Neoconservatorismo, conservatorismo, cattolicesimo: un’impossibile alleanza

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Iniziamo la pubblicazione in quattro puntate (ogni due giorni a partire da oggi) di questo saggio che gentilmente ci mette a disposizione Luigi Copertino, già autore dell’ottimo “Spaghetticons” (edizioni il Cerchio). Ci sembra utile, oggi più che mai, di fronte all’attuali rigurgiti fallaciani e neoconservatori, sparsi a piene mani da giornali quali “Il Foglio”, ricordare ai nostri lettori quali sono le premesse ideologiche  e storiche dell’attuale pensiero neoconservatore. Buona Lettura!  

di Luigi Copertino

Il clamore mediatico, qualche anno fa, ha imposto all’attenzione dell’opinione pubblica la scuola ideologica del neoconservatorismo. Le cronache posero sotto i riflettori i nomi di Paul Wolfowitz e John Bolton che insieme ai Robert Kagan, Richard Perle, Douglas Feith, William Kristol, Daniel Bell, Robert Nisbet, Samuel P. Huntington, Robert Nozick sono i più noti esponenti del neoconservatorismo. Questo clamore, tuttavia, spesso ha impedito una serena riflessione sui contenuti della proposta culturale e politica neocon e soprattutto sulle patenti aporie di cui essa soffre. Approfondiremo di seguito alcune di queste aporie per poi trattare delle contraddizioni del tentato approccio cattolico al neoconservatorismo in certi autori che hanno avuto un notevole influsso sui cattolici di estrazione tradizionalista e conservatrice ossia “old conservative” (1).

Il neoconservatorismo, come corrente di pensiero, nasce negli Stati Uniti negli anni settanta del XX secolo ma le sue radici possono essere rinvenute ancor più in là nel tempo. I maggiori esponenti della scuola neoconservatrice provengono dalla sinistra americana e non a caso essi sono stati definiti “liberal assaliti dalla realtà”. Abbandonate, infatti, le utopie umanitarie e pacifiste, hanno riscoperto il pensiero conservatore statunitense aggiornandone i contenuti con gli apporti dell’antropologia negativa e del decisionismo mutuati dal pensiero della fase post-cattolica di Carl Schmitt. Ad una sinistra liberal, proiettata verso la dissoluzione libertaria, i neocons oppongono la necessità di una rifondazione conservatrice della società mediante la riattualizzazione dei valori tradizionali. Questi valori però, nel mondo statunitense, non sono quelli del Cattolicesimo, capace di coniugare i valori etici (famiglia naturale, sacralità del matrimonio, dignità umana sin dal concepimento) con i valori sociali (carità, giustizia sociale, solidarietà verso i poveri) facendo discendere sia gli uni che gli altri da una più alta Verità, ma sono quelli della rigida morale puritana (il biblismo  veterotestamentario letto al di fuori della Rivelazione custodita dalla Chiesa, l’ascetismo professionale intramondano, il successo sociale segno di elezione, la povertà segno di dannazione).

I neocons partono da un’analisi in parte giusta della crisi del mondo moderno. Questa analisi prende le mosse dall’evidente fallimento storico del progressismo e dell’utopia del mondo nuovo che è stata, fino a qualche decennio fa, il credo gnostico, in versione progressista, della modernità. Tuttavia il punto di debolezza e di contraddittorietà del pensiero neocon è nel sottacere il nesso esistente tra il liberalismo e la crisi nichilista nel quale va annaspando l’Occidente.

E’ stato Peter Steinfels, diversi anni fa, a constatare che i neocons “sono indiscutibilmente dei liberali” (2). Essi, infatti, aderiscono al filone “duro” e conservatore della tradizione politica liberale. Come ha notato Sheldon Wolin, il liberalismo conservatore americano nasce e si sviluppa dalle idee di John Locke. La dottrina lockiana è un conservatorismo sociale che sposa il liberalismo politico. Tale dottrina ammette come naturale l’iniquità sociale e fa della libertà individuale, legittimata dalla formale eguaglianza delle opportunità di partenza, la base naturale della convivenza politica. La dottrina lockiana coniuga i valori tradizionali con l’individualismo mercantile. Da questa unione di tradizionalismo ed individualismo nasce un liberalismo di tipo conservatore. Di questa fusione innaturale tra tradizionalismo ed individualismo il protestantesimo, in particolare nella sua forma puritana, ha rappresentato il catalizzatore.

L’utopia del liberalismo, che non cambia neanche nella sua accezione conservatrice, rimane sempre quella dei costituzionalisti del XVII e del XVIII secolo, ed è la stessa che oggi ripropongono i neocon, ossia la costruzione della felicità universale per mezzo del primato della libertà economica. Che la libertà, anche economica, sia un bene umano e sociale importante è senza dubbio vero, ma parlare di “primato della libertà economica”, a discapito dunque del “primato della Verità”, significa cadere nel solipsismo sociale perché il presunto primato della libertà postula la riduzione della Comunità Politica ad un mero contratto sociale stipulato dagli individui nell’esercizio della loro presunta intangibile ed assoluta “libertà naturale” intesa, quest’ultima, nei termini di un crudo e nudo individualismo. Nella versione conservatrice, hobbesiana e lockiana, del liberalismo, che i neocon fanno propria, la supposta origine contrattualista delle forme di convivenza sociale sta poi a giustificare il decisionismo autoritario per la difesa del contratto sociale e della assoluta libertà economica a garanzia della quale quel contratto sarebbe stato stipulato. Il pensiero neocon, pur essendo sotto il profilo culturale critico verso gli esiti nichilisti dell’Occidente, punta a conciliare i valori tradizionali, che -ripetiamo- negli Stati Uniti non sono quelli del Cattolicesimo ma quelli del rigorismo puritano, con il liberismo mercantile senza avvedersi dello stretto nesso sussistente tra liberismo ed il soggettivismo teologico, filosofico ed etico.

Un soggettivismo che da Lutero e Cartesio in poi avvelena la cultura occidentale. Anzi, è proprio questa inavvertenza che testimonia della radice teologica nel soggettivismo protestante del liberismo, che in quanto individualismo economico si rivela come un soggettivismo sociale. I neocon lamentano la deriva nichilista della società occidentale nel momento stesso in cui proclamano di voler restaurare il mercato nella sua purezza liberale, mondandolo da tutti i limiti ed i condizionamenti ad esso imposti dallo Stato per necessità politiche e/o sociali. Questa loro cecità, per la quale la lotta al nichilismo deve coincidere con la restaurata purezza del mercato, costituendone anzi quasi una premessa, li porta, consapevolmente o meno, a fare della tradizione, religiosa e nazionale, lo strumento di giustificazione etica del liberismo “duro e puro”, quello alla Hayek per intenderci. Questa giustificazione è naturale nell’ambito del puritanesimo ma è impossibile, senza dissacrare empiamente la Tradizione, in ambito cattolico.

I neocon ritengono il nichilismo un fatto attinente soltanto alla sfera etica. Essi non comprendono che il nichilismo si esprime anche ed innanzitutto nell’individualismo mercantile, manifestazione del soggettivismo filosofico, che è l’essenza dell’ideologia liberista. Il liberismo, nel pensiero neoconservatore, non è in relazione con il nichilismo ed ecco perché essi sostengono la necessità di “purificare” il mercato dalle invadenze statuali. Per i neoconservatori l’unica manifestazione politica e sociale del nichilismo sono state le ideologie totalitarie del secolo passato (da qui l’assimilazione storicamente del tutto scorretta di nazismo e comunismo da un lato e fascismo dall’altro; da qui anche la diffidenza verso lo “statalismo” dell’economia keynesiana e, per quanto riguarda i neocon cattolici, l’accento posto, in ordine alla Dottrina Sociale Cattolica, come contrario alla solidarietà sul principio di sussidiarietà, colto però liberisticamente nella sua prospettiva “orizzontale”, contrattualista, laddove invece il magistero cattolico contempla solo la sussidiarietà verticale). Nell’attuale età post-totalitaria essi qualificano come espressione politico-sociale del nichilismo esclusivamente la metamorfosi libertaria della sinistra post-comunista. La sinistra libertaria diventa così l’unico agente corruttore della perduta purezza morale dell’Occidente. I neoconservatori sorvolano disinvoltamente sul fatto che tale agente corruttore è finanziato proprio da quei poteri finanziari (si veda il Soros nell’ultima versione umanitaria, il Benetton della pubblicità libertaria e trasgressiva, il Berlusconi con le sue televisioni che propagandano a piene mani la dissoluzione etica e sociale), poteri resi ancor più forti dalle liberalizzazioni intervenute nell’ultimo ventennio e che per i neocon di nulla sarebbero responsabili nell’implosione nichilista dell’Occidente.

I neocon ritengono che la “civiltà occidentale”, da essi assimilata sic et simpliciter agli Stati Uniti d’America, sia oggi minacciata dal nichilismo etico senza rendersi però conto che in realtà la radice prima di questo nichilismo deve essere cercata nel soggettivismo teologico protestante che è l’essenza della religione civile americana. Ciò che i neocon dovrebbero capire è che al relativismo etico, sul piano morale, corrisponde il relativismo sociale, sul piano sociologico. Non è stato infatti un caso se il relativismo sociale sia esploso, nella forma della precarizzazione del lavoro, proprio quando il liberismo, dopo la caduta del comunismo, ha trionfato. Alla flessibilità delle scelte morali che dissolve tutti i legami familiari, rendendoli assolutamente revocabili e temporanei, corrisponde simmetricamente, nella società occidentale liberale, la flessibilità delle opzioni sociali che dissolve ogni legame comunitario rendendo tutti i rapporti umani, anche quelli politici di cittadinanza e quelli produttivi di lavoro, meri rapporti sinallagmatici a tempo determinato.

E se è vero che il relativismo etico ha preceduto quello sociale ciò significa soltanto che il primo, frutto della contestazione sessantottina, ha aperto la strada al secondo coinvolgendo in un processo di eterogenesi dei fini anche le conquiste sociali conseguite nel corso del XX secolo dai popoli occidentali. Augusto Del Noce quando criticava il permissivismo morale della società neo-borghese post-sessantotto vedendo sorgere da essa il “totalitarismo della dissoluzione”, di cui paventava una capacità di domino maggiore degli antecedenti hitleriani e staliniani, non assolveva affatto da tale critica l’ideologia liberista. Augusto Del Noce, infatti, non esiterebbe oggi ad individuare nel liberismo l’essenza stessa della fase profana della secolarizzazione, ossia della post-modernità. Il filosofo torinese non avrebbe dubbi sul fatto che il relativismo etico ed il relativismo sociale sono due contestuali e parallele manifestazioni del nichilismo anticristiano, che è la vera malattia dell’Occidente liberale. Nonostante la dissimulazione che esso fa delle connessioni esistenti tra liberismo e relativismo etico, l’essenza nichilista e rivoluzionaria del pensiero neoconservatore alla lunga viene fuori comunque.

Michael Ledeen, co-fondatore del centro studi israeliano JINSA e già collaboratore negli anni ’70 del SISMI, dopo l’attentato alle Torri gemelle, sul numero di dicembre 2001 di American Enterprise, la nota rivista neoconservatrice, ha significativamente scritto: «Distruzione creativa è il nostro secondo nome, dentro e fuori la nostra società. Noi demoliamo il vecchio ordine ogni giorno, dagli affari alla scienza, letteratura, arte, architettura e cinema, alla politica e alla legge. I nostri nemici hanno sempre detestato questo turbine di energia e creatività, che minaccia le loro tradizioni (quando ci sono) e li accusa per la loro incapacità di tenere il passo. Guardando l’America che distrugge le società tradizionali, essi ci temono perché non vogliono essere distrutti. Non possono sentirsi sicuri finché noi siamo là (…) Per sopravvivere devono attaccarci, come noi dobbiamo distruggerli per far avanzare la nostra storica missione».

[continua…]

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