[RADIO ARTE] Storia di due non artisti: Mark Rothko e Francis Bacon

 

Nell’ottica di sfida alla corruzione della modernità che Radio Spada persegue, è sembrato opportuno, accanto al pensiero e alla battaglia politica, affiancare questo piccolo spazio di riflessione culturale in ambito artistico. Se è vero quello che dice il critico W. Pinder, cioè che «la storia dell’arte serve alla conoscenza dell’uomo», sia questa dunque l’occasione per un viaggio interiore alla scoperta dell’arte moderna, di una realtà decisamente sottosopra, di un mondo che purtroppo abbiamo fatto nostro già da molto tempo.

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MARK ROTHKO (vero nome Mark Rothkowitz) nasce nel 1903 a Dvinsk, in Russia, da una famiglia di origine ebraica. Trasferitosi nel 1910 negli Stati Uniti, paese che diventerà la sua patria, Rothko partecipa a quel movimento culturale che porterà la generazione artistica americana, cresciuta tra le due guerre, a reinterpretare e superare le esperienze avanguardistiche d’inizio secolo. Nel 1935 aderisce al gruppo “The Ten” (i Dieci) e successivamente si dedica ad una carriera artistica tutta personale che lo porta a brillanti successi internazionali. La vita di Rothko termina tragicamente il 25 febbraio del 1970 quando, di primo mattino, si suicida tagliandosi le vene nel suo studio di New York (la morte prematura scatenerà un vivace contenzioso legale passato alla storia).

Oggi le sue opere sono tra le più costose e ricercate del mercato dell’arte. La poetica di Rothko è stata più volte riassunta nell’abusata etichetta dell’ “espressionismo astratto”, in condivisione con molti altri artisti del panorama americano come il famosissimo Jackson Pollock. Anche se l’artista non sarà mai soddisfatto di questa definizione è però certo che la sua opera percorre un binario esattamente intermedio tra il “geometrismo” di Mondrian e il liquido puro del dripping di Pollock. Le sue tele, almeno quelle del periodo centrale e più fecondo della sua carriera, esclusa qualche eccezione come il ciclo per il “The Four Seasons” a New York e per la cappella di Huston, presentano sempre il medesimo modello composizionale: di grandi dimensioni, mostrano da due a quattro rettangoli di colore dai contorni indefiniti, disposti uno sopra l’altro su uno sfondo che li circonda completamente. L’americano utilizza nei suoi lavori soltanto alcuni elementi artistici, come la linea e la campitura di colore, e pretende che questi particolari possano da soli costituire un’opera d’arte compiuta. Siamo innanzi ad un palese caso di “ideologizzazione” dell’ arte medesima nel momento in cui un elemento del fenomeno artistico viene elevato come cifra distintiva della totalità dell’opera. Possiamo definire la composizione tipo di Rothko come decorazione, “oggetto estetico” ma nulla più.

Accanto a motivazioni critico-scientifiche interviene anche una motivazione culturale più profonda. Per una civiltà come la nostra, così densamente pregna di cristianesimo, l’astrattismo sembra incarnare l’antimodello per eccellenza. E come potrebbe essere altrimenti in una società in cui si venera Dio resosi uomo? Cioè Dio fattosi “forma” umana ? Senza la mancanza di riferimenti certi, appigli compositivi sicuri, lo spettatore è spaesato e gli equivoci sono all’ordine del giorno (emblematico è il caso di una tela di Rothko venduta nel maggio del 2007 per la cifra record di 72,84 milioni di dollari). Non sorprende scoprire che l’opera più religiosa di Rothko, la già citata cappella a Huston, in Texas, dove sono stati collocati alcuni suoi quadri monocromi, altro non è che una squallida cappella interconfessionale.

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FRANCIS BACON è comunemente considerato dai critici il pittore inglese più significativo del XX secolo. Nasce a Dublino nel 1909 da una famiglia nobile inglese (ormai decaduta) che vantava una parentela con l’omonimo filosofo del 1600. A causa della sua latente omosessualità e dei cattivi rapporti con la famiglia girovagò molto per le grandi capitali dell’Europa come la natia Dublino, Berlino e Parigi prima di stanziarsi definitivamente a Londra svolgendo lavori umili nel tentativo di sbarcare il lunario. Senza alcuna formazione artistica accademica il giovane Francis iniziò a dedicarsi alla pittura, inizialmente con scarsi successi, ma con una costanza unica che gli permetteranno, già alla fine della seconda guerra mondiale, di vincere l’indifferenza della critica e di raggiungere in breve tempo la nomea di grande artista mondiale che non si estinguerà neanche con la sua morte avvenuta a Madrid nel 1992.

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L’arte di Francis Bacon non è sostanzialmente riconducibile a nessuna corrente artistica del XX secolo. E’ uno di quei casi (come Modiglioni, Chagall e altri) in cui la poetica dell’autore è talmente personale da creare un’estetica nuova e singolare. Generalizzando e semplificando possiamo ricostruire, nella sua lunga produzione, uno schema compositivo costante: su uno sfondo monocromo si stagliano strutture geometriche essenziali – alcune astratte, altre si concretizzano in oggetti reali – che contengono umanoidi di varia natura, anatomie umane accostante in una prospettiva di esasperato e grottesco antinaturalismo. La sensazione generale che emerge è quella di un arte potentemente anti-metafisica, chiusa nella sua fredda carnalità e materialità (non a caso uno dei temi preferiti da Becon è quello della carne animale, soggetto da cui fu affascinato sin dalla giovinezza, come lui stesso dichiara, vedendola esposta nella macelleria vicino a casa).

Anche il tema sacro della crocifissione, da lui affrontato in molteplici occasioni, risente di questa mancanza cronica: completamente priva di commozione e spiritualità, la scena si risolve nella grottesca esposizione di mostruose figure. Della Santa Croce neanche l’ombra. E la blasfemia non risparmia neanche l’immagine bellissima dell’Innocenzo X di Velazquez (1650) che Becon rielabora in una serie di dipinti in cui la figura del Papa, ridotta ad uno spettro grigio e cadente, è avvolta nel cupo sfondo monocromo della tela. L’immagine spaventosa e orribile è accresciuta, in alcune prove, dalla deformazione del viso di Innocenzo X che lancia un orribile grido di morte.

In definitiva l’opera di Francis Bacon rappresenta una delle molteplici variazioni con cui il XX secolo ha concretizzato il caos esistenziale e ideale proprio dell’epoca. Manca una vera e propria progettualità – famoso è l’episodio in cui Bacon giustifica la presenza di una svastica in un suo dipinto con mere ragioni estetiche – e frasi come “la gente può dare le interpretazioni che più le piacciono [ai miei dipinti]” confermano la nullità di uno degli artisti  più sopravvalutati del secolo scorso.

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LUCA FUMAGALLI

13 Commenti a "[RADIO ARTE] Storia di due non artisti: Mark Rothko e Francis Bacon"

  1. #ruggero romani   7 agosto 2014 at 7:46 pm

    “L’arte di Francis Bacon non è sostanzialmente riconducibile a nessuna corrente artistica del XX secolo. E’ uno di quei casi (come Modiglioni, Chagall e altri) in cui la poetica dell’autore è talmente personale da creare un’estetica nuova e singolare. ”
    “confermano la nullità di uno degli artisti più sopravvalutati del secolo scorso”
    Evviva il principio di non contraddizione!
    Ruggero Romani

    Rispondi
    • #rocco   9 agosto 2014 at 12:53 am

      Ruggero! che piacere ritrovarti.

      Rocco.

      spero che ricorderai le nostre dispute su Libertaepersona.

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      • #ruggero romani   9 agosto 2014 at 6:20 am

        forse un giorno riapriranno i commenti lì, per il momento accontentiamoci dei sedevacantisti!

        Rispondi
      • #Piero   9 agosto 2014 at 8:35 am

        Ah! Il piacere e’ tutto tuo!

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  2. #Luca   7 agosto 2014 at 9:03 pm

    Non capisco sinceramente dove stia la contraddizione.

    Nella prima frase da te citata sostengo che lo stile di Bacon è unico e fonte d’ispirazione per tutta una schiera di artisti cintemporanei.

    Nella seconda frase – giudizio che sei libero di non condividere – dico che non mi piace.

    Si tratta, nel primo caso, di un giudizio quantitativo, mentre nel secondo di un guidizio qualitativo.

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    • #ruggero romani   8 agosto 2014 at 12:07 pm

      a me sembra, invece, che il primo sia un giudizio critico, il secondo un giudizio moralistico.

      Rispondi
      • #Luca   8 agosto 2014 at 2:44 pm

        E invece ti sbagli nuovamente. Il primo è un giudizio storico, mentre il secondo è critico 🙂

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  3. #Hector Hammond   7 agosto 2014 at 11:33 pm

    Opere che rappresentano qualcosa di infero , non c’è traccia di amore , speranza , di una forza che contrasti il male . Arte zombie la chiamerei , tutto decade eppur rimane vivo nel disfarsi .

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  4. #Andrea   8 agosto 2014 at 11:43 am

    La promozione dell'”arte” di Rothko rientra perfettamente nel vasto progetto di rieducazione dei gusti della collettività, progetto volto a modificare radicalmente la sensibilità delle persone al bello, ai canoni di bellezza oggettiva, di espressione, di maestosità, all’amore per i dettagli. E’ vero che i gusti son gusti, ma se son riusciti a rendere le “opere” di Rothko apprezzate dalla massa, poi si comprende quanto sia semplice rieducare la massa in tutti gli altri ambiti del vivere.

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