastiglia, viene a sapere che al suo paese è deceduto il luogotenente-colonnello de Vissec de la Tude. Danry, credendo che questo gentiluomo non abbia figli, comincia a urlare che è lui l’erede, proclamandosi figlio del colonnello. Naturalmente, i sei figli legittimi protestano contro l’intrusione del folle. Ma Danry si ostina ancor di più in quest’altra commedia: adesso si sente nobile, visconte, ed annuncia aI capo della polizia che uscirà dalla Bastiglia soltanto se gli daranno centocinquantamila libbre e la Croce di San Luigi. Non gli rispondono nemmeno. Allora, per ripicca, evade per la terza volta. 
Dal suo nuovo nascondiglio, deciso ad avere il suo premio, abituato a far parlare di sè, scrive a Sartine, il capo della polizia, che cominci a dare diecimila scudi sulle centocinquantamila libbre che chiede, e lui, Danry-Latude, comincerà a perdonare. Naturalmente, viene riagguantato. 
Risbattuto alla Bastiglia, inizia lo studio della stregoneria e dà tali prove di demenza che lo mandano al manicomio di Charenton. Qui, passa il tempo giocando a carte, a bigliardo e vantandosi di essere un visconte.
Ottiene la liberazione, a condizione di ritornarsene in Linguadoca. Esce da Charenton, e resta a Parigi dove fa un mucchio di debiti ed estorce soldi alla gente. Viene ripreso e rinchiuso a Bicètre. In questo luogo, egli diffonde il memoriale delle sue “sofferenze” alla Bastiglia, che diventa popolarissimo. Tutti parlano di lui: a corte, per strada, ovunque. 
Luigi XVI studia il dossier Danry, e conclude che è matto. Ma interviene la regina e Danry esce da Bicètre, ottenendo il titolo di visconte di Latude ed una pensione di quattrocento libbre! 
A Parigi si stabilisce in un lussuoso appartamento. A tutti racconta le sue incredibili peripezie e tutti abboccanti all’amo, tutti vogliono vederlo, e tutti gli danno soldi a palate. In breve diventa ricchissimo, tanto che usa riposare le sue membra su una poltrona dorata e con un prezioso cuscino sotto i piedi. Deciso a far sempre più scalpore, denuncia il capo della polizia, attacca gli eredi della Pompadour, e reclama ora 1.800.000 libbre di indennità! 
Arriva il quatorze juillet. Danry, o Latude, da visconte diventa sanculotto, ponendosi al servizio dei repubblicani. Ma questi sono del parere che la sua pensione, dal momento che è stata accordata dal re, deve essere soppressa. Latude, arrabbiatissimo, urla tanto alla Convenzione, che tutti lo applaudono e gli danno un’altra pensione di ben duemilaquattrocento libbre! Al processo contro gli eredi della Pompadour, inoltre, riesce ad ottenere altre sessantamila libbre. I teatri gli concedono l’ingresso gratuito, e così vive beatamente, nell’oro, fino ad oltre ottant’anni.

Picconatori a peso d’oro

La Bastiglia, una fortezza con le sue mura spesse sei piedi e con otto torri alte novantasei piedi, era destinata ad essere abbattuta dal figlio di un vinaio, un certo Palloy. 
Costui, genero di un mastro muratore, disoccupato e senza voglia di lavorare, una mattina radunò un branco di sfaticati e, proclamandosi demolitore in capo della Bastiglia, si recò alla fortezza cominciando a dare picconate a destra e a manca, poichè il “simbolo della schiavitù” andava abbattuto.
L’Assemblea, stufa di vedere quella truppa accampata alla Bastiglia, e, dopo le assicurazioni di Palloy che quella patriottica impresa non sarebbe costata più di centomila libbre, legalizzò l’occupazione della fortezza da parte della folla di avventurieri. E autorizzò l’inizio dei lavori di abbattimento. 
Ben presto i salariati-sfaticati si moltiplicarono: da cinquecento diventarono, in breve, milleduecento, Lavoravano, sì e no, un paio d’ore al giorno. Il resto del tempo veniva dedicato al vino, alle ruberie, alle prostitute. Nessuno della Convenzione osava protestare, per non essere tacciato di controrivoluzionario. Gli architetti che avevano fatto delle obiezioni a quel curioso andazzo dei “lavori” furono denunciati come “aristocratici”, sornioni, ipocriti, traditori e scellerati.
Palloy, intanto, si arricchiva. Dal marmo, dalla pietra e dal ferro estratti dalle rovine fabbricava piccoli modelli della Bastiglia, minuscoli souvenirs da mettere in commercio. Le poche volte che la sua truppa di cenciosi dava di mano al piccone si verificavano mucchi di feriti ovunque. Quando una donna restò uccisa sotto le macerie, per colpa dell’imperizia di questi ubriaconi travestiti da muratori, richiesero altri soccorsi in uomini dalla Convenzione. Furono accordati, e l’unico risultato fu che triplicò il numero dei feriti accidentali. A tutti gli infortunati. venne pure concessa la pensione. 
Un giorno, fra cumuli di rovine, furono trovate milleduecento libbre e qualche pezzo d’oro. La rissa che si verificò per il possesso di quella somma è indescrivibile. Basti pensare che due sorveglianti finirono impiccati.
Questa farsa durò ben due anni e mezzo. Dopo di che, i “muratori” di Palloy, rimasti senza lavoro, furono mandati alle Tuileries, con l’incarico di distruggere ciò che le fiamme avevano risparmiato. 

***
Ultima annotazione. La sera del 14 luglio 1789, Luigi XVI di Francia sul suo diario giornaliero scriveva: “Oggi, niente di nuovo”. 
Da ciò si può comprendere come non fu soltanto De Launey, in quel giorno focoso, ad aver perso la testa prima che gliela tagliassero.

Un commento a "14 LUGLIO / Gli eroi della Bastiglia"

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