Tempore Adventus

advent

«Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n’è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l’altra porterà una corona di divina regalità. […] Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti. Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell’altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria. Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda».

Queste parole di Cirillo di Gerusalemme inquadrano perfettamente quella che è la caratterizzazione liturgica cattolica del tempo di Avvento. Esso, non appartenendo alla tradizione liturgica romana, si presenta come piuttosto “anomalo”: oltre che attesa per l’imminente nascita del Salvatore (l’adventus in carne), l’Avvento è anche l’attesa della parousìa, la seconda venuta del Signore, quella finale e gloriosa (l’adventus in maiestate), come testimoniano innumerevoli testimonianze patristiche.

Certo, questo difficilmente lo si potrà dedurre dalle liturgie della neo-Chiesa postconciliare che, dell’Avvento, ha fatto solamente una zuccherosa e puerile attesa del bambino che, come insegna Bergoglio, «si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza». Dell’Avvento, ormai, si è innegabilmente persa la sua concezione di tempo escatologico quando, il canto gregoriano, questo lo veicolava perfettamente.

Nei vangeli del tempo di Avvento, ad esempio, non mancano le fonti: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21, 25). O ancora: «Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21, 36).

E tutto questo bagaglio della Rivelazione, giacché la Tradizione, con la Sacra Scrittura, ne è la sua seconda faccia, è ben presente nel canto gregoriano. La I domenica d’Avvento, ad esempio, ci ha offerto, nei testi della messa, anche questa lettura escatologica dell’attesa: l’Avvento è, sì, l’attesa di un bambino, ma è anche l’attesa dei servi che non sanno quando arriverà il padrone (cfr Mc 13, 33-37), è l’attesa di noi che non immaginiamo quando «il Figlio dell’uomo verrà» (Mt 24, 44). Il tema del Giudizio, teologicamente fondamentale, ispirò, per questa domenica, addirittura una sequenza propria: il Dies irae, uno dei brani più noti e associato a manifesto del funereo. Essa, invece, grazie al suo testo apocalittico, parrebbe essere nata proprio come sequenza di apertura dell’Avvento. Il Dies irae ricorda, nel momento in cui si attende la venuta terrena dell’Emmanuele, che Egli ritornerà una seconda volta come Giudice glorioso.

E su questo stesso tenore, quasi, il tempo d’Avvento volgerà alla sua conclusione. Basti osservare il communio Ecce Dominus veniet della feria II “in ultimis feriis”: «Ecce Dominus veniet, et omnes sancti eius cum eo, et erit in die illa lux magna» (Ecco, il Signore verrà, e con lui tutti i suoi santi, e in quel giorno ci sarà una grande luce). La venuta “con tutti i suoi santi” è, evidentemente, la seconda, quella ultima. E che sia il secondo avvento quello su cui questo brano intende porre la sua attenzione ci è indicato da un altro preciso elemento. Il rapido andamento iniziale, dopo un provvisorio indugio su «veniet», comincia ad allargare massicciamente proprio sulla frase «omnes sancti eius cum eo» per poi raggiungere la culminanza melodica su «die», il giorno, quel giorno. Ma il “secondo”, non il primo come saremmo portati a pensare a sentire certe esegesi postconciliari. Per il cantore medievale che intonava, in Avvento, l’Ecce Dominus veniet, diventava così del tutto naturale proiettarsi all’Adventus in maiestate.

Il rimando musicale al “secondo avvento” che il gregoriano instaurava, riusciva, così, a richiamare facilmente alla mente dei fedeli anche il teologicamente complesso significato ultimo del tempo d’Avvento.

 

Mattia Rossi

3 Commenti a "Tempore Adventus"

  1. #cattolico   6 dicembre 2014 at 2:30 pm

    Letterina di Natale a Papa Francesco :

    Caro Bergolio, mi rivolgo a te con quella familiarità e confidenza che tu stesso ci inviti ad avere nei tuoi confronti; lo faccio per dedicarti una canzone a me molto cara, dal titolo “Pregherò, per te”, cantata dal bravo Adriano Celentano nei suoi anni giovanili (erano gli anni ’50), al suo esordio nel mondo della musica leggera. In particolare ti dedico le parole “pregheròòò, per te / che la fede non hai, / e se tuuu, lo vorrai / crederai, crederai”.

    Non ti arrabbiare se prego così per te, ma è perché desidero che tu possa rafforzare, o recuperare, quella fede che finora hai dimostrato di non avere ben salda, e così tu possa dimostrare al mondo intero:

    1) di credere che esiste un solo Salvatore, Gesù Cristo, un solo nome nel quale tutti (ma proprio tutti, sai?) possiamo essere salvati, e quel nome è GESU’;

    2) di credere che esiste una sola Chiesa incaricata della salvezza eterna delle anime (e dei corpi) di tutti gli esseri umani che popolano e popoleranno questa terra, e che essa è la Chiesa Cattolica, fondata da NSGC sulla roccia di “Petrus” (non omologabile, quindi, alle altre confessioni cristiane né, tantomeno, alle religioni non cristiane);

    3) di credere, infine, che bisogna obbedire al comando (ed eseguire l’incarico) lasciatoci dal Cristo al momento della sua Ascensione al Cielo (“andate e predicate il Vangelo a tutte le genti, fino ai confini della terra, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito Santo”), dimostrando in tal modo che l’evangelizzazione, il proselitismo, la conversione di tutte le genti (quale che sia il loro attuale credo religioso) non è affatto una solenne sciocchezza, ma un dovere ineludibile di tutti i cristiani, e che il rifiuto di adempiere questo incarico, quello sì che è una solenne e pericolosa sciocchezza, per noi e per il prossimo.

    Rafforzata così la tua fede, caro Padre Santo, potrai convincere tutti che l’unico motivo per cui la Chiesa può difendere il diritto alla sua esistenza in questo mondo incredulo è la salvezza eterna di tutti gli uomini (obiettivo per il cui raggiungimento il c.d. “proselitismo” è strumento indispensabile), mentre l’umanesimo sociale, l’aiuto ai diseredati, la “cura delle ferite” sono compiti che possono svolgere agevolmente anche le Onlus, le Ong, le associazioni filantropiche, di qualsiasi razza o religione.

    Con i migliori auguri di Buone e Sante Festività Natalizie,

    un fedele (ma ostinato e un po’ testardo), devoto cattolico

  2. #anonimo   8 dicembre 2014 at 5:59 pm

    Eh no, caro il mio Cattolico, adesso ti dimostrerò che quanto tu affermi è assolutamente sbagliato, frutto di una mentalità chiusa, oscurantista, integralista, e discriminatoria. Per far ciò prenderò in esame separatamente i tre punti da te elencati:
    1) quanto al primo punto, non si può e non si deve dire che la salvezza c’è solo in Cristo Gesù, che solo nel suo nome gli uomini possono raggiungerla, e questo perché ciò sarebbe un grave ostacolo al’ecumenismo, alla pace tra le religioni, alla fratellanza tra gli uomini; e poi, a bene vedere, la salvezza ci viene donata da Dio Padre, che alcuni chiamano Javhè, altri Allah, altri ancora con altri nomi, ma è sempre lo steso Dio che tutti noi invochiamo e preghiamo, e che nella sua infinita misericordia perdona i nostri errori e ci dona la salvezza; è bene quindi non parlare di Cristo, ma di Dio, del’unico Dio, padre di tutti i popoli, per non correre il rischio di creare divisioni e lotte tra le religioni; è bene, altresì, nascondere i simboli (crocifisso, quadri, statue) con i quali la Chiesa Cattolica nei secoli passati ha imposto con forza il suo credo ai popoli dei quattro continenti; la fede non di deve esportare con la violenza, l’imposizione, bisogna alimentarla con il dialogo;
    2) quanto al secondo punto, non è affatto vero che solo la Chiesa Cattolica ha il compito di condurre gli uomini alla salvezza, alla verità; questo perché tutte le religioni hanno in sé una parte della Verità, anche se nessuna di esse (inclusa la Chiesa Cattolica) la possiede interamente; tutte sono in cammino verso la Verità tutta intera; quindi bisogna che tutte le religioni dialoghino tra loro, che ognuna si arricchisca delle parti di verità contenute nelle altre, e che tutte camminino insieme verso la casa del Padre, del’unico Dio, senza farsi la guerra tra loro; la vecchia massima “extra Ecclesia nulla salus” è quindi sbagliatissima, è stata creata affinché il cristianesimo avesse maggiori probabilità di espandersi e di affermarsi, a scapito delle altre religioni, ma oggi non si può più ragionare così, non si può più ricorrere a questi trucchi ;
    3) quanto al terzo ed ultimo punto, poi, la sua negazione è la naturale conseguenza dei primi due, del secondo in particolare: se tutte le religioni sono uguali, se tutte hanno in sé un germe di verità (più o meno grande) e tutte sono in cammino verso la Verità tutta intera, che nessuna di esse possiede, che senso ha rubarci gli adepti l’una all’altra? creare divisioni, contrapposizioni, lotte e contrasti? solo a rischiare di far esplodere delle inutili e dannose guerre di religione; no, no, finalmente il CV II ci ha aperto gli occhi (con il documento Nostra Aetate), ci ha fatto capire che tutte le religioni sono meritevoli di rispetto, di esistenza, e che bisogna che esse dialoghino tra di loro, si aiutino a vicenda (ad esempio nel ricercare la pace mondiale, la giustizia sociale, nel combattere le discriminazioni, ecc.); concludendo, quindi, papa Francesco fa bene a dire che il proselitismo è una solenne sciocchezza, anzi un comportamento pericolosissimo per l’ecumenismo e la pace tra le religioni ed i popoli; la missione della Chiesa nel mondo moderno non deve essere più intesa come in passato, l’evangelizzazione deve oggi essere intesa come un andare fuori, incontro agli altri popoli, razze e religioni, per dialogare con loro, per curare e loro ferite, in quell’ospedale da campo che è oggi la Chiesa di Cristo, niente di più, niente di meno.
    Capito quindi, amico mio, quanto sono errate le tue affermazioni? come è sbagliato e fuorviante il tuo pensiero? abbeverati alla nuova pastorale portataci da papa Francesco, “il grande riformatore”, come è stato giustamente soprannominato, e vedrai che non avrai che da rallegrartene.
    8 dicembre 2014 16:33