Montesquieu fail

rossi

 

di Ilaria Pisa

 

8 aprile 2014. Sulla base di considerazioni che non analizzo nel merito, lasciando ad altri più titolati e più bravi la spiegazione dell’ovvio – ossia che la fecondazione assistita è TUTTA aberrante – la Corte Costituzionale dichiara parzialmente illegittima la l. 40/2004 nella parte in cui non consente, in alcuni casi, la c.d. eterologa. “[…] la Corte Costituzionale …ha dichiarato l’illegittimità della norma della legge 40 che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta. La Consulta, in particolare, ha bocciato gli articoli 4, comma 3, 9, commi 1 e 3 e 12, comma 1, della legge 40. Questi prevedevano il divieto assoluto di fecondazione attraverso donatori esterni e sanzioni per i medici che la avessero praticata. I giudici hanno accolto i ricorsi presentati dai tribunali di Milano, Firenze e Catania” (così l’edizione online de Il Sole 24 Ore, 9 aprile).

10 giugno 2014. Sono depositati i motivi della sentenza (per chi volesse masochisticamente leggerseli, sono consultabili qui).

28 agosto 2014. Il Presidente della Toscana (v. screenshot sopra) sul proprio profilo Facebook presenta come apice della legalità che la sua Regione applichi “le sentenze dell’alta corte”, affermando che di nuove norme in tema di PMA, semplicemente… non c’è alcun bisogno [1].

1748. Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e di Montesquieu, pubblica il monumentale L’ésprit des lois. Riguardo alla separazione dei poteri, principio cardine dell’odierno concetto di Stato di diritto, vi si legge 

Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati.

Montesquieu (illuminista, massone e con un’allure indiscussa) dovrebbe piacere al filosofo Enrico Rossi. Ma scommettiamo che oggi il barone non sarebbe d’accordo con lui?


 

[1] In verità, la Consulta sul “vuoto normativo” si è espressa un po’ diversamente, riconoscendo che norme applicabili vi sono, ma soltanto per alcuni tra gli aspetti principali: “…occorre, peraltro, ricordare che questa Corte sin dalla sentenza n. 59 del 1958 ha affermato che il proprio potere «di dichiarare l’illegittimità costituzionale delle leggi non può trovare ostacolo nella carenza legislativa che, in ordine a dati rapporti, possa derivarne; mentre spetta alla saggezza del legislatore […] di eliminarla nel modo più sollecito ed opportuno» e, di recente, ha ribadito che, «posta di fronte a un vulnus costituzionale, non sanabile in via interpretativa – tanto più se attinente a diritti fondamentali – la Corte è tenuta comunque a porvi rimedio» (sentenza n. 113 del 2011). L’esigenza di garantire il principio di costituzionalità rende, infatti, imprescindibile affermare che il relativo sindacato «deve coprire nella misura più ampia possibile l’ordinamento giuridico» (sentenza n. 1 del 2014), non essendo, ovviamente, ipotizzabile l’esistenza di ambiti sottratti allo stesso. Diversamente, si determinerebbe, infatti, una lesione intollerabile per l’ordinamento costituzionale complessivamente considerato, soprattutto quando risulti accertata la violazione di una libertà fondamentale, che non può mai essere giustificata con l’eventuale inerzia del legislatore ordinario. Una volta accertato che una norma primaria si pone in contrasto con parametri costituzionali, questa Corte non può, dunque, sottrarsi al proprio potere-dovere di porvi rimedio e deve dichiararne l’illegittimità, essendo poi «cómpito del legislatore introdurre apposite disposizioni» (sentenza n. 278 del 2013), allo scopo di eliminare le eventuali lacune che non possano essere colmate mediante gli ordinari strumenti interpretativi dai giudici ed anche dalla pubblica amministrazione, qualora ciò sia ammissibile. Nella specie sono, peraltro, identificabili più norme che già disciplinano molti dei profili di più pregnante rilievo…“.

Rispondi