9 novembre 1989 -2014: 25 anni dopo il Muro facciamo cadere anche la retorica

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di Andrea Giacobazzi

Mancano pochi giorni al venticinquesimo anniversario della cadutadelmurodiberlino e già si sta ripartendo con la litanie pseudoidentitarie e liberal-conformiste: “Abbattiamo tutti i muri!”, “Costruiamo una vera Europa unita!”, “Facciamo l’Europa dei popoli!”, “Viva l’Europa delle Nazioni!”, “Europa risvegliati”, “Liberi e insieme!”. Alcuni forse non sono esatti ma lo spirito è quello. Retorica noiosa e minestre riscaldate.

Sia chiaro: sono slogan che anche il sottoscritto aveva ripetuto in anni passati, un po’ credendoci, un po’ per far chiasso nel buttar giù qualche muro di cartone.

Se già in altri testi si è messo in luce quanto siano prive di significato – quando non apertamente dannose – espressioni come “Europa dei Popoli” e “Occidente”, qui il tentativo è quello di gettare lo sguardo sulla sterilità di certe retoriche anti-Muro ed antisovietiche, i caratteri politici delle quali risultano secondi solo a certa propaganda antifascista: fuori tempo massimo e di rara dozzinalità.

Molto ci sarebbe da scrivere sulla comune ascendenza liberale delle varie statolatrie rosse, nere, risorgimentali, repubblicane o democristiane, molto altro sulle false libertà della “nostra Civiltà democratica”, molto ancora sulle degenerazioni che lo Stato moderno ha subito e ci fa subire, dai delirii di certa scuola pubblica fino all’IMU e alla TASI. Insomma, non basterebbe un volume di cinquecento pagine per spiegare quanto l’idea deviata di “libertà” che si pretende di proporre come nuovo dogma, non sia certo un problema risolto con la caduta del Muro. Per determinati aspetti, si può dire che la caduta di quel Muro sia stato un fatto necessario per il più agevole avanzamento di un altro folle modello sociale ed ideologico.

Senza dubbio in questo campo vale il principio: “chi di retorica ferisce, di retorica perisce”. E gli statolatri rossi nel chiamare ufficialmente il Muro “antifaschistischer Schutzwall” (Barriera di protezione antifascista) si sono impegnati molto, così come si sono impegnati molto nel reprimere chi cercava di andarsene dai fallimenti del paradiso socialista.

Ma oltre il muro c’era un altro paradiso? Conoscete già la risposta.

Prima di passare oltre dovrete permettere un’apologia dei “muri”. Innanzitutto i muri “definiscono”, ed in tempi di grande confusione definire qualcosa è già un atto degno di valore. Grandi nazioni sono sorte alle spalle di muri e barriere turrite, valga per tutte la Grande Muraglia, per non parlare del Vallo di Adriano. Le mura del Tempio dell’Antico Israele separavano lo spazio del Sacro da altri spazi, la vergognosa breccia di Porta Pia implicò il passaggio attraverso un muro, il cui valore simbolico andava ben oltre quello architettonico. In un’epoca orizzontale, in cui tutto si mescola in una poltiglia caotica, la verticalità del muro ci consente una sana vertigine e ci permette di ipotizzare un discernimento tra ciò che c’è di là e ciò che c’è di qua.

Non è stato diversamente per il Muro di Berlino: divideva, anche visivamente, due approcci sbagliati ma consegnava ad ogni spazio una sua “identità” (parola oggi inflazionatissima), una sua visione del mondo. Oggi, con la fine dei “blocchi”, abbiamo tante bandierine colorate, messe in cerchio, ciascuna per ogni Paese, quasi tutte vuote di significato, quasi tutte espressione della stessa melassa euro-conformista. Con l’eccezione lodevole dell’Ungheria (Paese che era al di là della Cortina di ferro) risulta davvero difficile capire cosa si intenda per “identità”.

bandiere

Il Muro era quasi invalicabile e fermava tante ipocrisie. Era chiaro a tutti chi comandava di qua e chi comandava di là, era evidente a cosa servissero la NATO e il Patto di Varsavia. Pochi si immaginavano di essere davvero liberi di cambiare radicalmente l’assetto politico italiano: eravamo di qua. Il Muro fotografava senza ritocchi, pur essendo stato edificato nel 1961, gli esiti della Seconda Guerra Mondiale. Oggi ci si illude che gli effetti di quella fase storica siano conclusi ma ci si dimentica che i membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU, anche dopo l’abbattimento del Muro, son rimasti quelli decisi dopo la guerra, nonostante il dilagare degli slogan sull’ “Europa delle Nazioni”.

La NATO? Con la fine dell’URSS non si è dissolta ma si è allargata e l’Unione Europea ha finito per essere in molti casi la sua portinaia: il “processo di integrazione europea” per diversi governi era in un qualche modo affiancato dall’inizio delle trattative per l’ingresso nella NATO. Sul piano della politica internazionale gli USA e i Paesi UE hanno concertato i loro sforzi per “sanare” (leggasi talvolta: “favorire”) questa o quella crisi: valgano per tutti il golpe ucraino filoeuropeista e i bombardamenti umanitari orientati a spianare la strada ai terroristi che hanno balcanizzato la Libia. La fine del bipolarismo portò per quasi due decenni ad un disastroso unipolarismo che solo le scarpe volanti contro Bush e la tafazziana politica di Obama stanno riuscendo ad incrinare.

Se il comunismo fu una piaga morale per i Paesi su cui si abbattè, allo stesso tempo, le ambizioni totalitarie dei vari gerarchi rossi, sommate ad un pragmatismo tutto slavo (ma che valse in certa misura anche per gli Stati con una popolazione non slava), finirono per fare assumere al Muro di Berlino il ruolo di argine per tutte quelle derive sessantottine, libertarie, lassiste e consumiste che si scatenarono ad occidente della Cortina di ferro nella seconda metà del ‘900. Non furono rari i casi di giovani italiani, andati in gita di partito in Polonia, in Romania o nell’URSS, i quali – convinti di arrivare in grandi Woodstock orientali – si sono trovati in mezzo a persone che parlavano loro di ordine, disciplina e patriottismo. In Emilia ancora si raccontano vicende di questo tipo.

Il '68 a Praga
Il ’68 a Praga

Se la particolare perversione del comunismo fu duramente e ripetutamente condannata dai Sommi Pontefici, va ricordato che nondimeno lo furono il liberalismo, il razzismo nazionalsocialista, gli eccessi della “statolatria pagana” propri del fascismo italiano, così come furono respinti con decisione gli sforzi dei precursori della “democrazia cristiana”. Lo stesso Pio XII non mancò di diffidare di De Gasperi e del suo centrismo. Chiaramente abbiamo di fronte gradazioni diverse, tempi distinti e luoghi distanti ma, per una sorta di eterogenesi dei fini, al culto sovietico un involontario merito va riconosciuto: nella sua religione comunista di Stato si manteneva un’unità visibile tra autorità e “verità”, una “verità” totalmente falsa ma, almeno nelle forme, dotata della pretesa di affermare e definire qualcosa e di farlo con la legittimità propria di una, pur scalcinata, ierocrazia marxista. Questo dato è rimasto nella mentalità dei popoli che vivono al di là del Muro: hanno conservato un senso del patriottismo più verace di quanto non sia accaduto qui da noi, hanno mantenuto – pur con tutte le degenerazioni che conosciamo – un’idea gerarchica e maggiormente “spirituale” della società. Se loro hanno Putin e gli Stati Uniti Obama e se in Ungheria son guidati da Orbán e noi da Renzi, qualche motivo ci sarà.

La compressione determinata da decenni di oppressione ha permesso, con la fine di quel mondo, qualche sussulto di restaurazione che qui dalle nostre parti a malapena possiamo sognare.

Con questo, vale la pena ribadirlo, non si intende far l’elogio di una società (anche internazionale) divisa dalle ideologie. La stessa Prima Repubblica italiana, caratterizzata da partiti ciascuno col proprio “credo”, era certamente tossica. Ma la società post-ideologica lo è ancor di più. Nell’arco di poco più secolo si è passati da una sostanziale unità cattolica della popolazione ad una frammentazione in partiti e fazioni dalle idee più o meno velenose, ad una nuova unità, questa volta fluida e orizzontale, senza appartenenza e senza Fede, anche con la “f” minuscola. L’appiamento interno è stato preceduto e accompagnato da un simile processo globale: dall’universalismo cristiano si è passati al particolarismo nazionale, per poi giungere a quello dei “blocchi” ed infine ad un nuovo universalismo transnazionale e sovranazionale, con la complicità dei vertici religiosi (si pensi al ruolo devastante dell’ecumenismo), culturali (basta accendere un qualsiasi canale televisivo per rendersene conto) e politici (ormai ridotti a fabbriche di selfie).

Insomma, pur restando nel campo del male, è risultato meno dannoso il Muro di Berlino della Leopolda renziana.