Arriva la pena di morte a richiesta. Del condannato.

Eutanasia

 

di Massimo Micaletti

E’ notizia di questi giorni[1] che Frank Van De Bleeken, il detenuto con problemi psichiatrici che in Belgio ha chiesto ed ottenuto di poter morire, ha conosciuto la data del suo ultimo giorno: l’11 gennaio, un sacerdote (ovviamente, non cattolico) prima ed un medico pagato dallo Stato poi si recheranno nella cella dell’ergastolano, autore di stupri, omicidi e torture. E sarà ucciso. 

 

Avevamo già parlato di questa vicenda, tragica e grottesca, qui su Radio Spada[2], e già paventavamo quel che puntualmente sta capitando: per farsi ammazzare in carcere c’è la fila. Infatti, altri quindici ergastolani hanno fatto richiesta di poter essere soppressi perché il carcere li fa soffrire troppo: ecco pronta la pena di morte su richiesta.

 

Per una sorta di prevedibilissima eterogenesi dei fini, per l’ennesima volta una “conquista” dei soliti paladini dei diritti (in)civili si rivolta contro di loro: quelli che si battono contro la pena di morte e per l’eutanasia si trovano ora le esecuzioni capitali per eutanasia. In Belgio, come abbiamo appunto riportato, c’è già la fila. E altrove? Se dovesse passare il principio per cui la sofferenza in carcere è talmente intollerabile da giustificare l’ottenimento della soppressione a richiesta, ne vederemmo delle pessime.

 

Da notare che molto materiale di riflessione in materia lo forniscono proprio quelle stesse parti politiche e culturali che, accanto alle crociate anti pena di morte e pro eutanasia si impegnano nelle varie amnistie, in primis i Radicali: sono costoro i primi a dire che in prigione i detenuti maturano pensieri suicidi[3].

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità mette in guardia dai diversi fattori che portano il detenuto a suicidarsi[4], come pure il Comitato Nazionale di Bioetica in un parere del 2010[5], e forse è superfluo evocare la relativa sterminata letteratura scientifica[6]: è sufficiente un po’ di buon senso per comprendere che anche nel carcere migliore del mondo ci sarà qualcuno che preferirebbe farla finita, soprattutto ove affetto da problemi mentali come il povero Van De Bleeken. Nel parere del 2010, Il Comitato Nazionale di Bioetica scrive che i ricercatori sono consapevoli “del carattere strutturalmente afflittivo della pena e dell’evidente incompatibilità della condizione carceraria con un equilibrato sviluppo della persona. Il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze”: in prigione si soffre, e maggior ragione se la pena è dell’ergastolo. Ed a maggior ragione se si è innocenti. Prosegue il Comitato di Bioetica “Il principio secondo cui la detenzione sospende unicamente il diritto alla libertà di movimento è spesso disatteso: come conseguenza, i diritti all’incolumità, alla salute, alla risocializzazione ed altri ancora non sono garantiti. Per ciò stesso il carcere è un ambiente che può favorire o far precipitare una eventuale decisione di togliersi la vita. Come denuncia il Comitato etico francese, “le prigioni sono anche la causa di malattia e di morte: sono la scena della regressione, della disperazione, della violenza auto-inflitta e del suicidio”.

 

Ora, su questa china disumana dopo la soppressione dei detenuti malati mentali si potrà passare ai malati di mente tout cour, magari su richiesta del tutore o dei medici che dovrebbero assisterli. Accade già in Olanda, Danimarca e Belgio, è già successo anche in Italia: la povera Eluana Englaro è stata fatta morire per l’interruzione di terapie, cibo ed acqua con la benedizione della Corte di Cassazione e su richiesta sia del suo tutore che del suo protutore, ed Eluana era certamente una persona gravemente invalida, probabilmente – nessuno questo potrà mai dirlo – anche in termini di facoltà mentali. Se abbiamo già fatto morire una malata, cosa manca per l’eutanasia dei detenuti? Nulla. Il Belgio non è affatto lontano, ce l’abbiamo in casa.

 

Il grimaldello è sempre il medesimo: se la soppressione a richiesta viene considerata come una terapia in quanto preserva dalla sofferenza la psiche del richiedente, ebbene essa non può essere negata a nessuno. Anche i carcerati hanno diritto di curarsi, no? E così pure i cerebrolesi, i bambini, le persone in stato di incoscienza prolungata, i depressi, i sani, gli afflitti dal tedium vitae. Per ogni dolore della vita sta pronto, in attesa, il medico per accogliere, ascoltare, consigliare, curare, uccidere.


[1]    http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_04/detenuto-chiede-ottiene-l-eutanasia-di-lui-altri-15-seguono-5d435324-93eb-11e4-8745-dbfbe9a3a0e4.shtml
[2]    http://radiospada.org/2014/09/eutanasia-dei-diritti-umani-o-diritto-umano-alleutanasia/ – http://radiospada.org/2014/09/suicidio-di-stato-o-le-aporie-della-liberta/
[3]    Ad esempio, i Radicali: http://www.radicali.it/rassegna-stampa/giustizia-proposito-suicidi-carcere
[4]    http://www.who.int/mental_health/resources/resource_jails_prisons_italian.pdf
[5]    http://www.governo.it/bioetica/pareri_abstract/suicidiocarcere_25062010.pdf
[6]    Ad esempio, l’interessantissimo dossier “Morire di carcere”, http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/