Giunta è l’alba (racconto di Luca Fumagalli)

  1. INQUIETO PRIMA DEL SONNO 

Sprazzi di luce di una giornata che volgeva al termine si allontanavano dietro la valle a occidente. Il giorno torrido si stava piegando mestamente al suo riposo e il cielo, increspato dei colori del tramonto, si andava ammantando del buio intenso del crepuscolo.

Quando finalmente giungemmo al bivacco, il luogo del riposo dopo le fatiche del lavoro, la notte ormai aveva stretto in un abbraccio tutta la terra. Alla pallida luce della luna le pecore erano state fatte rientrare nel recinto. Poi, prima di prendere sonno, raggiunsi il fuoco che avrebbe intiepidito il riposo, vivo ostacolo alla brezza notturna. Non sentivo i discorsi degli altri. Intuivo in qualche modo dalle loro risate e dalle grida una felicità diffusa, ma di cui io, pur senza colpa, non facevo parte.

Quella sera ero distratto. Assorto nei miei pensieri, vagavo senza meta. Intuii per un attimo la presenza della mia mano solo perché, inavvertitamente, la strinsi troppo forte – e la cosa mi procurò un piccolo dolore – ma poi tutto tornò come prima. Un lieve venticello alzava dall’arido suolo pochi granuli di sabbia che, volteggiando, si disperdevano lontano nella notte, andandosi a posare chissà dove. Mi consolai al pensiero che forse, anche in altri luoghi della terra, qualcuno stava vivendo la mia stessa condizione.

Ero felice, se così si può dire. Del resto non mi mancava niente, non ero certo agiato, ma avevo tutto ciò che bastava per condurre una vita serena. Eppure le mie riflessioni erano attraversate da una stana preoccupazione, come a insinuare che, nonostante tutto, fossi ancora privo di qualcosa. Cercai a più riprese di allontanare quei presentimenti, ma poi, come alzavo lo sguardo verso il resto dei pastori, ecco che nuovamente tornavano a tormentare il mio cuore. Per quanto cercassi di occupare la mente elencando tutte le cose di cui andavo orgoglioso – le pecore, gli amici, i risparmi accumulati in anni di fatica … – tutto, quella notte, sembrava fatto per essere dimenticato, spazzato via da un imbarazzo crescente.

Sconfitto, mi arresi all’evidenza. E mentre mi distendevo, prima di chiudere gli occhi, l’ultima cosa che notai furono le stelle che brillavano con una particolare intensità. Forse per troppo tempo, colpevolmente, avevo badato alla terra, il capo rivolto solamente alle mie occupazioni quotidiane e, in tutti questi anni, non mi ero mai accorto di quanta bellezza vi era sopra di me. Una stella prese a brillare più delle altre, pareva volesse scoppiare tanto era vivida la luce che emanava. Avevo ormai perso del tutto la speranza di addormentarmi, ma alla fine dovetti cedere, e prima che le pesanti palpebre si chiudessero realizzai che l’inquietudine che rendeva così viva quella stella era anche la mia.

 

  1. IMPREVEDIBILE LUCE

 

Fui improvvisamente svegliato da un terremoto che scuoteva la terra. Appena aperti gli occhi e ripreso il controllo del mio corpo, mi resi conto che tutto intorno a me era disordine e confusione. Il vociare indistinto si assommava ai passi di chi, spaventato, attraversava il campo, e uno sciame indecifrabile di forme, colori e suoni mi sfilava davanti. Non capii immediatamente quello che stava accadendo, ma quando il rumore tutt’a un tratto cessò, svanito così rapidamente come veloce era montato, compresi, ma fu solo una frazione di secondo, che qualcosa di eccezionale stava avvenendo.

Con la coda dell’occhio, lontano dalle ultime fiammelle del fuoco, remoto, nel nero di un orizzonte indistinto, apparve improvvisamente un bagliore. Giusto il tempo di rovesciare la testa verso quella folgorazione inattesa che, tremanti, le ginocchia caddero a terra, attratte dal suolo. Non riuscivo più a reggermi in piedi, mi sentivo fiacco, stanco, spossato, come se l’intero mio essere non potesse opporsi a quello che stava per aver luogo. Quella luce era così accecante che costrinse a terra il capo. Feci per alzare gli occhi ma fui immediatamente folgorato dal bagliore e obbligato nuovamente a fissare la polvere. Non vedevo gli altri. Ero confuso e spaventato, cercai in qualche modo di ribellarmi, ma le membra non ubbidivano più ai comandi. Ancora inerte intuii che la prossima mossa non sarebbe toccata a me.   

Fui profondamente turbato quando, nel silenzio tombale a cui eravamo costretti – non li vedevo ma ipotizzavo che anche gli altri fossero nella mia stessa disperata condizione – la luce iniziò a parlare. Seppur disorientato, ero sufficientemente lucido da intuire che quelle non erano parole proferite da bocca umana. La voce era cristallina, calma, eppure carica di una gioia così profonda che, nello spazio di qualche istante, fugò dall’anima ogni ombra. Fui tranquillizzato da quell’ondata di benevolenza che, come una cascata, mi travolse dopo pochi attimi. Per la prima volta in vita mia assaporai la felicità di essere un naufrago: «Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore».

Le ultime parole stavano ancora vibrando nell’aria quando tutto fu come prima: il silenzio, la notte, il sibilo del vento. Finalmente tornai in me e, mentre stupito e commosso mi levavo da terra, capii che, in realtà, non ero mai stato così in me in tutta la mia vita.

 

  1. QUALCOSA DI PIU’ GRANDE

 

In cammino, quella notte, nessuno aveva voglia di parlare. Era pudore quello che frenava le nostre labbra dal dischiudersi, non potevamo restituire neanche una minima porzione dello spettacolo di cui eravamo stati testimoni. Meglio tacere dunque, anche perché, bastone in mano, un passo dopo l’altro, era il cuore, attraverso fuggevoli sguardi scambiati distrattamente, a parlare per tutti noi.

Giungemmo finalmente alla capanna che la luce angelica ci aveva indicato: lì avremmo trovato il Messia. Anche la mia semplice mente di pastore non riusciva a non ribellarsi all’idea che il Figlio di Dio fosse ospitato in una così umile dimora. Eppure, anche se per un solo istante la mia mente fu attraversata dal dubbio, subito si estinse soppiantato da quella luce che ora dimorava in me. Tutto ciò che era capitato, la mia stessa ragione e il mio cuore indicavano nella medesima direzione: là, in quel luogo modesto, per non dire squallido, l’incontro con il mio destino mi attendeva, attendeva tutti noi.

Entrammo, sommessamente, in silenzio. Il sordo rumore emesso dai nostri pesanti piedi era l’unica stonatura che turbava l’atmosfera. La luna rischiarava il luogo infilandosi cautamente da una piccola apertura laterale, quasi anche lei fosse attenta a non procurare fastidio. Paglia e assi di legno consunto furono la prima cosa che notai. Fattomi più appresso con il volto, tra la calca composta dei compagni, lo spettacolo mi tolse il respiro. Tutto sembrava predisposto per attendere la nostra venuta, e anche i genitori non fecero alcun cenno scomposto al nostro ingresso.

L’uomo non lo vidi bene. Ne intuii solamente la folta barba, rischiarata da un balenio che fece capolino inaspettatamente. Della donna, invece, notai diversi particolari. Più giovane, se ne stava rannicchiata presso le gambe del marito e il suo volto, ambrato e delicato, non mostrava alcun segno del dolore del parto. Era serena e affettuosa in quel sorriso appena accennato negli occhi che, seppur in penombra, supposi essere colmi d’affetto per quel povero piccolo che, nel silenzio più totale, giaceva in un umile pagliericcio. La scena, in realtà, fu la composizione di pochi attimi, perché, seguendo con lo sguardo le minute braccia della donna, la mia attenzione fu subito rapita dal neonato.

Immobile, accanto agli altri pastori che erano diventati un unico blocco silente, la mia anima sussultò colma di tenero amore. Lo stesso fremito percorse i corpi di tutti e un lieve tremore ammirato mi suggerì che ciò che io stavo provando era sensazione comune. Il piccolo non si muoveva né si lamentava, ma ci fissava con uno strano sguardo, come se, nonostante i pochi attimi di vita, ci conoscesse da sempre. Ogni parte di lui era attraversata da qualcosa di più grande, vibrava di un respiro così potente che, dal neonato, investiva tutta la stanza e da lì la terra intera. Negli occhi si compendiavano le onde del mare, nelle piccole mani appena mosse, il vento e la leggerezza dell’aria, nelle forti gambe la solida certezza del suolo. Era un miracolo, anzi, il miracolo, e Dio solo sa perché noi, dei poveri e umili pastori, ricevemmo la grazia di vederlo per primo. Quando poi i miei occhi si incrociarono con i suoi tutto divenne gioia e, colto dalla commozione, mi persi in lui e trovai me.

 

  1. l’ALBA DI TUTTO

 

Qualche tempo dopo, sulla via del ritorno, seppur ancora confuso, iniziai a intendere più chiaramente quanto accaduto… Stavo tornando a casa, eppure ero sempre più certo che  la mia casa, ormai, non fosse più dove si trovavano il fuoco e i pochi averi, ma che la mia casa fosse diventata quel fanciullo. Ero stato protagonista di un fatto straordinario, e già mentre stancamente i passi si succedevano lenti, non fui più lo stesso. Ero più autentico, più vero, più uomo, come se la vita condotta sino a quel momento fosse stata l’esistenza di un’ombra, di un qualcosa di effimero e di impalpabile. Mentre ero distratto dai miei pensieri, alzai lo sguardo verso l’orizzonte e notai che l’alba era giunta. Quello, però, non era semplicemente il primo calore, appena intuibile, di una giornata che prendeva vita: era la mia vita che era rinata così come quella degli altri pastori e di tutti gli uomini. Dopo quella notte il mondo non sarebbe stato mai più lo stesso. 

Luca Fumagalli

fumagalli

4 Commenti a "Giunta è l’alba (racconto di Luca Fumagalli)"

  1. #guelfonero   23 dicembre 2014 at 5:47 pm

    Complimenti all’autore di cui mi auguro di leggere ancora molte e molte pagine, simili a queste.

    Piergiorgio Seveso

    • #jeannedarc   23 dicembre 2014 at 9:13 pm

      mi unisco ai complimenti. una penna davvero felice!

  2. #Vic   24 dicembre 2014 at 10:19 am

    Che bello,complimenti 🙂

  3. #Simone Petrus Basileus I.G.   24 dicembre 2014 at 8:02 pm

    Santo Natale a Te, giovane anglista e agiografo di Fabule Extra Ordinarie!