In Nocte Natalis Domini. Sant’Ambrogio poeta

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…quante lacrime versate ascoltando gli accenti di [quegli] inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene. 

[S. Agostino, Confessioni, IX, 6.14]

 

Intende, qui regis Israel,
super Cherubim qui sedes,
appare Ephraem coram, excita
potentiam tuam et veni.

Veni, redemptor gentium,
ostende partum virginis;
miretur omne saeculum:
telis decet partus Deum.

Non ex virili semine
sed mystico spiramine
verbum Dei factum est caro,
fructusque ventris floruit.

Alvus tumescit Virginis,
claustrum pudoris permanet,
vexilla virtutum micant:
versatur in templo Deus.

Procedat e thalamo suo,
pudoris aula regia, 
geminae gigas substantiae,
alacris ut currat viam.

Egressus eius a patre,
regressus eius ad patrem,
excursus usque ad inferos,
recursus ad sedem Dei.

Aequalis aeterno Patri,
carnis tropaeo cingere,
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti.

Praesepe iam fulget tuum,
lumenque nox spirat suum,
quod nulla nox interpolet
fideque iugi luceat.

***

Volgiti a noi, tu che guidi Israele,
tu che t’assidi sopra i cherubini,
mostrati ai cospetto di Efraim,
desta la tua onnipotenza e vieni a noi.


O redentore dei popoli, vieni,
della Vergine rivelaci il parto;
ogni età della storia stupisca:
a Dio solo s’addice un tal parto.


Non nasce da seme di creatura,
ma per arcano soffio dello Spirito
il Verbo di Dio si fece carne
e germogliò come frutto d’un grembo.


S’inturgida della Vergine il grembo,
inviolato il chiostro del pudore:
delle virtù rifulgono le gemme,
in lei come in tempio Dio dimora.


Esca dal suo talamo nuziale,
aula regale del santo pudore,
il gigante di duplice natura,
sollecito compia il suo cammino.

A noi mortali discende dal Padre,
ritornare al sommo Padre s’appresta,
al regno dei morti scende benigno,
alfine ascende alla sede del Padre.

Consostanziale e coeterno al Padre,
rivesti la povertà della carne,
la nostra debolezza di mortali
con vigore perpetuo ritempra.

Ormai s’illumina il tuo presepe
e la notte irradia il suo fulgore:
ormai nessuna tenebra l’offuschi,
ma di fede indefettibile splenda.

da Ambrogio, Inni natalizi, ed. Interlinea, 1996. Trad. it. Claudio Casaccia.