Concilio vaticano II: l’8 settembre della Chiesa (prima parte)

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Nota di Radio Spada: grazie all’aiuto di un nostro amico e lettore pubblichiamo in tre puntate il resoconto stenografico (con alcune interessanti postille del trascrittore) della conferenza tenuta a Como il 18 ottobre 2012 da Luca Fumagalli e da Piergiorgio Seveso, voci di Radio Spada, presso la sede dell’Associazione Quattrocentodieci. La conferenza non perde affatto di attualità, pur in questi mesi tragici del carnevale bergogliesco, e viene pubblicata nel quarantennale (21 novembre 1964) della promulgazione della costituzione dogmatica “Lumen Gentium” durante il concilio vaticano II, vero colpo di pugnale vibrato e inferto al Corpo mistico della Chiesa cattolica.     

Introduzione  : parla  Piergiorgio Seveso. 

Negli anni ‘60/’70 del secolo scorso tra gli slogan che andavano per la maggiore negli ambienti della sinistra “radical chic” (salottiera e nullafacente) c’era anche quello che affermava che “tutto è politica”. In realtà, questo slogan andrebbe capovolto poiché alla fine, a ben vedere, “tutto è religione”.

Il titolo di questa conferenza è stato scelto per creare un’ analogia con la  nostra storia recente,  per far capire meglio cos’ è stato per la Chiesa Cattolica il Concilio Vaticano secondo (che per comodità indicheremo con la sigla CV II) : qualcosa di paragonabile all’otto settembre 1943 per la vita politica e sociale italiana, che provocò la rottura della continuità statuale e l’inizio di un conflitto fratricida che divise la comunità italiana in due fazioni, la scomparsa della fiducia reciproca tra gli appartenenti ad una stessa comunità, il ribaltamento di un mondo, per cui si può ragionevolmente affermare che tutto quello che c’era stato prima sia stato messo in discussione dopo l’otto settembre, con la conseguente necessità di ricostruire la politica e la legittimità dell’agire umano.

Per questo l’otto settembre della Chiesa Cattolica è un titolo veramente azzeccato; ovviamente è anche un titolo che va spiegato: il paragone è usato in senso analogico, per far capire cosa è veramente successo in quell’assise, senza con ciò voler schiacciare l’aspetto religioso su quello politico.

Il CV II ha cambiato radicalmente la Chiesa Cattolica, ma purtroppo molti lo ignorano, perché hanno dimenticato quello che era la Chiesa prima di questa rivoluzione, oppure non hanno mai conosciuto quella Chiesa (come le generazioni nate dopo il 1960). Ma il disagio è palpabile, per cui a volte si sente dire che le cose  non  vanno bene per colpa del CV II.

Ma che osa è stato veramente questo Concilio ? il parlarne serve a capire cos’è veramente accaduto in quell’assise, e serve anche a spiegare molte delle cose che stanno accadendo oggi all’interno della Chiesa. Il CV II è stata la radice, la fonte primaria dei mali attuali della Chiesa. Soltanto se si ha una percezione chiara di quella che è stata la storia religiosa del ‘900 si può affrontare con maggior chiarezza l’azione politica (dati gli strettissimi legami tra pensiero politico e religioso, specialmente nel secolo scorso ed in questo inizio di millennio)

 

 

Prima parte : parla Luca Fumagalli.

 

Vediamo di delineare una breve storia del CV II e di fare alcune riflessioni in proposito.

Per comprendere quello che veramente è stato il CV II si rende necessario fare alcune premesse perché, se esso è stato l’8 settembre della Chiesa, non è che sia nato così, improvvisamente. In effetti esso ha dietro di sé delle cause ben precise, che traggono origine dai primi anni del ‘900. In particolare, San Pio X, con l’’enciclica Pascendi (del 1908), condannò una serie di errori che stavano  facendosi strada all’interno della Chiesa Cattolica, errori accomunati da una progressiva laicizzazione del pensiero cattolico, da un tentativo di aggiornamento, di fare i conti con un mondo che stava cambiando. In quest’opera di aggiornamento, questi modernisti (appellativo riservato ai novatori della prima ora, poiché quelli dell’epoca del CV II vengono comunemente definiti neomodernisti, o progressisti) assumevano come criterio di giudizio la vitalità del mondo. Condannando la secolarizzazione del pensiero cristiano dell’epoca, S. Pio X pose in allarme la Chiesa. Denunciando infiltrazioni di pensiero eterodosso che non arrivavano solamente da fonti esterne, ms che ormai stavano caratterizzando molti teologi e pensatori cattolici.

Un simile discorso si ritrova in un altro grande papa del ‘900, Pio XII che, a metà del secolo passato, con la sua enciclica Humani Generis (del 1950) ripete più o meno la medesima condanna, affermando che gli errori già denunciati da papa Sarto sono nuovamente presenti pressoché in tutti i campi della teologia. Quindi gli errori dottrinali prodotti dal modernismo tra la fine dell’800 ed i primi del ‘900 a metà del novecento trovano una ferma condanna anche da parte del papa dell’epoca, Eugenio Pacelli.

Gli errori dei teologi neomodernisti traggono origine da un radicale mutamento nell’approccio al pensiero cattolico, e precisamente dall’ esigenza di aggiornare la teologia ed il pensiero cattolico in generale, ritenuta troppo vecchia per un mondo in veloce cambiamento; ricordo in proposito la famosa frase del “Cardinale” Martini “la Chiesa Cattolica è indietro di 200 anni”. I teologi neomodernisti soffrono di un complesso di inferiorità rispetto ad un mondo in rapida evoluzione (siamo vecchi, pensano, il mondo procede velocemente e noi rimaniamo arroccati sulle nostre posizioni) e pensano quindi di dover seguire l’evoluzione del mondo, della società civile (per convertirla e salvarla, si suppone). Da qui nascono i paradossi che porteranno poi alla rivoluzione del CV II. Ma anche un semplice cattolico “piccolo piccolo”, umile ed ingenuo, capisce subito che qualcosa non sta andando per il verso giusto. La verità è per sua definizione perenne, immutabile,  eterna; può sì essere aggiornata, con nuovi strumenti atti a renderla più efficace, comprensibile ed assimilabile, ad esempio con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione ( computer,  telefonici, ecc.), ma non può mai essere stravolta, ribaltata nella sua sostanza e nel suo significato, che debbono rimanere inevitabilmente immutabili. Un semplice esempio : un vescovo statunitense, in abito ecclesiastico, è ricorso alla televisione per spiegare le verità di fede ai cittadini degli USA; scriveva su di una lavagna, spiegando in tal modo la teologia di S. Tommaso d’Aquino (come succede per i corsi universitari impartiti anch’essi talvolta in tal modo).  Una cosa, però, è usare i mezzi della modernità, i suoi ritrovati tecnologici, ed un’altra è adeguarsi alla mentalità del mondo (il cui principe è il diavolo, come ci insegna Nostro Signore) che, come dice S. Pio X, ha preso una direzione completamente opposta a quella della Chiesa Cattolica.

Se nella prima metà del novecento c’era già questa mentalità secolarizzata, nel periodo successivo al CV II questa cosa prese una piega ancora peggiore Il concilio, infatti, contribuì ad allontanare ancor di più il mondo dalla Chiesa.

Ma veniamo adesso ad analizzare gli ambiti del mondo cattolico nei quali si riscontrano con maggior evidenza questi cambiamenti rivoluzionari. Si possono individuare sostanzialmente tre grandi ambiti: l’ambito biblico, l’ambito ecumenico e l’ambito teologico in senso stretto. Vediamo di esaminarli separatamente.

 

  1. a) Nell’ambito biblico possiamo citare un esegeta biblico tedesco, Rudolph Bultmann fu uno dei primi ad introdurre per lo studio della sacra scrittura il metodo della “storia delle forme”, cioè dei generi letterari. Bultmann cercava di adattare lo studio dei generi letterari all’interpretazione della Bibbia. Il risultato fu che tutti gli elementi biblici che appaiono lontani dall’immediata concretezza della realtà attuale vennero considerati come falsi, simbolici, allegorici (stesso parere venne espresso anche da Kasper in una sua opera giovanile, “Gesù, il Cristo”, pubblicata dalla Queriniana Editrice). Basti un solo esempio: la genesi, descritta come immagine simbolica della creazione del mondo, poiché cozzava in modo innegabile con la teoria evoluzionista di Darwin (fatta propria dai modernisti), mentre la Chiesa Cattolica, con la sua esegesi storica della Bibbia, la classificava come fatto storico realmente accaduto, una realtà storica inconfutabile.

Si iniziava a mettere in discussione molto d quello che è narrato nell’Antico Testamento; negli anni successivi al CV II, poi, se ne sarebbero viste delle belle. Anche recentemente, in una discussione tra lo scienziato ateo Richard Dawkins ed il “cardinale” Pell, quest’ultimo ha affermato che Adamo, il primo uomo, era solo una leggenda,  al che Dawkins ha ribattuto: “se Adamo e Eva sono solo mitologia, da dove viene il peccato originale? “  A quest’ultima osservazione il cardinale non ha saputo cosa ribattere, ed è rimasto in silenzio. Da qui si vede a cosa conduce il modernismo, alla negazione di tutta la storia della salvezza, così come ci è stata narrata ed insegnata per quasi due millenni.

Anche i miracoli di Gesù vengono considerati falsi dai neomodernisti, ed è messa in discussione la stessa storia della Resurrezione di Cristo (ipotesi, queste ultime, presenti anche nel già citato libro di Kasper). E il bello è che a mettere in dubbio queste verità tramandateci per secoli dalla Chiesa Cattolica non siano stati gli anticlericali, gli atei, ma persone all’interno della Chiesa stessa. Anche a proposito dei dogmi mariani, come quello della verginità perpetua di Maria SS.ma, i neomodernisti si ponevano domande simili “ma com’è possibile che Maria abbia avuto un bambino, rimanendo vergine, prima, durante e dopo il parto?, ma via, si tratta di una bufala”.

Questo è quello che si intende per rinnovamento dell’esegesi biblica (sarebbe meglio ribattezzarlo perdita della fede ed incredulità). Ciò che contribuì poi anche alla diffusione di queste cattive idee (di questa pervicace incredulità) fu la debolezza dottrinale del Pontificio Istituto Biblico , in particolare del cardinal Bea, che resse l’Istituto dal 1930 al 1949. Augustin Bea, di origini tedesche, fu uno dei principali fautori del CV II e dell’enciclica Nostra Aetate, entrambe volute per la riconciliazione della Chiesa Cattolica con il popolo ebraico ed in riparazione (in certo qual modo) delle persecuzioni subite dagli ebrei ad opera dei tedeschi. Quindi la forza delle idee dei novatori non trovò un degno avversario nelle fila del cattolicesimo militante, anzi il Cattolicesimo mostrò qui tutta la sua debolezza.

 

  1. b) Nell’ambito ecumenico possiamo citare il movimento ecumenico, con cui la Chiesa Cattolica, prima del CV II, non aveva avuto mai niente a che fare. Il movimento ecumenico, espressione che oggi indica il dialogo interreligioso, è una delle novità che emergono prepotentemente solo col CV II, e che vengono imposte a tutta la cattolicità da un manipolo di rivoluzionari, con le buone o con le cattive. Prima del concilio il movimento ecumenico esisteva, ma era ad esclusivo appannaggio dei protestanti che, dalla Riforma in poi, si erano divisi in una miriade di chiese e di sette. Quindi, al fine di recuperare l’efficacia pastorale andata perduta con l’eccessivo frazionamento, i protestanti si resero conto che era necessario cercare l’unità tra di loro e iniziarono una serie di incontri tra le loro comunità per trovare dei punti d’incontro, qualcosa da mettere in comune e che potesse attribuire loro una maggiore efficacia pastorale. Ebbene, la Chiesa Cattolica con questo tipo di movimento ecumenico non ha mai avuto niente a che fare; essa aveva una sola pretesa: quella di essere riconosciuta come l’unica, vera Chiesa di Cristo, verità, questa, che nei documenti del CV II viene messa più o meno palesemente in discussione (il famoso “subsistit in”, posto dopo l’indicazione della Chiesa Cattolica).

I papi cattolici dicevano più o meno così “noi bastiamo da soli (alla salvezza delle anime), se qualcuno vuol davvero far parte dell’unica vera  Chiesa di Cristo non deve far altro che unirsi a noi, che l’accoglieremo a braccia aperte. Oggi invece, anche a causa di alcuni cambiamenti conciliari, la Chiesa Cattolica è entrata “a pie’ pari” nell’ecumenismo, nel dialogo interreligioso; basti pensare ai famosi incontri interreligiosi di Assisi, sotto Wojtyla (1986) e Ratzinger (2011), di cui si è fatta promotrice la stessa Chiesa Cattolica. Sembra quasi, pertanto, che l’adesione al Cattolicesimo non sia più sufficiente a raggiungere la verità tutta intera. L’ultimo incontro di Assisi aveva come slogan “pellegrini nella fede”, ma il bello è che tra questi pellegrini c’era anche la Chiesa Cattolica: capite quindi che  c’è qualcosa che non quadra, che non torna, in questa impostazione del discorso. Si lascia passare, tra le righe, il messaggio (subliminale) che la Chiesa Cattolica è uguale a tutte le altre, che come le altre è in cerca della verità, che quindi ammette di non possedere. Ma così rinnega implicitamente Gesù Cristo, che  le ha lasciato come ”depositum fidei”, da conservare e diffondere fino ai confini della terra, le sue famose parole “Io sono la via, la verità e la vita; chiunque crede in me, anche se morto, vivrà, e chi vive e crede in me non morirà in eterno”. Con quale faccia il papa, i cardinali, i vescovi, si presentano agli esponenti delle altre religioni senza annunciare il Vangelo, la Verità fatta carne? Hanno dimenticato (o rifiutato) l’incarico affidato loro da NSGC all’atto della sua Ascensione?, incarico espresso nelle parole “andate ed annunciate la buona novella a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: chi crederà e sarà battezzato, si salverà, chi non crederà sarà condannato”. Un simile comportamento puzza molto di apostasia, abiura, ribellione: sembra quasi di risentire il “non serviam” di Lucifero; anche se non esplicito, il messaggio che trapela da un simile comportamento è né più né meno quello.

 

Il movimento ecumenico ebbe anche delle ripercussioni sul movimento liturgico. Vi era  infatti chi proponeva un cambiamento  della messa e degli altri riti religiosi della Chiesa Cattolica, tanto che, già negli anni venti del secolo scorso, in Germania si facevano strane commistioni a livello liturgico tra Cattolici e protestanti, chiamandoli messe comunitarie.

Il Concilio Vaticano II, tra gli altri argomenti, trattò della liturgia. I padri richiesero una revisione del messale e ne tracciarono i principi generali nella costituzione Sacrosanctum Concilium. Terminato il Concilio, venne formata una commissione per modificare la liturgia della messa. La commissione, diretta da Mons. Annibale Bugnini,con la collaborazione di sei pastori protestanti in qualità di consiglieri, produsse un primo nuovo messale edito nel 1965, in parte modificato nel 1967. Si giunse poi alla stesura definitiva del nuovo messale (Novum Ordo Missae, in sigla NOM, per distinguerlo dal Vetus Ordo Missae, VOM), che entrò in vigore il 30 novembre 1969.

La nuova messa, fortemente voluta da Paolo VI, fu però anche frutto del CV II, come abbiamo visto.  Il pontefice concesse l’uso dell’antico rito ai sacerdoti che, in là con gli anni, avrebbero trovato difficoltà ad imparare una nuova forma di liturgia: tra questi, Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei e Padre Pio da Pietrelcina. Eravamo negli anni  della contestazione generale, dell’autunno caldo del ’68, che aveva investito in pieno anche l’intellighenzia cattolica (molti giovani contestatori, come Mario Capanna, provenivano infatti dall’Università Cattolica). La parola d’ordine era “vietato vietare” e quegli scalmanati si arrogavano il diritto di ribaltare lo status quo, incluso quello cattolico. I frutti furono però avvelenati: ne seguì una grande fuga dal sacerdozio (preti spretati, sposati, operai, guerriglieri, ecc.). In pochi anni ben 70.000 sacerdoti gettarono alle ortiche la talare (pardon, il clergyman).

L’abbandono della lingua latina, unitamente all’abbandono della musica sacra e del canto gregoriano (sostituiti da chitarre elettriche, bonghi e cori più o meno stonati fece perdere molta della sacralità del rito antico e, secondo il parere di autorevoli esperti, anche del potere esorcistico proprio del rito VO; se a ciò si somma anche la notevole riduzione del numero complessivo delle messe celebrate dall’intero “corpus sacerdotale” della Chiesa Cattolica per effetto del diffondersi della pratica della concelebrazione (prima limitatissima), si comprende il grido di allarme del decano degli esorcisti italiani, Padre Gabriele Amorth, in tema di perdita di efficacia esorcistica della Santa Messa. Quest’ultimo, inquietante aspetto (in un tempo in cui “satana è sciolto dalle catene”, come ci ha ricordato più volte a Madonna nelle sue recenti apparizioni) è aggravato anche dall’abbandono, ad opera del CV II e di Paolo VI in particolare, di altri tre baluardi antisatanici prima esistenti nel VOM, e precisamente: la lettura del prologo del Vangelo di S. Giovanni, al termine della messa, presente sin dal XIII secolo come formula di benedizione (e introdotto poi formalmente da S. Pio V nel suo messale), abolito con l’introduzione del NOM di Montini-Bugnini; l’abolizione della preghiera a S. Michele Arcangelo, introdotta nel 1884 da Papa Leone XIII dopo la visione di satana che chiedeva a Cristo il permesso di cercare di distruggere  la Chiesa nell’ arco di  un secolo, soppressa da Paolo VI nel 1964; il giuramento antimodernista, introdotto il 10 settembre 1910 da S. Pio X ed abolito da Paolo VI nel 1966. Completa il quadro l’abbandono del rito antico dell’esorcismo, risalente al 1614: il nuovo rito, in italiano, è stato introdotto nel 1998 e reso obbligatorio nel 2002; anch’esso, a detta di Padre Amorth, risulterebbe meno efficace del precedente.

Come appena visto, quindi, il più grande e devastante cambiamento propugnato dal CV II è stato, indubbiamente, quello della messa, quella stessa messa che dal Concilio di Trento al CV II era rimasta immutata, e che dopo il CV II cambiò radicalmente, in senso apertamente filoprotestante (cambiata la messa, cambiata la religione, soleva dire Martin Lutero). Non fu solo una questione di linguaggio, cioè di passaggio dal latino alle lingue nazionali, perché c’era dietro anche un grosso, grave mutamento teologico. Il Concilio di Trento (1545-1569) aveva stabilito il canone della messa proprio per opporsi alla riforma protestante; dal CV II, e dalla successiva commissione istituita da Paolo VI,  uscì invece una messa di riavvicinamento al protestantesimo: l’Offertorio venne molto ridotto, a favore delle letture bibliche (specialmente dell’Antico Testamento), ponendo l’enfasi sulla Parola (tipica impostazione dei protestanti, che non hanno la consacrazione, la transustansazione e la comunione); da ripetizione incruenta del sacrificio della Croce la messa diventò una semplice commemorazione, una cena comunitaria, dove si fa semplicemente memoria del sacrificio di Cristo; tutti i fedeli (l’assemblea) divennero da spettatori attivi partecipanti, ed il sacerdote retrocesse a semplice presidente (colui che presiede) dell’assemblea; fu abbandonato l’altar maggiore ed il prete voltò le spalle a Cristo, al tabernacolo (che sparì anche dall’altar maggiore, relegato in qualche anfratto laterale delle chiese) per rivolgersi direttamente al popolo (da “coram Deo” a “coram populo”), celebrando adesso su di un semplice tavolo; scomparvero le balaustre (che dividevano la parte riservata ai fedeli da quella riservata al clero), dove ci si inginocchiava per ricevere la comunione, rigorosamente in bocca e solo dalle mani del sacerdote; scomparvero le panche con gli inginocchiatoi (sostituite da semplici sedie da assemblea condominiale); i chierichetti vennero spesso sostituiti da chierichette; le confessioni non si tennero più nei confessionali tradizionali (adesso ci si confessava “faccia a faccia”); la comunione veniva ora distribuita anche dai laici, uomini e donne (i c.d. “ministranti”) ed era data sulla mano, salvo che il fedele  preferisse riceverla in bocca.  Dulcis in fundo, le nuove chiese, i nuovi edifici di culto, abbandonarono la tradizionale forma “a croce latina” (che era già un piccolo compendio di catechismo),  per cedere il posto ad assurdi capannoni, delle specie di palasport, di parcheggi coperti, dove si perde completamente il senso del sacro, e si è assaliti da un senso di smarrimento (lo smarrimento della fede di coloro che le hanno commissionate e di coloro che le hanno costruite).

 

  1. c) Nell’ambito teologico, infine (terzo ed ultimo aspetto qui reso in considerazione) possiamo citare il movimento che va sotto il nome di “nouvelle teologie”; gli esponenti di questa corrente portavano severe critiche al pensiero teologico della Chiesa Cattolica, imperniato su San Tommaso d’Aquino, proponendo un aggiornamento della teologia, basato sul mondo moderno, in particolare sulle nuove scienze (sociologia, psicologia). La Nouvelle Teologie, prima di essere dogmatica e speculativa, vuole essere una teologia della prassi (si noti la vicinanza con il  marxismo teorico, che ha nella “praxis” uno dei suoi punti di riferimento), una teologia, cioè, che si forma nell’incontro con la realtà, con il quotidiano. Un aspetto molto pericoloso, questo, , poiché segna il passaggio  dalla teologia come punto di riferimento, “summa” di valori da seguire, ai quali aggrapparsi, da difendere a costo della stessa vita ad una teologia molto liquida,, che si può cambiare e adattare in base ai mutamenti della società (siamo in pieno relativismo, a cui inevitabilmente conduce la “praxis” tanto amata da questi teologi, evidentemente incapaci di pensare ed organizzare il pensiero, oppure nemici dell’uso dell’intelligenza).

I propugnatori di questa nuova teologia (che sarebbe meglio, però, chiamare “rifiuto della teologia”) erano belgi (Chenu, Congar) e francesi (De Lubac), e rivestirono un ruolo importante nello svolgimento del CV II.

Per capire come già Giovanni XXIII avesse avviato il processo di riabilitazione dei teologi neomodernisti puniti da Pio XII basta accennare alla vicenda di  Henri De Lubac.

Henri de Lubac durante la seconda guerra mondiale fu costretto a vivere nascosto per la sua partecipazione alla resistenza francese; nel 1942 fondò con Jean Daniélou  (altro nome di spicco nel panorama neomodernista francese) la collana di testi cristiani “Sources Chrétiennes”. Risalgono al 1946  i suoi “Surnaturel. Études historiques” (Soprannaturale. Studi storici), che fecero scandalo. Venne accusato di modernismo. L’enciclica Humani generis del 1950 sembrò accusarlo direttamente, cosicché il generale dei gesuiti gli tolse l’insegnamento e i suoi libri vennero ritirati dalle scuole e dagli istituti di formazione. Nel 1958, però, dopo il “giro di boa” attuato dal nuovo pontefice, venne ripristinato nell’insegnamento. Nel 1960 Roncalli lo nominò consultore della Commissione Teologica preparatoria al Concilio Vaticano II e, successivamente, esperto del Concilio.

Da quel momento in poi divenne un teologo ascoltato e rispettato, finché nel 1983 Giovanni Paolo II lo creò “cardinale”.

Vale la pena di spendere qualche parola anche sul cardinal Suenens, senza dubbio una delle personalità di spicco del concilio.

Sin dal principio del concilio Suenens fu un sostenitore del “concilio pastorale”, più “aperto”, meno dogmatico, meno “categorico” di quelli passati, divenne poi uno dei quattro moderatori dell’assemblea. Il contributo suo e di altri teologi belgi a lui vicini fu fondamentale per imprimere al concilio l’indirizzo neomodernista; si distinse per le sue posizioni grandemente innovative, sottolineò l’urgenza di adattare la Chiesa al mondo moderno e la necessità di una collaborazione con le Chiese protestanti ed ortodosse A lui si devono alcune pagine della “Lumen Gentium”. fu uno degli arbitri occulti degli schemi sulla «libertà religiosa» e la «Chiesa nel mondo moderno», sulla Liturgia, sulla Collegialità…, patrocinò, a Bruxelles, il Congresso Internazionale dell’Alta Massoneria ebraica dei B’nai B’rith; ricevette il «Premio Templeton» (Fondazione massonica metodista americana) con la seguente motivazione: «Per il suo contributo alla trasformazione delle strutture ecclesiastiche». Una delle sue «trasformazioni», da lui auspicata, fu: «Nulla si oppone, sul piano teologico, all’accesso delle donne al sacerdozio». impose la Comunione sulle mani; fece costruire chiese nuove senza alcuna possibilità di inginocchiarsi, parificandosi, così, ai protestanti che negano la Presenza Reale…   Suenens fu insomma, durante il Concilio, il campione del progressismo cattolico.

Premesso tutto questo, non destò sorpresa trovare il suo  nell’elenco dei 121 nomi di alti prelati della famosa «Lista Pecorelli.

Suenens  disse che il Vaticano II era stato “la rivoluzione del 1789 nella Chiesa.” E il domenicano Yves Congar, spingendosi più avanti,  scrisse, a proposito del voto del 30 ottobre 1963 sulla collegialità: “La Chiesa ha fatto pacificamente la sua rivoluzione d’ottobre” Infine, Ratzinger, affermò testualmente  “Il problema del Concilio, è stato quello di assimilare i valori di due secoli di cultura liberale” …

Sentite cosa diceva Joseph de Maistre  nel 1821 a proposito della rivoluzione francese, così cara al cardinal Suenens: “Chiedo il permesso di ripeterlo: la rivoluzione francese non somiglia a niente di ciò che si è visto nelle epoche passate. Essa è satanica nella sua essenza. Essa non sarà mai completamente vinta se non dal principio contrario e mai i francesi riprenderanno il loro posto fino a che non abbiano riconosciuto questa verità”

Oggi i frutti dell’opera di Suenens sono evidenti: i seminari belgi si sono svuotati, proprio a partire dagli anni del suo magistero; l’ università di Lovanio, di cui Suenens fu anche rettore, rifiuta di definirsi ancora “cattolica”; il Belgio è un paese secolarizzato ed anticristiano come pochi al mondo, con un altissimo tasso di disgregazione familiare.

Sul versante sociopolitico, ma strettamente legato al mondo della teologia, ebbe un grande influsso l’umanesimo di Jacques Maritain, che per semplicità potremmo chiamare il teologo della democrazia cristiana in senso moderno.

 

Tutto questo era la Chiesa Cattolica prima del CV II, non a tutti i livelli, però molti ambienti ecclesiastici erano pieni di questa mentalità. C’era un modernismo di ritorno, un modernismo che si credeva ormai morto e sepolto, ma che in realtà era ancora vivo e vegeto , come un fuoco che cova sotto la cenere, in attesa di poter riemergere in tutta la sua virulenza. Una riflessione di mons. Borromeo, presa dal suo diario sotto la data del 3 dicembre 1962, all’epoca della prima sessione del CV II, rende molto bene l’idea del clima che si respirava in quell’importante assise: “”siamo in pieno modernismo, non quello ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero dei tempi di Pio X, no, il modernismo di oggi è più sottile, più camuffato, più penetrante e più ipocrita. Non vuol sollevare un’altra tempesta, no, vuole che tutta la Chiesa si ritrovi modernista, senza accorgersene”. [continua…]

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6 Commenti a "Concilio vaticano II: l’8 settembre della Chiesa (prima parte)"

  1. #Riccardo Cariaggi   14 novembre 2014 at 8:57 pm

    Sono d’accordo nel rimpiangere la Chiesa pre-conciliare.C’è però da riconoscere che 2000 anni di Chiesa preconciliare non hanno sortito un grande risultato. Era comunque un mondo migliore? forse….
    non so che cosa dire.

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  2. #Franco el Canario   14 novembre 2014 at 10:27 pm

    Credo non sia questione di mondo, bensi`di chiesa.
    Della Santa Chiesa dopo Bergoglio, preceduto dagli esimi personaggi sopra descritti, rimarra`ben poco.

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  3. #Nicòla   15 novembre 2014 at 9:08 am

    Faccio presente un piccolo “anacronismo”. O se, preferite “imprecisione filologico-cronologica”, che, comunque, non incide per un “ETTA” sul valore del testo. Quando si dice :-” Il pontefice concesse l’uso dell’antico rito ai sacerdoti che, in là con gli anni, avrebbero trovato difficoltà ad imparare una nuova forma di liturgia: tra questi, Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei e **Padre Pio da Pietrelcina**”, ci si espone alla critica che Padre Pio è morto nel 1968, quindi prima dell’introduzione del N.O. M. In effetti, le “novità” dalle quali Padre Pio chiese ed ottenne di essere esentato, NON erano il N.O.M., ma le riforme del 1965. Si trattava ancora (formalmente ed ufficialmente) della Messa Tridentina, ma già si iniziava a trasformarla. Invece, il Cardinale Ottaviani, TUTTA LA VITA ha celebrato con il Messale del 1965. Ovvero Messa Tridentina, parzialmente in Italiano. Ripeto: sono particolari ininfulenti rispetto al valore del testo, però, danno frecce all’arco di critici che volessero impugnarlo.

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  4. #gianfranco   15 novembre 2014 at 11:11 am

    ..molto interessante..complimenti…a quando il seguito?

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