Tolkien: il dono della speranza

Listener (1)

 

di Luca Fumagalli

 

È un libro piccolo, delicato, quello che Edoardo Rialti, docente di Letteratura comparata e giornalista de “Il Foglio”, dedica a J. R. R. Tolkien, uno dei maestri della letteratura contemporanea. Del romanziere che ha cambiato per sempre i canoni del genere fantasy si è già scritto molto, nel passato così come negli ultimi anni, in particolare dopo l’uscita delle pellicole di Jackson e il rinnovato interesse per le sue opere; e anche in Italia esiste ormai una bibliografia praticamente sterminata sull’argomento. Cosa offre di nuovo il libro di Rialti rispetto a una concorrenza che, come detto, è piuttosto folta?

Con la scrittura piana e lineare che lo contraddistingue, appena mossa da una velata ironia o da una breve citazione che fa vibrare le corde del cuore, l’autore non ha alcuna pretesa di esaustività biografica o critica, ma pone il lettore nell’inedita e scomoda posizione di incontrare semplicemente un uomo, schizzato in un minuto quadro biografico, e quel “gusto” di singolare passione che Tolkien provava per l’esistenza.

La lunga sconfitta, la grande vittoria, pubblicato dalla casa editrice Cantagalli di Siena, è dunque un breve viaggio negli occhi e nel cuore dell’autore de Il Signore degli anelli. Diviso in piccoli capitoli, il testo invita il lettore all’incontro umanissimo con i genitori di Tolkien, la moglie Edith, gli amici e i tanti che, nelle loro esistenze, sono stati toccati dalla parola o dagli scritti dell’introverso filologo inglese. Un signore mite, riservato, ma che non provava remora alcuna nello scagliarsi contro quelli che considerava i mali della modernità: dalle polemiche contro i baroni universitari alla difesa della sua opera, Tolkien, come uno dei cavalieri delle tanto amate saghe epiche, condusse una vita di autentica militanza, sguainando fiero, in ogni occasione, la spada della Chiesa e di Cristo.

È così che nascono capolavori come Lo Hobbit e Il Signore degli anelli, grandi avventure che rendono ragione, su scala universale, della personale battaglia contro l’anello, il simbolo del peccato e dell’orgoglio. Pur considerando l’esistenza terrena una lunga sconfitta – e non potrebbe essere altrimenti per l’inglese, proveniente da un paese in cui i cattolici, eterna minoranza, vennero perseguitati per molti secoli – la sua opera è, in realtà, un grande elogio della speranza, la testimonianza convinta di chi confida nella misericordia divina, nello sguardo pietoso del Cristo, l’unico in grado di sollevare gli uomini oltre le loro miserie per garantire loro una vittoria eterna, l’unica autentica e sincera.

L’invito, dunque, è quello di fare della “follia” il principio esistenziale. Ma non si tratta della follia, vera o presunta, del cosiddetto alternativo o del politicamente scorretto. Si tratta della follia del santo, di colui che, pur accettando le regole d’ingaggio del mondo moderno, ne rifiuta la mentalità, gli schemi, i giudizi, le imposizioni. L’unico modo per cui è possibile sfidare il male, il terribile e logico Saruman, è proprio quello di tradire ogni sua aspettativa, di rinunciare a tutto, alla gloria e al potere, a quell’anello che, appunto, solamente una pazzo distruggerebbe. Eppure Frodo alla fine compie la sua missione.

Nell’hobbit mite e pacato che, all’improvviso, si trova coinvolto nell’impresa della vita, si possono scorgere innumerevoli tracce di J. R. R. Tolkien. E le loro biografie proseguono parallele, le loro e quelle di tutti gli uomini coinvolti, giorno dopo giorno, nelle sfide e negli imprevisti del quotidiano. Siamo come alberi, costantemente sotto il vento freddo della tempesta ma, grazie a Dio – è proprio il caso di dirlo – stabili perché colmi di una segreta speranza: «Le radici profonde non gelano».

 


RIALTI, La lunga sconfitta, la grande vittoria. La vita e le opere di J.R.R. Tolkien, Siena, Cantagalli, 2014, pp. 136, 10 Euro.

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