La Croce dell’informe – Breve storia critica del crocefisso nell’arte (undicesima e ultima parte)

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Con quest’articolo si conclude la pubblicazione in varie puntate (qui la prima, qui la secondaqui la terzaqui la quarta, qui la quinta, qui la sestaqui la settima, qui l’ottava, qui la nona e qui la decima) di una “Breve storia critica del Crocifisso nell’arte” a cura di Luca Fumagalli,  socio fondatore e membro storico di Radio Spada.

 

di Luca Fumagalli

Il Concilio Vaticano II e il post-moderno

 

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Innanzi alla crisi figurativa e alla secolarizzazione dell’arte del XX secolo, il Concilio Vaticano II ha tentato di porre rimedio attraverso la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium promulgata il 4 dicembre 1963, dove, nell’ambito della discussione sulla liturgia, vi è spazio, al VII capitolo, per concentrarsi sulle problematiche relative all’arte sacra. In realtà il testo è piuttosto breve e pecca di una sostanziale mancanza di presa di posizione rispetto al fenomeno artistico in costante fase di sgretolamento. I pochi accenni ad una formazione dell’artista e del chierico alla storia dell’arte sacra vengono però immediatamente oscurati da palesi controsensi come quello che si legge al punto 125: «si mantenga l’uso di esporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli. Tuttavia si espongano in numero limitato e secondo una giusta disposizione, affinché non attirino su di sé in maniera esagerata l’ammirazione del popolo cristiano e non favoriscano una devozione sregolata»[1]. Come si pretende di riabilitare, da un lato, l’arte e le commissioni ecclesiastiche mentre dall’altro opera un intento contrario? Si coglie molto bene la diversa sensibilità che accompagna il Concilio Vaticano II rispetto a quello di Trento dove, al contrario, innanzi alla rivoluzione protestante si decise di combattere non solo con la fede e con la spada ma anche con i pennelli dell’artista in quel moto di rinnovamento figurativo che condusse l’Europa ai fasti del barocco. Ancora peggio è constatare come, innanzi al perverso dialogo con il mondo moderno e con le altre religioni, l’avvertenza a mantenere nella chiesa un limitato numero d’immagini sia bene accetta dai più ferventi sostenitori dell’ecumenismo: «non avrebbe senso […] riempire il sacro recinto con immagini, simboli, emblemi e ornamenti che ripugnano la sensibilità di quelli con i quali si intende confraternizzare»[2].

La sostanziale inefficacia delle proposte del Concilio possono essere ben misurate oggi, a molti anni di distanza: nel dialogo tentato con il moderno non solo non si è riusciti a contrastare la secolarizzazione dell’arte anzi, l’arte moderna è riuscita ad insediarsi stabilmente nelle chiese. Dalle architetture alle sculture, passando per gli affreschi, molte delle chiese costruite dopo le disposizioni conciliari  risultano esteticamente scandalose e fredde nel loro essere quasi completamente prive d’arte. E, come se non bastasse, il poco d’arte sacra visibile è ormai infettato dal morbo del modernismo (composizioni ardite, perdita della figura, incomunicabilità cronica del messaggio religioso…). L’episodio accaduto a Vienna nella primavera del 2008 in cui al Museo del Duomo sono state esposte, con il nulla osta dell’arcivescovo Schönborn, delle opere blasfeme di Alfred Hrdlicka – tra cui una crocifissione in cui manca il volto di Cristo e sono poste in particolare evidenza le sue pudenda -, è solo un caso estremo che ben sintetizza il passivo atteggiamento odierno che la Chiesa adotta nei confronti dell’arte contemporanea.

 

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D’altro canto l’arte postmoderna ufficiale, al di fuori della Chiesa, ha completamente rotto gli ultimi legami con un qualsiasi orizzonte di senso. Alla secolarizzazione della tematica sacra della Passione di Gesù tipica del XX secolo si è progressivamente sostituito un violento attacco al valore religioso della Croce. Lavori come il Piss Christ di Andres Serrano (1950) del 1987 – in cui un Crocifisso è immerso in un recipiente colmo di urina – o il Crocifisso avvolto nel nastro segnaletico di Kendell Geers (1968), conservato a Parigi presso il Centre Pompidou, evidenziano bene la cifra volgarmente anticattolica che caratterizza oggigiorno l’arte a soggetto religioso. Una crocifissione blasfema, in cui una donna è stesa nuda su un letto con la braccia allargate e i piedi riuniti, è addirittura apparsa qualche anno fa in una pubblicità per la Giornata contro la violenza sulle donne[3].

É proprio innanzi ad una situazione così sconfortante che l’arte sacra in generale, e in particolare il Crocifisso, vessillo cattolico per eccellenza, sono chiamati ad una reazione corale. L’uomo moderno, corrotto nella perdita del senso e di qualunque freno morale, ha bisogno ora più che mai di essere guidato sulla retta via anche attraverso il potentissimo strumento della bellezza che l’arte genera. L’arte sacra, per perseguire i fini che le sono propri, deve quindi necessitare di una regolamentazione ben precisa, non troppo vincolante ma neanche troppo generica – come invece si è verificato nel Concilio Vaticano II – che sappia garantire il rispetto dei dogmi, l’efficacia estetica e la necessaria differenziazione in positivo rispetto al mondo odierno dell’arte “ufficiale”.

E l’appello finale di questo scritto è dunque rivolto alla Chiesa affinché, uscendo dalla disperata situazione del modernismo culturale ed artistico che oggi la domina, sappia farsi, ancora una volta nella sua lunga storia, faro dell’umanità verso Dio.

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[1] Sacrosanctum Concilium, VII, 125.

[2] F. LEONARDIS, Arte sacra contemporanea bene culturale della Chiesa, Cinisello Balsamo, Silvana editoriale, 2007, p. 23.

[3] Cfr. http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/donna-crocifissa/donna-crocifissa/donna-crocifissa.html.

 

 

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