Dalla “Nouvelle theologie” alla teologia della liberazione di Bergoglio (prima parte)

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Nota  introduttiva di RS: continuiamo, con questo post, la pubblicazione di brevi testi originali (o inediti per il pubblico di lingua italiana o tradotti ad hoc per Radio Spada) che provengono da ambienti cattolici romani resistenti alla “rivoluzione conciliare”). Questi scritti vogliono fornire nuovi materiali per conoscere i principali dibattiti che da molto tempo hanno attraversato e attraversano il mondo “cattolico tradizionalista” e approfondire, senza attingere a fonti di seconda mano, le rispettive posizioni. In questo breve saggio Fra’ Leone di Bagnoregio porta il suo interessante contributo all’analisi dell’attuale crisi della Chiesa, aggravata dall’elezione di Jorge Mario Bergoglio.

LA NOUVELLE THEOLOGIE E LA VERITÁ 

L’errore principale che pervade il mondo moderno e contemporaneo è il relativismo, questo errore propugnato dai pensatori della seconda meta del Seicento e del Settecento e si è affinato con i pensatori e filosofi del XIX secolo fino ad arrivare ai filosofi esistenzialisti del XX secolo, questo pensiero lentamente si è, però, insinuato all’interno degli ambienti ecclesiastici più aperti ed orientati a trovare una conciliazione tra la filosofia moderna e la Chiesa. Questi cattolici vedevano e vedono la Chiesa bloccata da un dogmatismo che ai loro occhi stride con il mutamento della società contemporanea sempre più volta verso lo scientismo verso un modo del progresso, la Chiesa secondo il loro pensiero era incatenata ancora al Medioevo se non Costantiniana. Questi errori furono già condannati dal Magistero ecclesiastico,[1] ciononostante questo fiume di novità continuò a filtrare nelle Università cattoliche nei Seminari e nelle riunioni stesse del clero.

Ecco cosa scrive il teologo Reginald Garrigou Lagrange: «Di dove ha origine questo relativismo che ha avuto il suo influsso questi ultimi tempi in certi ambienti cattolici? Esso deriva sia dall’empirismo o positivismo, sia dal kantismo, sia dall’idealismo evoluzionistico di Hegel».[2]

L’empirismo razionalista ha origine a metà del Seicento prima con Spinoza e G. Leipniz poi con i filosofi anglo-sassoni John Locke, George Berkeley e David Hume. Secondo i quali la conoscenza umana deriva esclusivamente dai sensi e dall’esperienza, prescindendo da una conoscenza ontologica e certa della verità, tutto diventa esperienza.

Sempre Garrigou Lagrange esamina questo errore filosofico: «L’empirismo non vede la differenza essenziale e l’immensa distanza che passa fra l’intelligenza e i sensi, fra l’idea e l’immagine fra giudizio e l’associazione empirica, e per questo riduce fortemente il valore delle prime nozioni di essere, di unità, di verità, di bontà di sostanza, di causa e il valore dei primi principi correlativi di identità, di contraddizione, di causalità ecc. Secondo l’empirismo questi principi non hanno una necessità assoluta e sono semplicemente associazioni empiriche confermate dall’ereditarietà, ne superano l’ordine dei fenomeni. Il principio di causalità affermerebbe soltanto che ogni fenomeno suppone un fenomeno antecedente, ma non consente d’innalzarci alla conoscenza certa dell’esistenza della prima causa al di sopra dell’ordine fenomenico». [3]

Il teologo Domenicano passa ad esaminare gli altri errori filosofici che hanno mutato il pensiero dei nuovi teologi.

«Il kantismo si oppone, è vero all’empirismo in quanto riconosce la necessità dei primi principi, ma secondo questo sistema i principi, sono solamente leggi soggettive della nostra mente, le quali vengono da noi applicate ai fenomeni, ma che non ci consentono d’innalzarci al di sopra dei fenomeni stessi. Da questo punto di vista secondo il sistema kantiano l’esistenza di Dio si può provare soltanto con una prova morale fondata su postulati indimostrabili della ragione pratica la quale prova ci da soltanto una certezza oggettivamente insufficiente. Quindi non si può dimostrare secondo il kantismo, la definizione tradizionale della verità, che invece i dogmi presuppongono. Non si può dire “Veritas est adeguatio rei et intellectus”, perché la verità non sarebbe conformità del nostro giudizio con l’essere e con le sue immutabili leggi di contraddizione e di causalità, ecc., ma bisognerebbe contentarsi di dire che la verità è la conformità del nostro giudizio con le esigenze soggettive dell’azione morale, espresse dai postulati indimostrabili della ragione pratica. Non si dà certezza metafisica oggettivamente fondata, ma soltanto una certezza morale e pratica soggettivamente sufficiente. Non si esce dal relativismo. E allora Hegel dice: Se non si può provare con certezza oggettivamente sufficiente l’esistenza di Dio realmente ed essenzialmente distinto dal mondo, è meglio dire che Dio si fa nell’umanità che sta evolvendosi e nella mente degli uomini che passa continuamente da una tesi ad un’antitesi, poi ad una sintesi superiore, e così via. Secondo i diversi momenti dell’evoluzione, oggi è vera la tesi, domani sarà vera l’antitesi, dopodomani la sintesi, e così sarà per sempre. Non si da verità immutabile, perché Dio, verità suprema, si fa in noi e non sarà mai attuato in pieno, poiché il divenire non può arrestarsi (…) Contrariamente ai principi di identità e non contraddizione e di causalità, il divenire è a se stesso la sua propria ragione, senza una causa superiore. In questa ascendente evoluzione creatrice il più perfetto è prodotto sempre dal meno perfetto, la qualcosa è evidentemente impossibile».

Applicando questi principi relativistici propri di queste filosofie moderne in ambito teologico sovvertono completamente tutto l’impianto dogmatico. Nasce in questo modo l’infallibilità relativa della Chiesa, infatti, ciò che poteva avere valenza teologica in un determinato periodo può mutare secondo il cambiare dei tempi e della società.

«Questo relativismo dogmatico apparve di nuovo all’epoca del modernismo, come dimostra l’Enciclica “Pascendi” del 1907». La Nouvelle Theologie è soltanto la continuazione del modernismo condannato da San Pio X, gli enunciati dei modernisti hanno continuato ad affinarsi e si sono rafforzati in alcuni docenti delle Università cattoliche forse a causa dell’attenuazione del controllo imposto allora da San Pio X. È evidente che il relativismo teologico è l’estensione del relativismo delle filosofie moderne che traspongono il metodo della conoscenza dall’oggettivo al soggettivo, fondando in questo modo una nuova metodologia della conoscenza, misconoscendo ogni evidenza necessitante del principio di causalità: « … il quale è il fondamento delle prove tradizionali dell’esistenza di Dio, come se fosse necessaria una scelta libera per ammettere il valore ontologico e l’assoluta necessità di questo principio, e ciò toglierebbe alle prove la loro efficacia veramente dimostrativa».

Viene quindi, sostituita la definizione tradizionale “Veritas est adeguatio rei et intellectus”, ma bisognerebbe accontentarci della nuova definizione “Conformitas mentis et vitae”, viene sostituita «la conformità del giudizio con l’essere estramentale e con le sue immutabili leggi», con la «conformità del nostro giudizio con la vita e con le sue esigenze soggettive». Questo porta come afferma il teologo Garrigou Lagrange: « …ad una certezza oggettivamente insufficiente circa l’esistenza di Dio, come proposta da Kant» .

E’ necessario esaminare a questo punto cosa sia la verità e la conoscenza del vero secondo l’insegnamento tradizionale della Chiesa e più precisamente secondo quanto affermato dal Dottore Angelico, il teologo Garrigou Lagrange ci regala una sintesi sulla questione: «Fra i primi principi della ragione San Tommaso con Aristotele (Metafis.  libro III c. 4 e sgg.) mette in luce l’evidenza necessitante del principio di non contraddizione fondato sull’opposizione fra l’essere intelligibile e il non essere. Dice continuamente San Tommaso che “l’essere intellegibile è il primo oggetto conosciuto dall’intelligenza”, come il colorato è l’oggetto proprio della vista e il sonoro l’oggetto proprio dell’udito. Quando si presenta l’oggetto sensibile, mentre la vista afferma l’essere colorato in quanto colorato, l’intelligenza afferra come essere, ciò che è, e che si oppone al niente».

Seguendo San Tommaso il teologo esprime dei principi sui quali fonda la conoscenza del vero da parte dell’intelligenza umana.

Se la relazionalità in quanto identificazione con l’essere è compiuta tramite la potenza intellettiva si ha la verità che è adeguazione dell’essere con l’intelligenza, la conformità dell’essere con l’intelligenza. Se invece essa è compiuta tramite la potenza volitiva, si ha la bontà, che è conformità della volontà con l’essere.

L’intelligenza, per definizione è intelligenza dell’ente, è la verità logica, la conoscenza, è l’adeguazione cosciente dell’ente con l’intelligenza, la quale si esprime nel giudizio.

San Tommaso da una semplice spiegazione nel trattato “De Veritate”: «ogni conoscenza si compie attraverso l’assimilazione del conoscente alla cosa conosciuta, così che l’assimilazione è detta causa della conoscenza, …: la prima comparazione dell’ente all’intelletto è dunque che l’ente concordi con l’intelletto, la quale concordanza è detta “adeguazione della cosa e dell’intelletto”, e in ciò formalmente si compie la definizione di “vero”. Questo è dunque ciò che il vero aggiunge sopra l’ente: la conformità, cioè l’adeguazione, della cosa e dell’intelletto, alla quale conformità, come si è detto, segue la conoscenza della cosa: così dunque l’entità della cosa precede la nozione della verità, ma la conoscenza è un certo effetto della verità».[4]

San Tommaso e tutta la filosofia tomistica e scolastica pongono, pertanto, come abbiamo detto, il principio dell’: “Adeguatio rei et intellectus” come postulato inalterabile per identificare il vero e distinguerlo dal falso.

«Come abbiamo spiegato, ogni cosa è conoscibile in quanto è in atto. Ora l’ultima perfezione dell’intelletto è la sua operazione: poiché questa non è un’operazione [transitiva] che, per avere un termine estrinseco, viene ad essere compimento di un prodotto o di un’opera, come la costruzione di un edificio. Essa, invece, rimane nell’operante quale perfezione e atto del medesimo, come di Aristotele (Metaf. VIII lett. 8). Perciò la prima cosa che si conosce intorno all’intelligenza è precisamente la sua intellezione»[5]. Il Dottore Angelico va oltre sciogliendo le difficoltà: «Oggetto dell’intelletto cioè l’ente o il vero, è un universale,[6] il quale abbraccia anche l’atto d’intellezione. Perciò l’intelletto può conoscere il proprio atto. Ma non come primo oggetto: perché nello stato presente il primo oggetto del nostro intelletto non è un ente o un vero qualsiasi, ma l’ente e il vero visto nelle cose materiali, come abbiamo spiegato. Di qui si passa alla conoscenza di tutte le altre cose».[7]

La Nouvelle Theologie sovverte questo ordine della realtà e prospetta tutto verso un divenire sempre mutabile, questo si estende sia nell’ordine della teologia speculativa sia nell’ordine della teologia morale, tralasciamo tale estensione in ambito sociale e politico.

Da Hegel all’esistenzialismo il passo è breve in quanto quest’ultimo « …non vede l’essenza delle cose, ma soltanto la loro esistenza – pervaso – da un irenismo voluto che sembra credere alla conciliazione delle cose contraddittorie». La conciliazione degli opposti è l’atto finale di tutta la nuova costruzione filosofica della filosofia contemporanea. «Nota Aristotele che dire che una medesima realtà può nello stesso tempo esistere e non esistere, vuol dire distruggere ogni linguaggio, ogni realtà, ogni verità, ogni probabilità, ogni vero bene distinto dal male, ogni desiderio, ogni azione ed anche ogni movimento, perché il punto di partenza non si opporrebbe contraddittoriamente al punto di arrivo e si sarebbe già arrivati prima di partire».[8]

Questo divenire ha, quindi, pervaso tutta la teologia cattolica, un miscuglio tra razionalismo, scientismo, illuminismo kantiano, idealismo hegeliano ha posto le fondamenta per la distruzione di tutta la fede e la morale cattolica, che si devono adattare al progresso e alle aspettative delle nuove generazioni più evolute di quelle del passato, con queste premesse l’esistenzialismo diventa l’ultima tappa a cui i nuovi teologi vogliono tendere.

Questa conciliazione degli opposti vuole appositamente ignorare e considerare obsoleto il principio di identità e non contraddizione e la cognizione della realtà sotto l’aspetto ontologico, secondo questa nuova concezione è sufficiente fermarsi all’empirismo, la trascendenza diventa soltanto una certezza morale soggettiva.

L’essere trascendentale diventa un concetto inafferrabile dalla mente umana perché non provato empiricamente! Ogni nozione di assoluto viene, seguendo tali principi, annientata completamente. Nella metafisica valgono “mutatis mutandis” gli stessi principi della matematica: messo discussione un principio fondamentale, tutto il sistema cade. Se nell’ordine matematico si mette in discussione che 1 + 1 = 2 o nella geometria euclidea si mette in discussione che le rette parallele non si incontrano, tutto il sistema matematico crolla, similmente nella metafisica, posti in dubbio il principio di cognizione della realtà, il principio di identità e non contraddizione, il principio secondo cui il minore è prodotto sempre dal maggiore come il meno perfetto è prodotto dal più perfetto, tutto crolla. Spostando un principio del ragionamento tutto diventa relativo e mutevole.

Cosa si è sostituito al posto della filosofia perenne della Chiesa? Il sentimento che è più conforme alle esigenze dell’epoca attuale. La “adeguatio realis mentis et vitae” [9] esige come metodo circa la conoscenza mutevole e l’instabilità delle definizioni il collante del sentimento, infatti, cosa è più mutevole del sentimento, che può mutare a seconda delle esigenze della vita e della contingenza.

Questo relativismo in ambito filosofico si traspone quindi in ambito dogmatico, tutti i dogmi vengono intaccati da questo principio: La Grazia – l’Incarnazione di Cristo – I Sacramenti: il padre Garrigou nella sua analisi sulla Nuova Teologia : «…si diceva che le nozioni usate nelle definizioni conciliari a lungo andare invecchiano, e non sono più conformi al progresso delle scienze e della filosofia, e allora devono essere sostituite da altre dichiarate equivalenti, ma che sono ugualmente istabili. Per esempio la definizione del Concilio di Trento circa la grazia santificante, che è causa formale della giustificazione, era una buona formula all’epoca del Concilio di Trento ma oggi richiederebbe di essere modificata. … Si è sostenuto che la vita soprannaturale della grazia concessa all’uomo non è gratuita nel senso che comunemente s’insegna, e che Dio non poteva creare l’uomo senza dargli un fine soprannaturale cioè la vita eterna ossia la visione beatifica. La grazia non sarebbe veramente gratuita come il nome fa pensare. Dio doveva a se stesso il concederla Anche il mistero dell’Incarnazione è stato proposto da alcuni come un momento dell’evoluzione, in quanto noi diciamo che le anime ancor troppo legate ai sensi e alla vita animale, avevano bisogno dell’influsso del Cristo universale, del Cristo cosmico, capo dell’umanità che ha preceduto di molte migliaia di anni il progresso del mondo. … anche la nuova concezione del peccato originale e del peccato in genere come offesa di Dio richiede venga modificato l’insegnamento attuale della Chiesa intorno  al mistero della Redenzione. E finalmente stato proposto d’intendere la presenza reale del Corpo di Cristo nell’Eucarestia non insistendo più sulla vecchia nozione di sostanza e non parlando più di transustanziazione nel senso ontologico della parola. Si afferma che basta dire che il pane e il vino consacrati son divenuti, simbolo efficace del sacrificio di Cristo e della sua presenza spirituale; è cambiato il loro essere religioso. Simbolismo, questo molto simile a quello di ammesso da Calvino per l’Eucarestia». Questi portati nella sua analisi dal teologo domenicano sono soltanto alcuni esempi dei dogmi attaccati da questi principi del relativismo.

Questa Nouvelle Theologie «non è altro che una spiritualità o esperienza religiosa che ha trovato la sua esperienza intellettuale»![10]

La Nouvelle Theologie, riproponeva in modo ancor più devastante quanto i modernisti aveva insegnato all’inizio del XX secolo e furono condannati da San Pio X con l’enciclica “Pascendi dominici gregis”, il quale metteva in guardia gli i vescovi e gli studiosi: «Magistros autem monemus ut rite hoc teneant Aquinatem vel parum deserere, praesertim in re metaphysica, non sine magno detrimento esse». Per gli stessi errori questa nuova teologia fu condannata da Pio XII con l’enciclica “Humani gereris”.

[continua…]

[1] Cfr. il Sillabo di papa Pio IX  ovvero Sommario dei principali errori dell’età nostra, La lettere dello stesso Pio IX Gravissimas, Tuas libenter, Le encicliche di San Pio X Pascendi, Sacrum Antistitum e Humani generis di papa Pio XII.

[2] Reginald GARRIGOU LAGRANGE O.P., Sintesi Tomistica, p. 542

[3] Ibidem.

[4] SAN TOMMASO D’AQUINO, De Veritate, Questio I articolo 1.

[5] SAN TOMMASO D’AQUINO, Summa Teologica I – Questio 87 articolo. 3.

[6] Da un punto di vista gnoseologico e metafisico è l’universale è la natura di un essere concepita nei suoi elementi costitutivi assoluti, indipendentemente dai soggetti singoli in cui sussiste. Mentre i nominalisti di tutti i tempi e i moderni, vedono nell’universale un dato soggettivo perché fanno del concetto il prodotto di una lenta elaborazione, San Tommaso ne considera la natura intenzionale e funzionale di termine rappresentativo e arriva a riconoscere il valore oggettivo.

[7] Ibidem; Gli scolastici posteriori distinguono tre oggetti formali per l’intelligenza umana, partendo dalla considerazione che il nostro intelletto può trovarsi in due condizioni assai diverse: nello stato di unione con il corpo, e nello stato di separazione. Astrattamente considerato l’intelletto umano ha come oggetto formale comune l’ente in quanto ente. Nello stato di unione col corpo ha come oggetto formale proprio la quiddità delle cose materiali, e cioè l’ente corporeo. Nello stato di separazione col corpo avrà come oggetto formale proprio l’ente in quanto ente, con le limitazioni di un’anima fatta per animare un corpo, e cioè l’unione sostanziale con l’organismo. (T. Sante CENTI Commento alla Summa Teologica).

[8] Reginald GARRIGOU LAGRANGE O.P., op. cit.;

[9] Questa definizione è tratta da M. Maurice BLONDEL – 1861 – 1949, scrittore, modernista. Tra i suoi scritti L’Etre et les êtres 1935.

[10] Reginald GARRIGOU LAGRANGE O.P.: La nouvelle theologie ou va-t-elle ? Elle revient au modernisme, Roma Angelicum 1946 p. 126-145. Frase proposta dal teologo domenicano tratta dagli scritti dei nuovi teologi.

3 Commenti a "Dalla “Nouvelle theologie” alla teologia della liberazione di Bergoglio (prima parte)"

  1. #bbruno   19 febbraio 2015 at 8:48 pm

    ….”ciò che poteva avere valenza teologica in un determinato periodo può mutare secondo il cambiare dei tempi e della società…”

    bene, io anticipo i tempi e mando già da ora in malora quello che in malora andrà col cambiare dei tempi, cioè questa chiesa figlia di un tanto pensiero, con tutti i suoi capi e il pecorame del seguito…

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  2. #Cattolico   20 febbraio 2015 at 8:23 pm

    Bravo Bruno, sitemiamoli con le loro stesse armi; sempre i rivoluzionari soccombono a qualcuno più rivoluzionario di loro, e ciò perché, come noto, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. in questo caso il coperchio è usare le loro stesse argomentazioni per buttare a mare la loro nuova dottrina.pastorla

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