Breve commento argomentato a: “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”

Commento cattolico argomentato a: “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”

Introduzione di un lettore: Spiega san Pio X San Pio X, Allocuzione Con vera soddisfazione, ai partecipanti del Congresso universitario cattolico di Roma [1]:

«Vi raccomando soltanto d’essere forti per conservarvi figli devoti della Chiesa di Gesù Cristo, quando tanti purtroppo, senza forse saperlo, si mostrano ribelli, perché il criterio primo e massimo della fede, la regola suprema ed incrollabile dell’ortodossia è l’obbedienza al Magistero sempre vivente ed infallibile della Chiesa, costituita da Cristo “columna et fundamentum veritatis” (colonna e fondamento della verità).

Gesù Cristo che conosceva la nostra debolezza che è venuto in questo mondo per evangelizzare soprattutto gli umili, ha scelto per la diffusione del Cristianesimo un mezzo molto semplice, adattato alla capacità di tutti e di tutti i tempi, un mezzo che non richiede né erudizione, né ricerche, né cultura, né ragionamento, ma solamente delle buone orecchie per sentire ed un cuore buono per ubbidire. Per questo motivo San Paolo afferma: “Fides ex auditu”, la fede viene non tramite gli occhi, ma dalle orecchie, dal Magistero vivente della Chiesa società visibile composta di maestri e di discepoli, di amministratori e di sudditi, di pastori, di pecore e d’agnelli.

Gesù Cristo sé ha ingiunto ai suoi discepoli d’ascoltare le lezioni dei maestri; ai sudditi di vivere sottomessi ai loro capi; alle pecore ed agli agnelli, di camminare docilmente dietro i loro pastori; ai pastori, ai governanti ed ai padroni ha detto: “Docete omnes gentes. Spiritus veritatis docebit vos omnem veritatem. Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi”.

E quindi, con un sistema di sofismi e d’inganni, insinuano il falso concetto dell’obbedienza insegnato dalla Chiesa; si arrogano il diritto di giudicare gli atti dell’autorità persino deridendola; si attribuiscono una missione che non hanno né da Dio né da alcuna autorità, per imporre delle riforme; limitano l’obbedienza ai soli atti esteriori, se pur non resistono e si ribellano contro alla medesima autorità, opponendo il giudizio fallace di qualche persona senza autorevole competenza o della loro propria privata coscienza illusa da vane sottigliezze, al giudizio ed al precetto di chi per divino mandato, è legittimo giudice, maestro e pastore.

Né vi lasciate ingannare dalle subdole dichiarazioni di altri, che protestano ripetutamente di volere stare con la Chiesa, di amare la Chiesa, di combattere perché il popolo non si allontani da essa, di lavorare perché la Chiesa, comprendendo i tempi, si riaccosti al popolo e lo riguadagni. Ma giudicateli dalle loro opere. Se maltrattano e disprezzano i Pastori della Chiesa e persino il Papa; se tentano con ogni mezzo per sottrarsi alla loro autorità, per eludere le loro direzioni ed i loro provvedimenti, se si peritano d’innalzare la bandiera della ribellione, di quale Chiesa intendono questi parlare? Non, certamente, di quella stabilita: super fundamentum Apostolorum e Prophetarum, ipso summo angulari lapida Christo Jesu».

Vulnerabilità notate da Carlo Di Pietro nello scritto: http://www.riscossacristiana.it/christianus-mihi-nomen-est-catholicus-cognomen-di-roberto-de-mattei/

1) Citazione: «Il supremo criterio di giudizio per un cattolico dovrebbe essere quello della Chiesa: amare e odiare ciò che la Chiesa ama e odia. Amare la verità, in tutta la sua unicità e integrità, odiare l’errore in tutte le sue molteplici espressioni. Ortodossia ed eterodossia restano il metro ultimo di giudizio a cui la ragione di un cristiano deve sottomettersi».

Breve confutazione con riferimenti: «il supremo criterio» … DEVE non … «dovrebbe». Il «dovrebbe» non è previsto dal Magistero, nella Chiesa, sulle questioni che riguardano fede, costume, legge, culto, canonizzazioni e approvazione ordini religiosi. La ragione («la cui fede viene non tramite gli occhi, ma dalle orecchie», cit. san Pio X) del cristiano deve sottomettersi al Magistero, ovvero «bocca di Dio», poiché è il Magistero, da Magister, che definisce ciò che è ortodosso e ciò che è eterodosso.  La differenze fra Chiesa docente e Chiesa discente sana ogni dubbio. Alla Chiesa discente spetta solo di comparare il nuovo con il vecchio e tradizionale. Qualora dovessero esserci contraddizioni laddove non potrebbero esserci da dogma, la soluzione (e necessità teologica prevista) è il sedevacantismo. (Cf. Denzinger: autorità, Magistero, obbedienza, primato, dogma, definizione, visibilità, invariabilità, perpetuità; Costituzioni sulla Sede vacante, ecc…)

2) Citazione: «Sono i cattolici che vogliono rimanere ortodossi e, per esserlo, si richiamano al Magistero definitivo della chiesa, non meno “vivo” e attuale del Magistero indiretto e non definitorio dei vescovi e del Papa regnante».

Breve confutazione con riferimenti: Si leggano Pastor Aeternus, Quanta Cura, Satis Cognitum, Pascendi, Mystici Corporis, Humani generis, ecc … ecc … Non esiste che qualcuno, chiunque esso sia, decida che un documento di Magistero ordinario ed universale, legalmente approvato e promulgato da un Pontefice regnante, secondo debita forma, per di più a capo di un Concilio ecumenico, sia «indiretto e non definitorio». Questa proposizione è di fantasia, difatti se oggi alcuni si oppongono a qualcosa, nella realtà lo fanno opponendosi a chiare e dirette nuove definizioni. Non esiste nel Magistero, da san Pietro a Pio XII, una virgola che avalli e non condanni una proposizione simile, ovvero dove la Chiesa discente si arroga il diritto di definire dei documenti di Magistero (ordinario ed universale) come «indiretti e non definitori». Il problema, difatti, riguarda precisamente 5 documenti universali attribuiti alla Chiesa (approvati in Concilio ecumenico), una riforma liturgia (approvata dal Pontefice) e tutti i successivi documenti di Magistero che confermano le precedenti nuove dottrine, riforme e prassi. La verità è che se c’è una definizione o riforma sulla base della Scrittura, se essa riguarda fede e costume, se è prodotta da un vero Concilio ecumenico, e se è approvata da un vero Papa, è «definitoria». (V., es., Chiavi san Pietro, legare e sciogliere, pascere, ecc… diz. Dogmatica, Casali).

3) Citazione: «Lo preghiamo di leggere il volume pubblicato dal suo confratello padre Serafino M. Lanzetta Il Vaticano II. Un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014. L’opera, condotta sotto la guida del prof. Manfred Hauke, è valsa all’autore l’abilitazione alla libera docenza presso la Facoltà Teologica di Lugano».

Breve confutazione con riferimenti: l’ermeneutica, così intesa, non esiste. Lo insegna l’Auctorem Fidei di Pio VI. Difatti il Magistero insegna e definisce sulla base del precedente e della Rivelazione/Tradizione le questioni oscure o solo rivelate, o conferma il dato già definito. Se, sulla stessa base, definisce dottrine su fede e costume universalmente, il Magistero stesso (Magister) ha già interpretato e non può nè deve essere reinterpretato (diversamente) da laici o terzi di qualsivoglia rango, sulle stesse questioni (è dogma). A questo serve il Papa, a questo serve la Chiesa, «pietra», «colonna e fondamento» per evitare i «venti di dottrina». Noi non siamo calvinisti (cf. Liguori, Storia delle eresie).

4) Citazione: «Il dato dottrinale del Vaticano II, scrive ancora padre Lanzetta, va letto alla luce della perenne Tradizione della Chiesa e il Concilio non può che iscriversi in questa ininterrotta Tradizione (p. 37). “Ciò che solo può far da guida nella comprensione del Vaticano II è l’intera Tradizione della Chiesa: il Vaticano II non è l’unico né l’ultimo concilio della Chiesa, ma un momento della sua storia” (pp. 74-75). “La perenne Traditio Ecclesiae è, quindi, il primo criterio ermeneutico del Vaticano II” (p. 75)».

Breve confutazione con riferimenti: Secondo la Chiesa, come successe per il Sinodo di Pistoia e molti altri, se una definizione data NON può iscriversi alla Tradizione, ma ha bisogno di essere interpretata, questo perché contrasta con la Tradizione, non è un Concilio ma è un conciliabolo. Lo sostiene la Chiesa, come spiega, per esempio, Pio VI nel documento già citato: «Dato che per la generalità delle parole abbraccia e sottopone all’esame sopra descritto anche la disciplina istituita ed approvata dalla Chiesa, come se la Chiesa che è condotta dallo Spirito di Dio, potesse stabilire una disciplina, non solamente inutile e più gravosa di quanto la libertà cristiana possa sopportare, ma anche pericolosa, nociva, e che conduce alla superstizione ed al materialismo” e condannata come “falsa, temeraria, scandalosa, dannosa, offensiva per le orecchie pie, ingiuriosa per la Chiesa e per lo Spirito di Dio da cui essa è condotta, quanto meno erronea». Un Concilio universale (ecumenico), in quanto tale, da dogma, non può errare nelle definizioni (soprattutto se usa ed interpreta la Scrittura per farlo. Cf. Provvidentissimus Deus) ed è esso stesso che interpreta e definisce. L’ermeneutica è figlia di Congar e di altri modernisti come lui, e la storia non sbaglia. (V. Concilio ecumenico, Magistero universale, infallibilità Chiesa in Denzinger). Leone XII nell’Enciclica Quo graviora, del 13 marzo 1825, a questo proposito insegna: «Forse che la Chiesa, che è la colonna e il fondamento della verità e che in modo manifesto riceve senza interruzione dallo Spirito Santo l’insegnamento di tutte le verità, potrebbe ordinare, accordare, permettere una cosa che si rivolgerebbe a detrimento alla salvezza delle anime e a disprezzo e alla rovina di un sacramento istituito da Nostro Signore Gesù Cristo?»

Approfondimenti e documenti su:

https://www.facebook.com/apologiadelpapato

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=296406:apologia-del-papato-contro-gli-errori-moderni&catid=83:free&Itemid=100021

In questa sede si è argomentato molto brevemente, sebbene i documenti di Magistero citati possono fugare ogni dubbio e sanare eventuali imperfezioni od imprecisioni.

Alcuni brevi commenti tratti dalla pagina Facebook:

1) «(L’autore dell’articolo “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”) ora basta! Fonda una nuova Chiesa se non credi che quella Cattolica sia infallibile e “una… santa” nella dottrina, nella liturgia, nella prassi, nei sacramenti, negli insegnamenti universali ed ufficiali. Non dire di essere cattolico».

2) «Lutero è stato un cretino: anziché dire che la Chiesa sbaglia poteva dire che il concilio di Firenze era pastorale, e così era autorizzato a criticarlo. Quindi il privato cittadino  (L’autore dell’articolo “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”) mi dice quali concili sono infallibili e quali no (non la firma universale del Papa)… e poi baso la mia fede su quella parola di dottore privato. Ma per piacere. Buona notte.

3) «Quindi serve una nuova istituzione: un super-papa al di sopra dei papi che dice quando i papi si esprimono infallibilmente e quando no… Beh, si accettano curriculum… Magari (L’autore dell’articolo “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”)  ci fa un pensierino. Il Papa non sbaglia quando firma un documento universale, invoca la rivelazione, parla in modo categorico. O se firma un libro liturgico ad uso universale. Se sbaglia non è Papa. Punto. Questo è il confine cattolico. (L’autore dell’articolo “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”) è libero di incollare l’etichetta “pastorale”, appresa dal modernista Montini, e credere di risolvere così ogni problema. Ok. Ma non dica di essere tradizionalista, visto che questa tecnica non si è mai vista in 2000 anni precedenti, difatti è stata introdotta ex novo (di sana pianta) da Montini. Ed è pregato di non dire: “Credo la Chiesa una, santa…” la domenica quando va a messa. Perché se quella è “Chiesa”, se quello è “Papa”, la Chiesa non è più UNA nella dottrina, né santa nella dottrina, nei sacramenti e nella disciplina. Si vede, dipende dalla visibilità, è dogma. …».

3) « La cosa più singolare è che (L’autore dell’articolo “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”) è diventato il punto di riferimento dei FFI e dei loro seguaci, quando lo stesso Padre Manelli ha idee diversissime sul concetto di infallibilità papale. Se volete spunti, qui feci un commento sinottico ad entrambi: http://radiospada.org/2014/04/papato-e-infallibilita-in-de-mattei-e-padre-manelli-unanalisi-di-pietro-ferrari/»

Nota:
[1] Citazione tratta da Il Nuovo Osservatore Cattolico, Anno 2003, N. 22 (non usata in Apologia del Papato poiché l’autore non ha trovato altre fonti differenti)

3 Commenti a "Breve commento argomentato a: “Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen”"

  1. #bbruno   2 luglio 2014 at 1:06 pm

    christianus sum, i. e. catholicus, sed non ‘iucundus’ aut stultus sum…Neque Christus stultus neque ‘iucundus’ est. Verbum eius manet in aeternum. Isti papae et ista ecclesia, qui verba Eius tamquam STRAMENTUM faciunt, impostores sunt. Quippe.

    E tutto ci vogliono fare ingurgitare con la parola magica dell’ ERMENEUTICA! Che sta alla verità come l’ EVOLUZIONE sta alla realtà! MA i dogmi sono perfetti nella loro formulazione e quindi immodificabili, e quindi validi per sempre, appunto come le SPECIE, che nascono perfette dalle mani del Creatore e rimangono tali per sempre. Immaginare che i dogmi si evolvano, è come immaginare che l’uomo discende dalle scimmie !

    Il concilo Vaticano II concilio “pastorale’? !? E che pastoralità sarebbe mai quella per la quale siamo condotti per i pascoli dell’errore??? La girino come vogliono: ma non tutti siamo nec IUCUNDI nec STULTI!!! Si rassegnino…

    Complimenti, ricciotti!

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    • #ricciotti   5 agosto 2014 at 3:09 am

      Il problema è che non si rassegnano.
      Certi laici vogliono dettare legge alla Chiesa.
      Tutto ciò è immondo.

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