La fine del ratzingerismo e l’era Bergoglio

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Nota introduttiva di RS: continuiamo, con questo post, la pubblicazione IN ESCLUSIVA di brevi testi originali (inediti o seminediti, come in questo caso, per il pubblico di lingua italiana) che provengono da ambienti cattolici romani resistenti alla “rivoluzione conciliare”. Questi scritti vogliono fornire nuovi materiali per conoscere i principali dibattiti che da molto tempo attraversano il mondo “cattolico tradizionalista” e approfondire, senza attingere a fonti di seconda mano, le rispettive posizioni. In questo caso si tratta di un editoriale pubblicato nell’ottobre 2013 sulla rivista cattolica fiorentina il “Guelfo Nero”, organo del centro studi “Leone X”, dedicato alla fine del periodo ratzingeriano. Non mancano forti prese di posizione e coloriture polemiche accese sui dibattiti e gli scontri che caratterizzarono il mondo cattolico “tradizionalista” di lingua italiana negli anni tra il 2005 ed il 2013.   

di Piergiorgio Seveso

Prima di qualunque ulteriore approfondimento, voglio ringraziare l’amico Daniele Gandi, direttore di questa piccola e battagliera rivista fiorentina, che mi consente di firmare anche quest’anno l’editoriale de “Il Guelfo Nero”. Condivido con lui, inesausto compagno di pene e di lotte, ormai un decennio di piccole e grandi battaglie virtuali e reali in difesa del cattolicesimo romano e confido che potremo continuare, a Dio piacendo, ancora a lungo a scrivere e ad agire “opportune et importune” in questi miserabili anni di apostasia ed infamia che stiamo vivendo.

“Il Guelfo Nero” è una piccola pubblicazione senza pretese, antimodernista, antimassonica, antirivoluzionaria, CLERICALE e papalina (e quindi naturaliter sedevacantista), è redatta esclusivamente da giovani laici, quindi per sua natura ha un respiro più battagliero e pugnace, meno incline ai giri di parole e a quelle garbate ciance che spesso caratterizzano altre pubblicazioni nate in questi ultimi anni. Siamo una rivista quindi “pane e salame” che, anche se parla di teologia e affronta temi delicati come quelli della vacanza della sede apostolica, lo fa con irruenza e passione, non prive di una certa confidente baldanza.

I suoi redattori non possono, su queste misere pagine, sviscerare con tutta quella ponderazione e quella soda dottrina le capitalissime questioni teologiche e morali che invece i nostri ottimi sacerdoti affrontano su ”Sodalitium” o su “Opportune importune”. Di questi il nostro NATURALE CLERICALISMO: sono giustamente i nostri preti che hanno la prima e l’ultima parola, loro che tracciano le linee della resistenza e le strategie della battaglia, loro che ci insegnano quanto e come combattere, loro che, con il consiglio e l’esempio, fanno sì che questa rivista sia sorta e continui a vivere. Se questa pubblicazione ha del buono, questo è riconducibile a loro, se ha dei difetti (e ne ha sicuramente molti), quelli sono invece ascrivibili esclusivamente a noi. Noi siamo solo un pugno di laici, ben lontani dalla tutta umana“bonomia” roncalliana (a proposito, auguri per la prossima “canonizzazione”), e qui cerchiamo, semplicemente, non quello che ci unisce ma quello che ci divide, perché solo in questo MARCARE LA DIFFERENZA ci può essere quella chiarezza dottrinale ed ecclesiologica, unico e sicuro pegno di una vera Restaurazione della Chiesa. Ci sforziamo di essere quello che DOVREBBE essere una rivista giovanile cattolica, se la Chiesa cattolica avesse oggi un Papa e fosse quindi in ordine e non “in stato di privazione”, come invece drammaticamente si trova ad essere da un cinquantennio.

“Il Guelfo nero”, nato negli anni del ratzingerismo “trionfante”, esce per la prima volta durante l’era Bergoglio e già ci sembrano lontani anni luce i temi di cui discutevamo gli anni scorsi: le insidie del “Motu proprio”, la fallace e ingannevole “ermeneutica della continuità”, la falsa restaurazione bavarese, le trattative tra “Roma” e la Fraternità San Pio X. Tutto questo ci sembra remotissimo, addirittura ci sembra che tutto questo non sia mai esistito. In realtà, e giova ribadirlo oggi più che mai, questa discontinuità tra Ratzinger e Bergoglio è più morganatica che reale perché, pur nella diversità di coloriture e di accenti, comune è la matrice vaticanosecondista, comuni gli errori (e le eresie) che stanno a monte, comune l’appartenenza e l’orizzonte ecclesiologico dei due.

Indubitabilmente l’impatto devastante (motus in fine velocior) di questi primi mesi di“pontificato” bergogliesco sfuggono ancora ad una visione d’insieme che solo i mesi a venire ci potranno dare: la spogliazione radicale dei simboli della regalità papale, la “catechesi” quotidiana attraverso “prediche”, interviste e telefonate, il blandire e l’assecondare molti degli appetiti della mentalità mondana hanno fatto sbriciolare il tremolante edificio ratzingeriano in un batter d’occhi. Accanto alle lacrime degli ingannati in buona fede che rispettiamo profondamente, accanto alla rapidità con cui i voltagabbana professionali hanno cambiato marsina da bavarese in argentina cui riserviamo il nostro disprezzo, ci permetterete una domanda, alla fine di questi anni duri e amari, in cui abbiamo subito attacchi di ogni tipo da un certo mondo “cattolico conservatore”.

La domanda è questa. Dove siete ora restauratori da operetta ? Dove siete ratzingeriani feroci, torquemada in trentaduesimo, caporali di giornata dell’ “ermeneutica della continuità” che abbiamo visto parlottare tronfi  in questi dolorosi otto anni? I vostri castelli di sabbia sono crollati, le vostre chimere restaurazionistiche si sono rivelate dei sogni, i vostri anatemi da sagrestia “motu proprio” si sono mostrate come ciance raglianti. La nostra Chiesa è “occupata” da un manipolo di pirati, di ciurmadori, di predoni e tagliagole, al cui confronto le debolezze dei secoli antichi sono luminosi meriti ma noi siamo ancora qui.

7 Commenti a "La fine del ratzingerismo e l’era Bergoglio"

  1. #anonimo   20 gennaio 2015 at 10:16 am

    Piergiorgio carissimo, si merita proprio un bel “baciamo le mani, vossia”, quelle mani che scrivono queste verità inconfutabili, che aprono gli occhi e riscaldano il core. bravo, bravissimo Piergiorgio Seveso, il Signore la ricompensi con il centuplo. Sia lodato Gesù Criasto

  2. #guelfonero   20 gennaio 2015 at 1:41 pm

    Grazie di cuore. 🙂 Nessun merito: siamo solo dei laici fedeli.

  3. #Anna   20 gennaio 2015 at 9:55 pm

    Grazie, è come una boccata d’aria per chi si sente affogare.

  4. #M.Catt.   21 gennaio 2015 at 8:15 am

    Grande Piergiorgio. Alla pugna +

  5. #guelfonero   21 gennaio 2015 at 4:46 pm

    Grazie a Voi per l’apprezzamento. Cercheremo di pubblicarne altri. 🙂

  6. #nereovilla   28 gennaio 2015 at 5:34 pm

    http://youtu.be/FlKFSEHsVjg
    http://digilander.libero.it/VNereo/il-pugno-idiota-del-papa.htm
    Bergoglio ci sei o ci fai?
    Il pugno del Papa usato per spiegare la legittima difesa è incitazione alla violenza e all’odio, oppure è una semplice idiozia da bar sport? In ogni caso è antilogica, o quanto meno un’ambiguità logica, una confusione interiore fatta passare, ovviamente da media altrettanto ottenebrati, per insegnamento o per sacra pedagogia. Infatti dimostra che è legittimo dare un pugno a qualcuno che insulta nostra madre. Certamente se qualcuno offende mia madre io posso anche ucciderlo. Ma che senso ha mettere sullo stesso piano l’offesa immateriale e l’omicidio, o il pugno materiali? L’offesa offende non in quanto contenuto materiale fatto di hertz o di onde meccaniche del suono che ascolto ma in quanto contenuto immateriale, spirituale. Ciò che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che contamina l’uomo (Mt 15,18), cioè che mi offende, ma solo se mi sento ancora legato al cordone ombelicale di mia madre, reagisco col pugno o col mitra. E questo è tipico dei jhadisti che fanno le guerre materiali perché incapaci di combattere con la spada dell’io o del Cristo.
    Ignorare la differenza fra legittimità e legalità è ignoranza crassa se è ignoranza; però se sconfina nell’arroganza di un indottrinamento o di una dottrina religiosa (vedi gli articoli 2266 e 2667 del catechismo cattolico odierno) più che ignoranza è mafia, o almeno un tipo di ignoranza tendenzialmente e potenzialmente mafiosa.
    Oggi più che mai occorrerebbe dunque riflettere sulla differenza fra legalità e legittimità, soprattutto per chi crede di essere un cristiano. Se gli odierni “osservanti” della legalità rinunciano alla loro moralità personale, barattano la responsabilità per l’ubbidienza. Dovrebbero allora chiedersi cosa accadde nella Germania nazista. Fino a che punto si può essere nazisti o “osservanti” della legalità? Cosa traccia allora la linea di demarcazione fra equo ed iniquo: la legalità? No. Perché la legalità è in tal senso l’eclisse della ragione. È l’uomo soggiogato che esprime obbedienza a regole ingiuste e che, per affermare ciò che crede suo diritto, permette in realtà la propria schiavitù. Credo che piegarsi passivamente all’autorità o accettare, senza discutere, leggi che appaiono contrarie alla giustizia e alla sopravvivenza, non sia indice di forza, né di moralità. Le leggi non sono l’ultima verità, infatti molte leggi inique furono cambiate in seguito a proteste. Se non si tiene conto della protesta pacifica e del rifiuto della legge se iniqua (epicheia cristiana), non si può che prevedere il prevalere progressivo di episodi di violenza. Ciò che traccia la linea di demarcazione fra equo ed iniquo non può dunque essere altro che l’io umano, cioè cristiano, o epicheico che dir si voglia. Chi però dal pulpito predica la pace nel mondo attraverso catechismi che non escludono la pena di morte o la guerra, non può essere un cristiano, ma solo un anticristiano in quanto antilogico.

  7. #Alessio   12 febbraio 2016 at 1:09 pm

    Il commento di Nereovilla assomiglia tanto alle critiche delle presunte “opere d’arte” astratte : un favoloso esempio di come si possa parlare o scrivere per un’ora senza dire assolutamente nulla, o quantomeno nulla di sensato.