Divorziati “risposati”, gli studiosi rimbeccano Kasper

Matrimonio

 

A seguito dell’apertura – sedicente pastorale – verso i divorziati “risposati” proposta dal cardinale Walter Kasper al concistoro del 20 febbraio 2014 in preparazione al sinodo sulla famiglia che deve tenersi il prossimo ottobre, molte riviste accademiche hanno pubblicato studi che sostengono la dottrina della Chiesa e rigettano gli argomenti del cardinal Kasper.

Nella rivista Die Neue Ordnung (n°3/2014, pp. 180-191) il cardinal Walter Brandmueller, ex presidente del Comitato pontificale delle scienze storiche, evoca il conflitto che oppose, nel IX secolo, il papa Niccolò I ed il re di Lotaringia Lotario II.

Lotario, inizialmente unito, senza essere sposato, a Valdrada, sposò poi per ragioni d’interesse politico Teoberga. In seguito si separò da costei per risposarsi con la sua precedente concubina; volle ad ogni costo che il papa riconoscesse la validità di questo secondo matrimonio. Ma, benché Lotario beneficiasse dell’appoggio dei vescovi della sua regione e del sostegno dell’imperatore Lodovico II, che arrivò ad entrare in Roma colla sua armata, il papa Niccolò I (oggi venerato come santo) non si sottomise alle sue pretese e non riconobbe mai come legittimo il secondo “matrimonio” di Lotario.

Al termine di questo richiamo storico, il cardinal Brandmueller ricava una lezione per la Chiesa di oggi. Ecco la sua conclusione, che riprendiamo dal sito del vaticanista Sandro Magister:

E’ necessario – come già osservato – che la Chiesa possa essere certa dell’aiuto costante dello Spirito Santo, che è il suo principio vitale più intimo, il quale garantisce ed opera la sua identità nonostante tutti i cambiamenti storici.

Così, dunque, lo sviluppo effettivo del dogma, del sacramento e della gerarchia del diritto divino non sono prodotti casuali della storia, ma sono guidati e resi possibili dallo Spirito di Dio. Per questo tale sviluppo è irreversibile e aperto solo in direzione di una comprensione più completa. La tradizione in tal senso ha pertanto carattere normativo.

Nel caso esaminato, ciò significa che dal dogma dell’unità, della sacramentalità e dell’indissolubilità, radicati nel matrimonio tra due battezzati, non c’è una strada che porti indietro, se non quella – inevitabile e per questo da rigettare – del ritenerli un errore dal quale emendarsi.

Il modo di agire di Niccolò I nella disputa sul nuovo matrimonio di Lotario II, tanto consapevole dei principi quanto inflessibile ed impavido, costituisce una tappa importante sul cammino per l’affermazione dell’insegnamento sul matrimonio nell’ambito culturale germanico.

Il fatto che il papa, come anche suoi diversi successori in occasioni analoghe, si sia dimostrato avvocato della dignità della persona e della libertà dei deboli – per la maggior parte erano donne – ha fatto meritare a Niccolò I il rispetto della storiografia, la corona della santità ed il titolo di “Magnus”.

In un contributo datato 9 giugno 2014, sette teologi e canonisti, originari di quattro paesi europei, si sono espressi in favore dell’indissolubilità del matrimonio senza eccezioni, nemmeno attraverso il ricorso al concetto abusato di “misericordia”, e quindi contro l’accesso dei divorziati risposati alla comunione (qui il documento).

La rivista francese Catholica pubblica uno studio del padre Laurent Jestin, intitolato “Kasperiana“, che si apre in questi termini:

Blaise Pascal a suo tempo s’era opposto ai casuisti accusandoli di compiacenza: “È così che i nostri Padri liberano gli uomini del penoso dovere di amare veramente Dio (…) voi vedrete che (per loro) questa dispensa dal fastidioso dovere di amare Dio è il privilegio della legge evangelica sulla legge giudaica.” (Lettere provinciali, X). Il cardinal Walter Kasper ha un bel difendersi e volersi porre su un modesto piano pastorale: la conferenza pronunciata davanti il concistoro straordinario dei cardinali il 20 e 21 febbraio 2014, su richiesta di papa Francesco, rinvia a questa indignazione dell’autore delle Provinciali, aggravata dall’impressione di una certa disonestà intellettuale.

Circa questa disonestà intellettuale padre Jestin  mostra che il cardinal Kasper non agisce diversamente dalla maggior parte dei membri della commissione teologica che, nel 1966, consigliò a Paolo VI di rinunciare alla dottrina della chiesa sulla contraccezione. Il papa non seguì questi teologi e pubblicò l’enciclica Humanae vitae il 25 luglio 1968.

Nella rivista svizzera Nova et vetera del mese di agosto si trova una “valutazione teologica” delle “recenti proposte per l’accompagnamento pastorale delle persone divorziate e risposate” da parte di otto teologi americani, fra cui sette domenicani. Gli autori vi affermano che le questioni sollevate dal cardinal Kasper sono già state disciplinate all’epoca della controversia con la Riforma, nel XVI secolo:

La Riforma contestava direttamente gl’insegnamenti della Chiesa sul matrimonio e l’umana sessualità, con degli argomenti molto simili a quelli d’oggi. Si diceva che il celibato del clero era troppo difficile, un troppo grave peso da portare per la natura umana, anche se con la grazia. Era negata la natura sacramentale del matrimonio cristiano, come lo era la sua indissolubilità. In Germania fu introdotto il divorzio civile con il pretesto che non ci si poteva aspettare dallo Stato che privilegiasse incoraggiasse e difendesse il matrimonio per tutta la vita. Insomma la Riforma ha radicalmente ridefinito il matrimonio.

Il Concilio di Trento ha risposto a questa crisi in quattro modi. Innanzitutto, il Concilio ha definito dogmaticamente l’insegnamento tradizionale sul carattere sacramentale ed indissolubile del matrimonio cristiano, identificando esplicitamente il risposarsi con l’adulterio. In secondo luogo, ha resa obbligatoria la forma pubblica ed ecclesiale del matrimonio, correggendo l’abuso dei matrimoni privati e clandestini (in simili casi, uno degli sposi abbandonava talvolta il suo matrimonio basato unicamente sulla propria decisione privata e soggettiva ed in seguito si risposava pubblicamente: il Concilio ha vietato quest’approccio soggettivo e privatizzato). Quindi, il Concilio di Treno ha definito come dogma la giurisdizione della Chiesa sui casi di matrimonio, esigendo per preservare l’integrità dei sacramenti che essi fossero giudicati sulla base di modelli oggettivi nei tribunali ecclesiastici. Infine, ha insegnato esplicitamente che gli adulteri perdono la grazia giustificante: gli adulteri e tutti gli altri che commettono peccati mortali, benché non perdano la fede, perdono la grazia giustificante e sono esclusi dal Regno di Dio, a meno che non si pentano ed abbandonino e detestino il loro peccato, e facciano la confessione sacramentale (in un altro luogo, il Concilio tridentino decretò ch’essi non potevano ricevere la santa comunione fintanto che non facessero questo).

Non è proprio possibile ammettere alla santa comunione coloro che perseverano nell’adulterio ed affermare allo stesso tempo queste dottrine conciliari. Le definizioni tridentine di adulterio, giustificazione (che implica la carità oltre che la fede), o del senso e significato dell’eucaristia, ne risulterebbero mutate. La Chiesa non può trattare il matrimonio come una questione privata, né come una questione appannaggio dello Stato, né come qualcosa che si decida a partire dalla coscienza individuale.

 

Fonte: DICI n°299 du 01/08/14 [traduzione a cura di Franciscus Pentagrammuli]

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