IRAQ / Il martirio senza fine dei Caldei

Fonte: Panorama
Fonte: Panorama

 

Mosul. Il Patriarca della Chiesa caldea, Mar Louis Raphael I Sako, riferisce che giovedì i membri delle “milizie del cosiddetto califfato islamico” (ISIS) hanno pubblicato una lettera, distribuita in città, in cui affermano che “i cristiani devono essere convertiti all’islam o pagare la tassa” (la Jizya). Ai cristiani rimasti a Mosul dopo la conquista della città da parte dei combattenti dell’Isil, un centinaio di famiglie, è stata data infatti la “scelta” tra tre “opzioni”: la prima, convertirsi all’islam e divenire sudditi del Califfato; la seconda, pagare la tassa degli infedeli, la jizya; o, infine, andarsene, senza portare con sé altro che gli abiti che indossavano o subire “la spada”. I musulmani sciiti e le altre minoranze hanno subito lo stesso ultimatum.

Dalla seconda città per importanza dell’Iraq – Mosul è stata la prima a cadere sotto l’offensiva delle milizie islamiste – sono fuggite almeno 500mila persone, cristiani e musulmani, originando una gravissima crisi umanitaria, economica e politica. La zona è sotto il controllo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), ora milizia del califfato islamico. E a nulla è valsa finora la risposta del governo centrale, che ha ordinato una serie di raid aerei senza risultato.

Mar Sako commenta con tono amaro la chiusura di ogni possibile forma di dialogo con gli islamisti, che ripetono “fra di noi non c’è che la spada”. A Mosul ora vi sono solo “pochissime persone, solo i più poveri fra i cristiani” che non hanno i mezzi per fuggire. Quanti abbandonano la città “trovano accoglienza nei monasteri, nei villaggi”. “Inoltre i miliziani, ai punti di controllo, sequestrano macchine, soldi e documenti ai cristiani, prima di lasciarli andare… non lasciano loro nulla!”. 

In questo contesto drammatico di caccia ai cristiani è anche difficile ipotizzare forme di dialogo o trattativa. “Non c’è un’autorità con cui confrontarsi, non c’è nessuno – sottolinea il Patriarca caldeo – non sappiamo da dove vengano, cosa vogliono davvero… Il governo centrale non ha alcun contatto”. Le condizioni imposte contraddicono 1.400 anni di storia della vita del mondo musulmano e di coesistenza fra popoli diversi e religioni differenti, ha aggiunto il Patriarca.

Nei giorni scorsi il Parlamento ha eletto il nuovo presidente, ma restano ancora vacanti le poltrone di presidente della Repubblica e Primo Ministro, mentre il Paese precipita ogni giorno di più nel caos. Fonti delle Nazioni Unite riferiscono che, nel solo mese di giugno, almeno 2417 irakeni, fra cui 1513 civili, sono morti “in atti di violenza o terrorismo”. Oltre un milione di persone hanno abbandonato le proprie abitazioni a causa dei combattimenti fra esercito e milizie islamiste. Si tratta del punto più alto di crisi a partire dal dicembre 2011, quando le truppe statunitensi hanno abbandonato il Paese;  nel computo totale non vi sono i morti della provincia di Anbar, nelle mani dei miliziani sunniti.

Un poco migliore la situazione a Baghdad. Un gruppo di musulmani, uomini e donne, si è riunito domenica sera dopo la messa davanti alla chiesa caldea di San Giorgio, per condannare gli attacchi alla comunità cristiana di Mosul e per portare la propria solidarietà e vicinanza alla comunità minacciata. Alcuni di loro si sono presentati davanti alla chiesa con un cartello dove c’era scritto: “Sono un cristiano iracheno”. I fedeli caldei che li hanno raggiunti dopo la messa hanno cantato insieme a loro l’inno nazionale.

Reazioni indignate ai terribili soprusi di Mosul sono venute anche dal patriarca siriaco-ortodosso Ignazio Ephrem II, che ha denunciato anche l’incendio e la distruzione delle chiese ortodosse, dal patriarca maronita Bechara Rai (“Che ne dicono i musulmani moderati?” ha chiesto, rimanendo senza risposta) e dal patriarca dei siriaco-cattolici, Ignazio III Younan, che ha recentemente incontrato in Vaticano mons. Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, per far presente la gravissima situazione irachena.

 

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3 Commenti a "IRAQ / Il martirio senza fine dei Caldei"

  1. #mario   21 luglio 2014 at 7:21 pm

    io penso che si debbano armare questi nostri fratelli caldei e la ritengo un’opera di misericordia corporale tendente alla legittima difesa delle loro vite e della fede contro questi bastardi criminali.

  2. #Tommaso Pellegrino   14 agosto 2014 at 9:51 am

    Sembrano riportarci indietro nel tempo di secoli i tragici fatti cui stiamo assistendo in questi giorni in Iraq: il terribile dilagare, in una vasta regione del Medio Oriente, di un’orda fanatica e crudele, in preda ad inestinguibile delirio religioso, che però non assomiglia alla solita formazione di terroristi-guerriglieri (alla “talebana” per intenderci) dediti alle operazioni mordi e fuggi, ai colpi di mano o attentati seguiti dal puntuale ritorno in meandri inaccessibili, tra montagne o foreste, ove diventa pressochè impossibile scovarli e combatterli. No: qui ci si trova di fronte a qualcosa di assimilabile piuttosto ad un attrezzato ed agguerrito esercito regolare e tradizionale che affronta lo scontro in campo aperto, combatte con carri armati ed artiglierie, conquista territori e città, nelle quali poi sfila in parate trionfali con i propri uomini in uniforme, mezzi bellici e bandiere al vento.
    Non si tratta, tuttavia, dell’esercito di uno stato fin qui “ufficialmente” esistito, ma di qualcosa di nuovo-vecchio che ci rimanda ai tempi in cui eserciti animati dalla stessa fanatica fede di questo odierno, prima arabi e poi turchi, contesero a quelli dell’Occidente cristiano per circa un millennio, dalle prime conquiste successive alla nascita stessa dell’Islam, alle campagne crociate, a Lepanto, a Vienna, il dominio su popoli e nazioni: questa è l’armata di un sedicente “stato islamico” che intende appunto far rivivere in tutto e per tutto il sogno (per gli altri popoli un incubo) di un Islam destinato a dominare il mondo intero caratterizzante quel lungo periodo di confronto armato, rispolverando anche termini come “califfo” e “califfato” che, con la fine di esso, erano ormai caduti in disuso.
    Le notizie sulle crudelità e nefandezze commesse da questi barbari nei territori travolti dalla loro avanzata lasciano allibiti; per essi sembrano essere trascorsi invano secoli di progresso nei campi della convivenza civile tra i popoli, della democrazia all’interno delle società, del diritto, della tolleranza delle appartenenze religiose o di altro genere; progressi che hanno invece profondamente condizionato orientamenti ed attitudini di chi è oggi chiamato a raccogliere la loro sfida: la comunità internazionale e, dal momento che a fare le spese della situiazione, con centinaia di nuovi martiri, sono soprattutto le comun ità cristiane delle zone invase, la stessa Chiesa di Roma, le quali non possono non fare i conti con la propria impreparazione di fronte ad una minaccia per esse tanto inedita, proprio in quanto non sono più quelle stesse potenze occidentali e Chiesa cattolica che in passato affrontarono (e, bisogna dirlo, sconfissero) le armate dell’espansionismo islamico cui tornano ad ispirarsi questi loro moderni emuli, le cui “forma mentis”, mire e metodi sono viceversa rimasti immutati rispetto ad allora, se non addirittura ulteriormente incrudeliti.
    Così, onde cercare di contenere l’avanzata di questi ossessi a rischio di provocare un genocidio e di travolgere il debole regime “ufficiale” irakeno, gli Stati Uniti di Obama si sono visti costretti ad intervenire in quattro e quattr’otto – e controvoglia, poichè uno dei successi vantati dal Presidente di fronte all’opinione pubblica del suo Paese era appunto stato quello di essere riuscito a portarlo definitivamente fuori dal pantano irakeno, in teoria sufficientemente pacificato e democraticizzato – con bombardamenti aerei mirati e lanci di aiuti per le popolazioni costrette alla fuga e ad inenarrabili tribolazioni sotto l’incalzare degli invasori.
    Il Santo Padre ha, dal canto suo, invitato a pregare per le povere vittime della situazione, che sono soprattutto cristiane, e benedetto chi si prodiga a portare loro aiuto, certamente includendo, pur senza dichiararlo esplicitamente, anche chi, quell’aiuto, lo porta proteggendo dagli aggressori le vite stesse dei perseguitati con l’unico strumento nell’immediato impiegabile contro una simile firia cieca, che è quello delle armi. Da qui l’ovvia assenza di ogni sua critica o condanna contro i raids aerei americani o la legittima aspirazione ad armarsi da parte di popolazioni semplicemente non intenzionate a finire schiacciate come topi.
    Tale comportamento non può non significare una tacita ed imbarazzata presa d’atto che, pur non potendo pronunciare ai quattro venti certi termini, in quanto la loro ormai secolare desuetudine porterebbe ad equivocare e ad urtare talune sensibilità moderne abituate a ben altro tipo di linguaggio da parte della Chiesa, questa volta è davvero innegabile che sussistano gli estremi, nelle risposte militari che si sono dovute obbligatoriamente adottare, della famosa “guerra giusta”, piaccia o no espressamente prevista dalla Dottrina cattolioca e teorizzata da Padri e Dottori della Chiesa del calibro di S. Agostino o S. Tommaso d’Aquino, quale “extrema ratio” quando diviene immpossibile ogni altra via d’uscita pacifica da una situazione che imponga la legittima difesa contro atti altrui estremamente ingiusti e violenti.
    Il Papa ha giustamente ricordato, nei giorni scorsi, che alla violenza non ci si oppone con la violenza, nel senso che essa non può assurgere al rango di unico o privilegiato mezzo al quale affidare la risoluzione definitiva degli umani contenziosi, ma è ovvio che questo non può mai escludere che si debba ricorrere, nell’immediato, ad ogni mezzo idoneo a fermare stragi di innocenti o soprusi indicibili ai loro danni: permettere che tante persone finiscano martiri per il solo nostro rifiuto, motivato da un criminalmente errato concetto del dovere cristiano, ad impiegare tutti i mezzi in nostro possesso atti ad evitare ciò, equivarrebbe ad un delitto frutto di fanatismo religioso non meno grave di quelli di chi, per gli stessi motivi, prende a sterminare direttamente vite umane. Alla follia della “guerra santa” non si può opporre quella di un'”imbellità santa”.
    Come si vede, in conclusione, ciò che sta accadendo in regioni non poi così lontane dal nostro mondo tutto sommato “tranquillo” rappresenta una sfida come forse mai nessun’altra alle nostre certezze di uomini e cristiani del nostro tempo, che credevano ormai irreversibilmente sepolti nel passato certi incubi collettivi e la necessità di affrontarli con fermezza e lucidità.
    Tommaso Pellegrino – Torino