NEOCONSERVATORISMO, CONSERVATORISMO, CATTOLICESIMO: UN’IMPOSSIBILE ALLEANZA (ULTIMA PARTE)

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Concludiamo la pubblicazione in quattro puntate di questo saggio che gentilmente ci mette a disposizione Luigi Copertino, già autore dell’ottimo “Spaghetticons” (edizioni il Cerchio). Ci sembra utile, oggi più che mai, di fronte all’attuali rigurgiti fallaciani e neoconservatori, sparsi a piene mani da giornali quali “Il Foglio”, ricordare ai nostri lettori quali sono le premesse ideologiche  e storiche dell’attuale pensiero neoconservatore. Buona Lettura! (Qui la prima puntata e qui la seconda e qui la terza) .

di Luigi Copertino

La contraddittorietà del pensiero neoconservatore diventa, poi, insanabile aporia nel caso dei cosiddetti neocons cattolici, Novak, Nehaus e Weigel. Benché più che neocons nel senso tecnico del termine trattasi di pensatori catto-liberali, tuttavia essi hanno trovato notorietà più vasta allineandosi alla schiera neocons. Il principale intellettuale cattolico tra i neocons, proveniente come gli altri dalle file del catto-progressismo degli anni ‘60, è Michael Novak. La sua tesi di maggior notorietà è quella secondo la quale, ad onta di ciò che pensava Max Weber, il capitalismo liberista avrebbe una matrice teologica cattolica per via della predilezione delle opere e del rifiuto della “sola fides” luterana che contraddistinguono il Cattolicesimo. I catto-neocon, sulla scia di Novak, ritengono che la prova dell’origine cattolica dell’economia liberista è nel fatto che soltanto l’Occidente, perché cristiano, ha conosciuto, a partire dal medioevo, un costante progresso tecnico ed economico superando la sua iniziale condizione di sottosviluppo.

Questa constatazione storica nel campo degli studi sociali non è una novità assoluta. Già il Toniolo, uno dei padri del cattolicesimo sociale ottocentesco, osservava, infatti, che l’Europa medioevale, con le sue realtà socio-economiche largamente ispirate ai principi etici del Cattolicesimo, avrebbe potuto partorire una diversa via alla modernità se non fosse intervenuta la Riforma. Infatti, a differenza di Novak che ritiene il liberismo una filiazione etico-economica del Cattolicesimo, Toniolo individuava nella rivoluzione protestante, e per la precisione nella giustificazione calvinista della ricchezza come segno di elezione divina, il punto di svolta storico a partire dal quale l’economia dell’antica Europa cristiana ha iniziato a perdere ogni riferimento etico ed ogni contesto comunitario, inaugurando la strada che avrebbe portato verso il “capitalismo liberista” tipico del mondo anglosassone.

Toniolo, dal canto suo, auspicava che il movimento sociale cattolico, nato in opposizione al liberalismo massonico risorgimentale, abbandonando antiche nostalgie (come quella delle corporazioni miste di padroni ed operai per far proprie le nuove realtà dei sindacati “anche di soli operai” come ebbe poi a sancire Leone XIII nella “Rerum Novarum”), iniziasse a porre la basi di un “capitalismo sociale” conforme ai principi etici di carità, equità e giustizia del Cattolicesimo: un tipo di economia sociale che, poi, benché tra mille problemi e difetti fu comunque realizzata in Europa sia dai regimi autoritari ispirati al socialismo nazionale sia dalla politica interclassista avanzata di matrice cattolica, come nel caso del “capitalismo renano” e “partecipativo” di matrice bavarese (non prussiana), ma oggi messa in crisi dai processi di globalizzazione finanziaria e di scambio transnazionale senza regole.

Circa la presunta origine cattolico-medioevale del capitalismo liberista siamo sostanzialmente d’accordo con Jacques Le Goff quando, di recente, è insorto contro il mito storiografico del “medioevo capitalista”, oggi diventato un luogo comune sull’onda neoconservatrice del liberismo di ritorno, cui tanti cattolici, soprattutto se di “destra”, hanno abboccato. Avvenire del 15.10.2010 ha pubblicato, in forma di articolo intitolato, appunto, «Il mito del Medioevo capitalista», l’introduzione firmata da Le Goff ad un’opera storica relativa alle concezioni dell’economia nel Medioevo: «Secondo Karl Polanyi – scrive in detta introduzione lo storico francese – nella società occidentale l’economia non possiede una specificità autonoma fino al XVIII secolo. A suo avviso essa è incorporata (embedded) in quello che chiama “labirinto delle relazioni sociali”. Ritengo che la sua tesi si applichi alla visione del mondo medievale, che non lascia spazio al concetto di economia (…). L’assenza di un concetto medievale di denaro va messa in relazione con la mancanza non solo di un ambito economico specifico, ma anche di vere teorie economiche – gli storici che attribuiscono un pensiero economico ai teologi scolastici o agli ordini mendicanti, in particolare ai francescani, commettono un anacronismo. (…). Dal momento che, pur in mancanza di riflessioni specifiche, un ambito come quello dell’economia esiste al di fuori della consapevolezza che chierici e laici ne hanno, o meglio non hanno, ribadisco la mia convinzione che l’uso del denaro nel Medioevo sia da inserire nell’economia del dono: la subordinazione delle attività umane alla grazia di Dio riguarda anche il denaro. A tal proposito, mi sembra che l’impiego “laico” del denaro sia stato condizionato da due concezioni specificamente medievali: l’aspirazione alla giustizia, che si ripercuote nella teoria del giusto prezzo, e l’esigenza spirituale della caritas. (…). Se il denaro ha progressivamente cessato di essere maledetto e infernale, per tutto il Medioevo esso è rimasto tuttavia quanto meno sospetto. Mi è sembrato infine necessario precisare, sulla scia di importanti storici, che il capitalismo non è nato nel Medioevo e nemmeno si può considerare quest’epoca precapitalistica: la penuria di metallo pregiato e la frammentazione dei mercati hanno impedito che si creassero le condizioni adatte. Quella “grande rivoluzione” che Paolo Prodi colloca nel Medioevo, a mio parere sbagliando, si verificò soltanto nei secoli XVI e XVII. Nel Medioevo né il denaro né il potere economico sono arrivati a emanciparsi dal sistema globale di valori proprio della religione e della società cristiana».

Vi è stato, infatti, un lungo e complesso processo teologico, filosofico e storico che dal soggettivismo teologico di Lutero ha portato all’individualismo economico di Adam Smith. Il liberismo ha la sua radice teologica e filosofica nel soggettivismo luterano e cartesiano. L’individualismo è la trasposizione sociologica di tale soggettivismo. Il luogo intellettuale di genesi dell’ideologia liberista è nella convinzione di Adam Smith, mutuata dal Mandeville, sui “vizi privati” quale fonte della “pubblica prosperità”. Questa convinzione trova nella dottrina luterana della “natura delecta”, ossia sulla natura umana totalmente corrotta dal peccato originale, la sua fonte ultima.

A fronte di tale genesi, la posizione dei cattolici neocon che, sulla scia di Novak, inneggiano alla presunta matrice cattolica del capitalismo liberista, rivela tutta la sua disperata contraddittorietà. Il tentativo neoconservatore di unire in positiva alleanza liberismo ed etica sociale cattolica ha trovato un acuto critico in Thomas Rourke (3). Egli sostiene che, nel tentativo di giungere ad una alleanza con il liberalismo ed il liberismo, nel pensiero dei neocon cattolici vengono meno i caposaldi fondamentali della dottrina cattolica del Politico. Questi fondamenti essenziali, che risalgono ai Padri della Chiesa ed agli Scolastici (Agostino, Tommaso d’Aquino, Vitoria, Suarez, Bellarmino, etc.), sono le idee di Comunità Politica, di Bene Comune, di Stato come organismo morale. I neoconservatori cattolici, assumendo dal liberalismo una concezione contrattualista della vita associata, dimenticano che la filosofia sociale cattolica vede nella Comunità Politica, anche in quella sua forma moderna che è lo Stato, un insieme organico, e non meccanico e contrattuale, di corpi sociali intermedi, ceti, classi e gruppi familiari. Un insieme organico retto dal primato, di diritto naturale, del Bene Comune e dall’equità sociale.

Per i neocons cattolici lo Stato se non proprio un nemico, come per Nozick, è certamente un ingombrante ostacolo alla presunta “spontaneità”, ritenuta comunque sempre benefica, della vita sociale ed economica. Essi, al modo di tutti i liberali, non vedono nello Stato altro che un male necessario, di ordine contrattuale ossia sorto da un “contratto sociale” inter-individuale, la cui presenza ed operatività deve essere circoscritta al minimo (ed in tal modo essi “peccano” per difetto laddove gli statalisti radicali “peccano” per eccesso). Nella prospettiva liberale/liberista l’uomo non è la persona, imago Dei, ma è soltanto l’astratto individuo posto in una dimensione extra o a-politica. Lo Stato, pertanto, sarebbe soltanto uno strumento contrattuale utile alla conservazione dei diritti individuali alla vita, alla libertà e, soprattutto, alla proprietà privata. Lo Stato per i neocon cattolici non è più quel che è secondo la dottrina cattolica, ossia lo Stato-Comunità, ma è lo Stato-macchina mera, brutale ed anonima burocrazia amministrativa da limitare quanto più possibile nei suoi poteri e nel suo intervento, sempre e comunque dannoso in particolare se economico.

Ma lo Stato-macchina è sorto proprio per opera del liberalismo il quale, portando a compimento la trasformazione meccanicista della realtà sociologica in precedenza già messa in opera dall’Assolutismo, con la distruzione dei corpi intermedi per porre direttamente di fronte la Collettività, personificata nella rousseviana Volontà Generale, e l’Individuo, quale ingranaggio particolare del Meccanismo Collettivo, che un tempo era lo Stato totalizzante ed amministrativo ed oggi è il Mercato Globale nel quale gli individui sono rappresentati appunto come unità interagenti secondo le presunte meccaniche leggi deterministiche dell’economia di scambio, si rileva come il nucleo forte dell’immanentismo moderno che va compiendosi ed inverandosi in modo definitivo nel post-moderno, ponendosi così sia agli inizi che alla fine del processo di scristianizzazione sociologica post-medioevale, quasi un “alfa e omega” di tale processo storico.

I neoconservatori cattolici, da buoni liberali, non colgono affatto l’essenza organica dello Stato ma soltanto l’aspetto burocratico che esso ha dovuto, per forza di cose, assumere nella modernità onde far fronte ai gravi squilibri ed alle gravi fratture sociali intervenute con l’industrializzazione. In tal modo i neocon cattolici non possono evitare di assumere una posizione del tutto aperta alla spoliticizzazione e favorevole al primato, che si presume neutralizzante, dell’economia. Questo perché essi, sorvolando sul fatto che per la dottrina sociale cattolica lo Stato e più in generale il Politico trovano il proprio fondamento nel primato del Bene Comune, finiscono per accettare, sebbene con qualche distinguo e qualche condizione concettuale, la dottrina liberale circa l’origine contrattualista delle forme politiche e sociali anche se essa presuppone un’antropologia negativa e quindi un fondamento essenzialmente conflittuale del Politico (la schmittiana dicotomia amico/nemico). Questo concetto del fondamento conflittuale del Politico, che ha radici in Hobbes e Machiavelli, giunge al neoconservatorismo dal pensiero di Carl Schmitt mediato da Leo Strauss, un politologo americano che è stato il maestro di tutti i principali esponenti del neoconservatorismo americano.

A dire il vero i neocon cattolici, forse segretamente consapevoli delle aporie del loro pensiero, si avvicinano alla tradizione politica liberale sfumando, senza del tutto accantonarli, i concetti propri della dottrina sociale cattolica. Solo che, così facendo, essi depotenziano tali concetti e la stessa tradizione del pensiero politico cattolico nell’illusione che dal matrimonio tra Cattolicesimo e liberalismo quest’ultimo possa e voglia accogliere le elaborazioni del primo sul Bene Comune. Il pensiero dei neoconservatori cattolici, poi, cade nella stessa contraddizione che abbiamo sopra visto a proposito del neoconservatorismo tout court, ossia quella dell’inavvertenza dei legami sussistenti tra relativismo etico, nichilismo sociale e liberismo economico. Novak raffigura la vita sociale come il risultato dell’interazione di tre ambiti vitali fondamentali: l’economico, il politico e l’etico-culturale. Il pensiero catto-neocon assume come dimostrata la convinzione che nel “capitalismo democratico” (neologismo con il quale Novak suole indicare il liberismo economico) sia pragmaticamente presente un movente liberatorio ed umanitario del tutto assente nel socialismo e nel fascismo, i quali rimangono sempre e comunque anti-umani ed illiberali anche nelle loro eventuali forme moderate. Si rinviene qui, sia detto per inciso, l’influenza di quel pragmatismo sociale, tipico della tradizione filosofica anglosassone, che Leone XIII condannò nell’enciclica “Longinqua Oceani” con il nome di “americanismo”.

Ma è proprio in questo pragmatismo che fa capolino, anche nel pensiero di Novak e dei neocons cattolici, la contraddizione di un liberismo che, pur producendo soltanto nichilismo sociale, si pretende nemico del relativismo etico e strumento economico, politico e culturale della Verità religiosa. Ha giustamente scritto, in proposito, Vittorio Possenti: «Il concetto e la realtà dell’Autorità politica svolgono un ruolo residuale in Novak e seguaci, nel senso che in loro l’autorità politica non ha nessuna funzione essenziale da compiere nel preservare e promuovere il bene comune. I neoconservatori ignorano la concentrazione del potere quando esso sia in mani diverse da quelle dello Stato; essi non si accorgono dei legami intercorrenti tra la loro concezione della libertà e i mali morali e sociali che pur deplorano: appare perciò difficile tenere insieme l’elogio del capitalismo democratico con la valutazione negativa sulle dinamiche della sfera etico-culturale» (4).

L’ideologia neoconservatrice è, in fondo, nient’altro che una versione autoritaria del liberalismo politico (quello, per intenderci, prefigurato dalla amicizia, stima e simpatia che legavano la Thatcher con Pinochet) per imporre il liberismo economico. Un autoritarismo conservatore che in realtà non crede a nessun Ordine dato per natura ma che l’Ordine vuole decisionisticamente e volontaristicamente costruire sicché, in tale prospettiva, non solo la religione diventa l’instrumentum regni per darsi una base di massa ma anche il liberismo economico si palesa quale lo strumento più idoneo ed efficiente per aumentare la ricchezza (dei ceti dirigenti) e soprattutto la potenza nazionale americana. Di tal che laddove, un giorno, dovesse dimostrarsi migliore, a tal fine, un altro tipo di economia, i neoconservatori non potrebbero esitare nel farla propria anche ripudiando il liberismo. I cattolici conservatori che si sono accodati al neoconservatorismo ritengono il liberalismo/liberismo, nella sua versione conservatrice, il portato culturale, storico ed economico del Cattolicesimo in quanto la cultura liberale sarebbe portatrice della valorizzazione, appunto “cristiana”, della persona umana.

I loro avversari progressisti o “cattolici democratici”, ormai liquefatti, come avevano lucidamente previsto Antonio Gramsci ed Augusto Del Noce, in una generica opzione “democratica”, accolgono, invece, il liberalismo/liberismo nella sua versione “liberal”. In entrambi i casi si tratta di un’opzione culturale in favore dell’essenza del liberalismo/liberismo che è non affatto il “personalismo”, sempre improponibile senza il comunitarismo, ma l’individualismo. L’individualismo non è affatto, né teologicamente né storicamente, la conseguenza della valorizzazione cristiana della “persona umana”, come pensano i liberali. L’individualismo è l’espressione socio-economica di ciò che in filosofia è il “soggettivismo” e che si accompagna immancabilmente al “relativismo” ed al “prometeismo”. L’individualismo è l’estrema frontiera del nichilismo ed è stato partorito, come il suo fratello gemello ossia il collettivismo, dall’immanentismo ateo della modernità.

L’immanentismo concepisce la realtà secondo un olismo chiuso alla Trascendenza, la proclama autosussistente ed increata, pone al centro di essa il soggetto conoscente e fa di questo soggetto una modalità particolare del reale, panteisticamente concepito, nella quale si manifesta ed agisce la “potenza” creatrice della realtà medesima. Da Cartesio in poi la realtà coincide con l’idea, o la percezione, soggettiva della realtà. Scompare la distinzione fra soggetto ed oggetto in quanto, per il principio di immanenza, queste entità sarebbero perfettamente coincidenti. La realtà è ridotta all’idea della realtà. L’“io” realizza la conoscenza dell’oggetto come coincidenza tra realtà ed “io pensante”. Il mondo diventa, in tal modo, una alienazione del soggetto, una proiezione dell’io, e deve essere ricondotto in dominio del soggetto che lo ha generato. L’io si pretende creatore e, perciò, signore assoluto del mondo. L’io assurge a “dio” connotando il soggettivismo come prometeismo.

Ma l’io, secondo l’immanentismo, in tanto può pretendere di porsi al centro della realtà in quanto si riconosce modalità particolare di una impersonale sostanza universale che agisce dietro la realtà stessa, di volta in volta denominata dalle viarie filosofie moderne “res extensa”, “Ragione”, “Idea”, “Io Universale”, “Atto Puro”, “Storia”, “Volontà”, “Spirito”, etc. Sicché gli atti dell’io soggettivo sono mere espressioni dell’agire universale di questa oscura sostanza universale immanente al mondo. Il mondo si rivela la manifestazione di tale sostanza universale che agisce attraverso l’individuo, frammento particolare della medesima sostanza. La “Mano Invisibile” del mercato corrisponde concettualmente alla stessa idea panteistica di una sostanza animica o energetica che agisce nella realtà inintenzionalmente, ossia indipendentemente dalle intenzioni del singolo che, così, ne diventa soltanto lo strumento passivo proprio mentre egli crede di essere autonomo e sovrano nelle sue decisioni e scelte, anche morali e sociali.

L’immanentismo non è che la traduzione filosofica della gnosi spuria ossia della “religio luciferina” la quale sin dai tempi adamitici incanta ed inganna l’uomo. La gnosi, infatti, in tutte le sue varianti sia orientali che occidentali, asserisce la primordiale esistenza di una unità divina indifferenziata, impersonale e senza determinazioni, di volta in volta denominata “Nulla”, “Vuoto”, “Tutto”, “Uno”, “Pleroma”, “Brahman”, “Tao”, “Nirvana”, dalla frammentazione della quale, per un processo di degradazione e di decadenza, deriva la manifestazione, pertanto malvagia ed illusoria, delle forme particolari dell’esistente. La salvezza gnostica consiste nel ritorno all’unità divina indifferenziata mediante la distruzione della realtà materiale, malvagia ed illusoria, che è manifestazione ingannevole nella quale la scintilla divina dello gnostico è imprigionata nell’oscurità dell’impuro corpo carnale. Nelle più raffinate gnosi orientali la salvezza è descritta come annientamento del sé individuale nel Sé universale impersonale che è il centro della ruota dell’esistenza illusoria e dolorosa, dalla quale è necessario fuggire raggiungendo quello stato di vuoto mentale, di nichilismo spirituale, costituito dall’identificazione del sé particolare con il Sé impersonale. Questa identificazione si ottiene laddove l’uomo consente, mediante lo svuotamento interiore, la identificazione del sé particolare con il Sé impersonale in modo da diventare, per mezzo della “forza” di quest’ultimo, rompendo il limite della propria personalità fenomenica e ponendosi oltre il ciclo dell’esistenza dolorosa, il Signore cosmico.

La salvezza gnostica è pretesa di auto-salvezza senza intervento della Grazia. Nelle sue forme filosofico-politiche questa gnosi si palesa, evidente, nel collettivismo, cui corrisponde il comunismo, ma anche nell’individualismo, cui corrisponde il liberismo. Individualismo e collettivismo sono concettualmente mere estrinsecazione del contrattualismo sociale, della supposta natura sinallagmatica delle relazioni inter-personali che sarebbero mosse soltanto dal reciproco utile ed interesse solipsistico. In un caso il “Pleroma indifferenziato” è lo Stato omnipervasivo che sarà, secondo la prospettiva marxiana, superato nella Società autogestita dell’Uomo Nuovo, senza più alcuna Autorità, nell’altro caso è il Mercato occultamente mosso da una mano invisibile capace di tutto ordinare in un dinamismo spontaneo e senza alcuna volontà umana dirigente.      

                                                                                                                                            


NOTE

1)    Il pericoloso influsso culturale di cui parliamo è sostenuto, finanziariamente e mediaticamente, da potenti think tank americani come la Heritage Foundation, l’American Enterprise Institute, l’Acton Institute ed ha fatto breccia in invasive lobbies catto-conservatrici italiane o operanti in Italia come Alleanza Cattolica, il Centro Lepanto, la TFP, il Cesnur. Politicamente tali associazioni catto-conservatrici sono in sinergia con i settori liberal-liberisti del centro-destra e con le correnti liberal-conservatrici ora egemoni nel PPE e nell’UE. Gli  intellettuali di punta di questa tendenza culturale sono gli americani Michael Novak, R.J. Neuhaus, G. Weigel, Russel Kirk, Padre Sirico e, tra gli altri, gli italiani Massimo Introvigne, Marco Respinti, Andrea Morigi nell’ambito cattoconservatore, Dario Antiseri, Flavio Felice, Rocco Buttiglione  nell’ambito catto-liberale.

2)    Cfr. Peter Steinfels “The conservative”, Touchstone, New York 1980.

3)    Cfr. Thomas Rourke “A conscienze as large the world. Yves R. Simon versus the Catholic Neoconservatives”  Rowman & Littlefield Publishers Inc., Lanham 1998; recensito in Italia da Vittorio Possenti su Il Sole 24 Ore del 12/07/1998. Il Rourke effettua un’analisi delle contraddizioni del pensiero dei catto-neocons dall’interno della tradizione di pensiero politico cattolico utilizzando le riflessioni di Yves R. Simon (1903-1961) un pensatore tomista francese trapiantato negli Stati Uniti,

4)    Cfr. Vittorio Possenti recensione a Thomas Rourke “A conscienze as large the world. Yves R. Simon versus the Catholic Neoconservatives”, in Il Sole 24 Ore del 12/07/1998.                

                                                                  

2 Commenti a "NEOCONSERVATORISMO, CONSERVATORISMO, CATTOLICESIMO: UN’IMPOSSIBILE ALLEANZA (ULTIMA PARTE)"

  1. #Antonio Spinola   21 settembre 2014 at 11:39 pm

    Come può un cattolico non avere una disposizione d’animo che non sia “conservatrice” (nel senso filosofico del termine)? specialmente oggi, di fronte al degrado morale di un occidente ingannato dal pensiero liberal-progressista, affatto “libero”, oppresso da una burocrazia transnazionale e sovranazionale irresponsabile.
    Il cattolico non ha alternative, e, sul piano delle grigie scelte politiche, deve far fuoco con la legna che ha, accontentarsi dei conservatori che si può permettere in casa sua.
    E vero che i neocon hanno rigettato una parte della tradizione, rispolverando teorie economiche liberali improponibili in un contesto di globalizzazione selvaggia, hanno mescolato i diritti di Israele con quelli di Washington, e hanno spinto per la guerra del Golfo. Ma perché non ricordare i tanti conservatori che vi si opponevano.
    Perché non ricordare quel Russel Kirk, vera pietra miliare del conservatorismo americano (fattosi ovviamente cattolico)? Perché non far tesoro di pensatori come Burke, Eliot, Kirk. Perché non interessarsi seriamente al più attuale Roger Scruton? Cosa c’è di così poco cattolico in costoro che possa insospettirci? Paura di passare per biechi reazionari?

  2. #Luigi Copertino   22 settembre 2014 at 2:20 pm

    Nessuna paura di passare per reazionari. Burke era un anglicano moderato che difendeva, con la scusa della tradizione intesa come “abitudine” e “consuetudine” (che in politica significava, per lui, “costituzionalismo storicista”) più che come Tradizione ossia Verità metafisica, il suo status sociale di latifondista (oltretutto sulla pelle dei cattolici irlandesi per secoli oppressi e massacrati, come anche gli scozzesi, dal dominio protestante inglese, anche se va dato atto a Burke della sua difesa dei diritti civili degli irlandesi cattolici, come pure di quelli dei coloni americani, ma si trattava di una difesa non confessionale ma fatta in nome delle “tradizioni di tolleranza del costituzionalismo inglese”). Kirk si è sì tardivamente convertito ma era in sostanza un burkiano statunitense. Eliot è un caso un po’ diverso e comunque non avrebbe mai apprezzato il neoconservatorismo: il suo conservatorismo era molto più antiliberale di quello di Burke. La questione sta, in fondo, tutta in questo: il conservatorismo anglosassone, appunto burkiano-kirkierano, per via della sua ascendenza anglicana e protestante, è filosoficamente infettato da un approccio soggettivista alle questioni metafisiche (non a caso Immanuel Kant si entusiasmò per l’opera di Burke “L’inchiesta sul bello e sul sublime”, un’opera che lo qualifica come “pre-romantico”, benché in essa Burke si sforzava di mantenere un riferimento ad Aristotele e tuttavia Kant vi ha potuto ben vedere una gnoseologia di tipo idealista in quanto Burke ammettendo di non poter conoscere le cause esterne dell’esperienza soggettiva del bello e del sublime in pratica finiva per aprire la via all’immanenza del reale nel pensiero o nel sentire dell’io). Sicché questo cripto-soggettivismo insito nel conservatorismo anglosassone finisce per deviarlo poi, in politica, verso un liberalismo Whig, sebbene moderato ossia “old Whig”.
    Saluti.

    Luigi Copertino