Suicidio di Stato, o le aporie della libertà

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di Ilaria Pisa

 

Questi in breve i fatti (un resoconto più esteso si trova qui): uno stupratore e assassino seriale condannato trent’anni fa, consapevole che la sua perversione gli preclude ogni prospettiva di reinserimento sociale con una futuribile scarcerazione, chiede e ottiene di ricevere in un ospedale l’eutanasia per liberarsi, finalmente, di una sofferenza psicologica non più sopportabile. Peraltro, non si tratta di un caso isolato: v. qui.

Di seguito provo a esprimere le perplessità che mi sono sorte, chiarendo subito che cerco qui di ragionare in modo atemporale e non storicizzato e che non sono una filosofa del diritto.

1. Anzitutto sfatiamo il già sfatato mito che vede nella pena di morte il male assoluto: se in altre epoca la sua utilità era eminentemente pratica, oggi che più mezzi ci sono posti a disposizione dall’edilizia carceraria e dalle tecnologie di sicurezza, la disapplicazione o abrogazione della pena di morte recepisce SOLO la sua sopravvenuta inutilità pratica, ma non vale a scalfire la sua legittimità in un’ottica retributiva. Esistono delitti per cui il reo meriti di essere (a certe condizioni) privato della vita? Da ex fan di Beccaria posso scandalizzare qualcuno rispondendo di SI’. E, per intenderci, il galeotto fiammingo – per cui il problema dell’errore giudiziario, la cui irreparabilità Beccaria paventava, non sembra porsi, essendo reo confesso – ricade pacificamente in questa materia.

2. Il senso di una pena, di qualunque pena, è che venga inflitta da un’autorità e non autoinflitta: persino le penitenze e mortificazioni del peccatore vanno quantomeno concordate col confessore/padre spirituale. E questa è la prima aporia. Per rispetto dell’uomo si è infatti voluto abolire la pena di morte (il Belgio l’ha espunta dalla Costituzione nel 1996), salvo poi acconsentire a che il condannato se la somministri sua sponte, e nemmeno per mano propria come sarebbe più razionale supporre. Intendiamoci: se uno vuole accopparsi, il modo lo può escogitare ovunque si trovi (basti pensare ai dati statistici sui suicidi nelle carceri europee), per cui nessuno può discutere la possibilità che in via di mero fatto accada di tutto e di più.

Sul piano però non fattuale ma giuridico e razionale, forse si dovrebbe sciogliere quest’aporia scegliendo tra: opzione a) per legge, la morte è data al detenuto da un’autorità più o meno legittima, ed è sempre per legge “consentita” al solo individuo non detenuto; opzione b) il “diritto a morire” è universale e riconosciuto per legge, allora lo si rende accessibile a tutti per il solo fatto di essere umani: è quello che chiede il detenuto fiammingo; opzione c) l’eutanasia non è mai consentita, né dietro le sbarre né fuori. L’Italia al momento si assesta sulla c), avendo escluso con molti altri Paesi la a), ma per il Belgio sarebbe indubbiamente più razionale la b). Se infatti le pene liberali non possono violare alcuni diritti umani incoercibili, tra questi la dignità, e – per comune sentenza – si fa rientrare la morte dignitosa in questa categoria, perché impedire l’eutanasia ai detenuti?

3. L’unica possibile risposta “belga” a quest’ultima domanda è che il Belgio creda ancora nella pena retributiva e non voglia lasciare aperte “facili fughe” alla detenzione perpetua o di lungo periodo: convinzione rinnegata però nei fatti, laddove si sceglie di eliminare la pena che più si adatta ad un pluriomicida nell’ottica retributiva. Seconda aporia.

4. Naturalmente la sensibilità giuridica contemporanea non si limita a vedere la pena come retribuzione, ma le conferisce le ulteriori funzioni di specialprevenzione e di rieducazione (così si esprime l’art. 27 Cost.). Il che, seppur provenga da filosofie che di cattolico hanno poco, è a mio avviso sensato. La pena di morte, in quest’ottica, può intervenire laddove il condannato non sia “rieducabile” secondo i criteri dello Stato: ed è, lo ribadisco, il caso del galeotto belga, per sua esplicita ammissione.

Attenzione però: la rieducabilità sociale non ha a che fare con le disposizioni interiori del condannato, il suo dolore, il suo pentimento, la sua sofferenza per il rimorso e per la sua attuale condizione. Ed è questo aspetto, apparentemente posto in enorme risalto dalla vicenda mediatica del detenuto, che in realtà latita profondamente.

Il condannato fiammingo asserisce infatti di non riuscire a sopportare il dolore psichico della sua condizione. Non ci è dato sapere quale sia stato e sia il dolore psichico dei familiari delle sue vittime e pertanto accantoniamo tale obiezione, pur legittima; concentriamoci sul dolore di questo signore e sul suo significato. Per definizione la carcerazione perpetua è al contempo migliore e peggiore della pena di morte. Migliore, perché ovviamente risparmia il condannato e dandogli tempo per riflettere e pentirsi gli consente di intraprendere un percorso di redenzione personale, che forse un tempo di esecuzione contingentato ai pochi anni del processo non permette altrettanto bene (ma v. qui); peggiore, perché lascia per tutto il resto della vita il condannato solo con se stesso e con i propri errori, le proprie miserie e la rabbia o il rimorso che può provare e che lo consumano.

Ma, cari tutti, il senso della pena è ANCHE QUESTO e non riconoscerlo è la terza aporia. Quando si istituì l’ergastolo (peraltro sempre coesistito con la pena di morte) non si pensò ad un tranquillo romitaggio a vita, ma ad una pena pluridecennale che avrebbe portato il condannato alla tomba, con tutti i patimenti fisici e psicologici annessi. [Certo, se si fosse tenuto fede all’etimo l’ergastolano non sarebbe lasciato in cella a marcire nei propri pensieri, ma non complichiamo.]

5. Ho scritto che l’attenzione all’animo del condannato latita nonostante si sia conferito tanto risalto alla sua sofferenza: perché? Perché, com’è logico aspettarsi in un approccio materialista, l’unico palliativo riconosciuto a un detenuto in quelle condizioni è l’assistenza psicologica, con tutta la sua importanza ma anche con tutti i suoi limiti. Fallita la psicologia, non balena neppure il pensiero che l’inferno in terra che il condannato vive sia solo un piccolo assaggio di quello che le sue azioni e la sua disperazione possono portarlo a vivere nell’eternità; e riconoscendo al galeotto il “diritto alla siringa”, gli si nega al contempo quel “diritto” NON alla DOLCE, ma alla BUONA morte, che le Confraternite medievali già linkate sopra avevano compreso tanto tempo fa.

Di fronte alla comprensibile e toccante disperazione di questo condannato si può decidere di: a) cinicamente ma coerentemente, ignorarla in quanto parte della sua pena, che ha meritato per lo Stato coi propri crimini; b) compassionevolmente, fornirgli ogni possibile supporto spirituale per aiutarlo a superare le proprie azioni e a salvare “quello che resta”, che non sono decenni di vita biologica più o meno lunghi, ma un’anima che ovunque si troverà non potrà chiedere pietosi barbiturici. E sia chiaro che la b) NON esclude la a), anzi deve a mio avviso obbligatoriamente accompagnarvisi.

Per concludere, il Belgio che oggi viene portato in trionfo come esempio moralizzante di come uccidere chi è scomodo dovrebbe decidere se essere coerente fino in fondo ed eliminare anche uno “scomodo” di chiara fama, oppure fare marcia indietro e cercare di curare i mali dei propri cittadini senza sopprimerli. La “terza via” è un doppiopesismo ipocrita.