Il limite dell’infinito

Listener

Gomez Davila, un grande scrittore colombiano oggi colpevolmente dimenticato, scrisse una volta un aforisma che, per intensità e profondità di giudizio, meriterebbe di essere scolpito all’ingresso di ogni scuola. Recitava più o meno così: «Gli uomini si dividono in due grandi categorie: coloro che credono nel peccato originale e gli sciocchi».

Certamente una provocazione forte, una frase che suona come un fulmine a ciel sereno, ma che però, sotto sotto, svela il senso del nostro essere uomini. Il suo appello è una sorta di elogio dell’inadeguatezza, del sentirsi fuori posto, imperfetti, perché proprio in questo risiede il senso più profondo dell’esperienza umana. Chi è consapevole di avere un’anima ferita dal peccato originale è consapevole di non bastare a se stesso, vive irrequieto, mai soddisfatto. E questa posizione davanti alla realtà e al proprio io è l’unica possibile, l’unica in grado di muoverci, di farci mettere in cammino. Chi si sente inadeguato, infatti, cerca in altro l’adeguatezza, chi si sente fuori posto cerca un posto, chi si sente imperfetto cerca la perfezione.

Chi prende le mosse da qui non si può permettere il lusso della distrazione, della superficialità, ma sente il bisogno dirompente di non accontentarsi mai, di andare sempre più a fondo in quello che la vita gli offre. Cambia lo sguardo sui propri giorni, e ciò che prima appariva scontato o banale, ora non lo è più, come un tramonto, una partita di calcio con gli amici o il sorriso benevolo della propria madre.

E solo così può avvenire il miracolo della quotidianità, l’imprevisto, un incontro che cambia e sconvolge l’esistenza. Una luce che alimenta la speranza che possa esistere qualcuno in grado di darci una risposta, di domare il fuoco che ruggisce nel nostro cuore, qualcuno capace di regalarci la felicità, non parziale, momentanea, ma duratura, eterna. E allora, solo in quel momento, capiamo che il limite è la più grande grazia che potessimo mai ricevere.

 

Luca Fumagalli

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