Non più ovulo, non ancora embrione. Qualcosa o qualcuno?

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di Massimo Micaletti

La recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea in materia di ovuli è l’ennesimo attacco all’Uomo, proveniente da un’istituzione – l’Unione Europea – che con costante ed indefesso impegno disegna l’umanità del futuro, quella che gli architetti del mondo senza Dio sognano e venerano ed il cui destino, nella storia della Salvezza, è già purtroppo segnato.

Veniamo ora al casus, ennesima prova resa da soggetti che paghiamo coi nostri soldi perché ci impongano le loro convinzioni.

L’ISCO, International Stem Cell Corporation, un soggetto privato che ha quale core business la ricerca genetica a fini commerciali, aveva ricorso avverso il diniego opposto dal Comptroller General of Patents, Designs and Trade Marks (ausiliario dell’ente brevetti inglese) al brevetto richiesto per due distinte invenzioni: un ovocita attivato partenogeneticamente ed una cornea ottenuta da cellule staminali prese da ovocita attivato partenogeneticamente (che vuol dire “partenogeneticamente”? Ci arriviamo). Dinanzi a tale diniego, l’Alta Corte inglese ha ritenuto di sollevare questione innanzi la Corte di Giustizia UE, la quale, con la sentenza n. 364/13 del 18.12.2014 ha deciso che, poiché un ovulo fecondato non è un embrione, non può essere ugualmente tutelato perciò il rifiuto al brevetto sollevato dal Comptroller è ingiustificato.

Ora, tutti i media hanno posto comprensibilmente in risalto la questione del commercio degli ovuli, ossia che l’ovulo possa essere venduto; ma il cuore del problema non è quello.

Per comprendere appieno la portata di questa decisione, dobbiamo soffermarci sulla cosiddetta “attivazione per partenogenesi”: si tratta di un processo attraverso il quale in laboratorio si può indurre un ovulo a moltiplicarsi per generare potenziali nuovi individui. Ora, quanto alla specie umana non esiste alcuna notizia sulla formazione di un embrione per partenogenesi indotta, mentre negli animali è fenomeno presente in alcune specie come reazione a particolari circostanze ambientali. Nei mammiferi, è stato osservato soltanto in laboratorio, nei topi, e solo a séguito di stimolazione, non quale fatto naturale.

Quindi il fatto che si parli di ovulo “non fecondato” non esclude di per sé la possibilità che da questo, con l’evolversi (o meglio con l’involversi) della tecnica, si possa arrivare ad embrioni vitali e da lì ad esseri umani. Coi topi ci sono riusciti, potrebbero riuscirci anche cogli esseri umani, realizzando un altro grande obiettivo dalle redditizie prospettive: la generazione senza padre.

Ecco perché il Comptroller del Regno Unito aveva opposto un diniego: perché la cosiddetta “attivazione” non è una manipolazione qualsiasi, poiché dopo l’attivazione, pur non essendo in presenza di un embrione, siamo dinanzi ad una cellula dalla quale potenzialmente – fino a che le tecniche non lo consentiranno – può scaturire un essere umano.

Quindi, anche sul piano meramente biologico, la questione è di immane complessità: gli inglesi ben sapevano che un ovulo “naturale” non è un essere umano, ma si sono trovati dinanzi ad ovuli “attivati” (dai quali infatti sono scaturite linee cellulari in grado di generare una cornea umana) che possono quindi (sebbene per ora nessuno sia in grado di ottenerlo) divenire esseri umani pur in assenza di fecondazione ed hanno perciò opposto il medesimo divieto al brevetto ed alla commercializzazione che pongono al brevetto ed alla commercializzazione degli embrioni umani.

Questo dato oggettivo e determinante era di evidenza macroscopica anche nel caso portato  alla Corte di Giustizia, anzi era il caso, però la Corte lo ha serenamente ignorato, considerando gli ovuli attivati alla stregua di ovuli naturali non fecondati, ossia di “semplici” parti del corpo staccate e trattate (o prodotte) artificialmente mediante manipolazione genetica che, per chi non lo sapesse, sono già brevettabili e commerciabili in forza della Direttiva 98/44.

Peraltro, con franchezza, la stessa Corte riconosce quale elemento determinante ai fini della decisione il fatto che “soprattutto nel campo dell’ingegneria genetica, la ricerca e lo sviluppo esigono una notevole quantità di investimenti ad alto rischio che soltanto una protezione giuridica adeguata può consentire di rendere redditizi”.

Il fulcro della riflessione – che ovviamente la Corte di Giustizia ha eluso in scioltezza, forse preoccupata di accordare protezione giuridica adeguata ad investimenti che devono essere redditizi – è: un ovulo attivato, strutturalmente diverso sia rispetto ad un ovulo naturale perché manipolato al punto da poter in astratto, seppur non fecondato, produrre un essere umano, deve avere lo stesso statuto dell’embrione umano?

Si tratta infatti di una realtà differente sia dall’ovulo non fecondato in senso proprio, che chiaramente non è un essere umano, sia dall’embrione: la trattiamo come una cellula qualsiasi, come ha fatto la Corte, o la consideriamo alla stregua di un embrione?

Ma non basta.

Se un ovulo non fecondato ma geneticamente manipolato (stavolta mi riferisco ad un ovulo “solamente” manipolato, non attivato) è brevettabile, allora potrà esserci qualche imprenditore che piazzerà sul mercato ovuli garantiti contro malattie genetiche che possano essere trasmesse dalla madre, o con caratteristiche tali da rendere biologicamente migliore l’essere umano che ne sarà generato. Del resto, questa è una delle prospettive espressamente indicate dall’ISCO innanzi al Comptroller a sostegno della propria tecnica.

Ed il mercato di elezione sarà quello della fecondazione artificiale, quantomeno per tre ordini di motivi. Il primo, più immediato, è che le coppie che accedono alla FIVET hanno, per convinzione o per scarsa informazione, una minor sensibilità per questi profili etici: a loro interessa il bimbo in braccio e tutto quello che c’è prima è un problema soltanto tecnico.

Il secondo ordine di motivi è che gli imprenditori della provetta potranno garantire un prodotto di qualità anche superiore agli standard naturali, poiché gli ovuli manipolati potranno mettere la madre al riparo da alcuni dei rischi genetici propri del concepimento naturale, ma non da quelli propri delle procedure di fecondazione artificiali. Allettante, no? Giustifica un buon supplemento sul prezzo, direi.

Il terzo ordine di motivi è meno evidente ma ugualmente rilevante. Ovociti manipolati al fine di diminuire i rischi da concepimento abbatterebbero i casi di responsabilità da…”prodotto difettoso” cui vanno incontro le cliniche che attuano la FIVET e che causano la crescita costante dei premi che le assicurazioni pretendono per coprire le strutture. Si tratta di un profilo poco noto al grande pubblico, ma ben presente a chi studia nel dettaglio questi fenomeni, e che sta molto a cuore a chi con la provetta ci campa.

Mentre ancora si discute, contro ogni evidenza di ragione, se l’embrione umano sia una persona o no – addirittura, per alcuni il punto è se sia un essere umano o no – la tecnica al servizio del profitto ci pone nuovi interrogativi, presentandoci realtà con le quali l’Uomo non si è mai confrontato prima.

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