Qualche parola politicamente scorretta sull’ISIS

Traduzione, con adattamenti, dall’originale “The cult of ISIS” di Adrian Salbuchi. Questo commento non riflette necessariamente le posizioni della redazione di RS.

A cura di Ilaria Pisa

ISIS_made_in_USA

“The cult of ISIS”: no, non stiamo parlando di qualche antica pratica cultuale egizia, anche se come area geografica all’incirca ci siamo. Stiamo parlando dell’ultima creatura dei “quattro cavalieri dell’Apocalisse” (Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea, Israele) pensata per seminare il panico nei Paesi occidentali. Prima dell’aprile di quest’anno, quasi nessuno menzionava l’ISIS, e se l’Egitto figurava tra le notizie era grazie al protrarsi di quel conflitto sociopolitico programmato che scaturiva dalla mancata accettazione, da parte degli egiziani, del “tipo di democrazia che vogliamo vedere”, come aveva detto nel marzo 2011 l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton. 

Con finanziamenti di milioni e milioni di dollari, con combattenti jihadisti ben equipaggiati e ben addestrati, e un leader carismatico nerovestito, un po’ à la Darth Vader (abu-Bakr-al-Baghdadi), l’ISIS è venuto alla luce già adulto e completo di armatura, come Pallade Atena dal cranio di Zeus. Ma l’ISIS e i suoi leader assetati di sangue rappresentano e promuovono, anche lontanamente, gli interessi dell’Islam sunnita? O ancora una volta c’è chi opera dietro le quinte, approfittando delle genuine lagnanze sociali delle varie fazioni musulmane e dirottando (ancora una volta) le loro ambizioni politiche contro un muro di violenza e frustrazione? Si tratta insomma di una “Primavera Araba 2.1”, una versione aggiornata del caos, diretta contro specifici gruppi etnico-religiosi da chi nel Medio Oriente ha cospicui interessi, per ottenere obiettivi strategici?

ISIS è solo uno dei nomi, dei “marchi” con cui questo gruppo terroristico è noto. Sembra il nome di un prototipo uscito dagli arsenali di guerra psicologica della CIA, del MI6 e del Mossad, o di think tank ad essi in qualche modo riferibili (la Trilateral?). L’ISIS in effetti ha cambiato nome alcune volte da quando è salito alla ribalta: ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), ISIL (Islamic State In Levant, più ambizioso), fino al più breve e catchy IS (Islamic State). Un nome che ben si confà alla guerra globale al terrorismo condotta dalle potenze occidentali, in quanto consente loro di demonizzare l’intero fenomeno islamico.

Ma osserviamo più da vicino chi sono i nemici dell’IS, e chi invece l’IS ignora. Anzitutto, l’IS concentra i propri attacchi contro aree poste al di fuori dell’influenza statunitense (Siria, Iraq); chiama alla guerra santa contro l’Iran sciita (e contro la Russia, che fiancheggia Iran e Siria); attacca Curdi e Cristiani, soprattutto civili, religiosi e chierici. Ha anche decapitato diversi occidentali – Jim Foley, David Hume, Steven Sotloff, Alan Henning, Herve Goudel, Peter Kassig – filmando le strane esecuzioni in tuta arancione in una qualche zona desertica, e passato per le armi (sempre filmando) 18 soldati siriani in uniforme. Le vittime in tutti i video sembrano stranamente calme, alcune addirittura compiono forti affermazioni antiamericane che sollevano più di un dubbio.

Cosa ancor più strana, per qualche ignota ragione l’IS non attacca gli alleati USA in Medio Oriente: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi, Qatar o Bahrein. E, soprattutto, non attacca Israele, che gli Arabi dovrebbero considerare il principale nemico nell’area; non l’ha attaccato nemmeno quando Israele era impegnato su Gaza, e il suo livello di popolarità internazionale era ai minimi storici. Un attacco di paresi politica?

Riassumendo, l’IS non tocca Israele, né l’Europa, né gli USA (e i loro interessi all’estero), fatti salvi gli ostaggi decapitati. Che coincidenza! Ad essere risparmiati sono proprio i “quattro cavalieri dell’Apocalisse”, impegnati nella lotta mondiale al terrorismo! Sorge spontanea la domanda: la strategia geopolitica dell’IS è tracciata dal Pentagono? Pensiamo alla “linea rossa” tracciata dalla Russia nel settembre 2013 riguardo alla crisi siriana: i neocon – che negli USA hanno l’ultima parola – non sono riusciti ad aver via libera a bombardare la Siria fino a ridurla in macerie, come avevano potuto fare in Iraq, Libia, Afghanistan e parte del Pakistan. Ed ecco arrivare l’IS, che fornisce la scusa PERFETTA per bombardare la Siria, tornare a bombardare l’Iraq e rinverdire i fasti della guerra al terrore – con un piccolo aiuto fornito dai mass media occidentali.

Che sia questo il primo caso di maxi gruppo terroristico programmato a tavolino, controllato e lanciato “sul mercato” con tutto l’equipaggiamento, comprensivo di un sanguinolento media coverage?

La grande guerra globale al terrorismo va in onda da più di dodici anni. Ora il terrore globale comprende nuovi nemici, nuove tattiche, nuovi “Stati canaglia”, e la nuova agenda richiede nuovi nemici: l’Al-Qaeda di ieri è l’ISIS di oggi, e chissà che in questo momento qualche testa d’uovo di qualche think tank non stia progettando i prossimi nemici per il 2015, il 2020 e magari anche il 2030, come designer di automobili che ne progettano stile e obsolescenza sulla base dei gusti del mercato.

 

3 Commenti a "Qualche parola politicamente scorretta sull’ISIS"

  1. #Smil Zo   22 novembre 2014 at 9:56 am

    E basta con tutte ste dietrologie… A forza di vedere complotti non si vede la realta’. Pure Freud diceva: non si puo’ interpretare all infinito, alla fine un sigaro E’ un SIGARO, non un simbolo fallico. Ci possono essere infitrazioni ma non ci sono ‘disegni intelligenti dietro’. Ma a un attentatore suicida la CIA cosa puo’ offrire? Un attico nel nuovo WTD?

  2. #marco   2 settembre 2015 at 10:04 pm

    Le sue idee Ilaria Pisa, paiono alquanto strampalate, non stanno in piedi a livello di evidenza e di coerenza. Se vuole credere in trame misteriose e seduttive, vada a cercare cose passate, non mistifichi il presente. Può offendere
    qualcuno.

    • #jeannedarc   2 settembre 2015 at 10:23 pm

      come specificato esaustivamente all’inizio dell’articolo, si tratta di una traduzione dall’originale in lingua inglese, che non ci trova necessariamente d’accordo al 100%.