Fascismo & eresia. L’abbaglio nostalgico di alcuni cattolici

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Pubblichiamo per i nostri lettori un estratto del libro appena pubblicato dalle Edizioni Radio Spada in questo 2015, 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale: 

L’opposizione magisteriale a fascismo, nazionalsocialismo, liberalismo e comunismo.

Le encicliche “Non Abbiamo Bisogno”, “Mit brennender Sorge”, “Quadragesimo Anno”, “Divini Redemptoris”

con saggi introduttivi di Pietro Ferrari e Andrea Giacobazzi  (cliccare per andare alla scheda)

Il pezzo è solo un assaggio (poco più di 3 facciate su 16) della prefazione scritta da Andrea Giacobazzi alle prime due encicliche. Ovviamente il testo completo, oltre a quello di Pietro Ferrari, tratta di molti altri temi che incontrerete nel volume cartaceo.

[…]

«A Dio spiacenti ed a’ nemici sui»[1]

Nell’analisi della reazione cattolica rispetto al fascismo italiano sarebbe utile, come si è fatto altrove[2], cercare innanzitutto di capire la complessità di questo fenomeno, così come degli altri presunti “fascismi” e di certe loro particolari degenerazioni.

Il modello politico inaugurato da Mussolini fu la “via italiana” al socialismo o fu il supremo argine “occidentale” (virgolette d’obbligo) al socialismo stesso? Probabilmente né l’uno, né l’altro: forse fu un’eresia del socialismo divenuta oltremodo ribelle. E se il Duce una volta al governo non fu più lo scatenato anticlericale che volle essere in gioventù certamente non incarnò nemmeno il ruolo di ineccepibile statista cattolico. Lo stesso fascismo italiano rappresentò spesso e volentieri l’alibi ideologico di alcuni famosi preti apostati o gravemente eterodossi.

Si pensi al celeberrimo Don Giovanni Preziosi che lasciò la tonaca, divenne fascista e massimo esponente dell’“antisemitismo italiano”. “Precursore” delle leggi razziali, diresse La Vita Italiana, fu Ministro di Stato ed Ispettore generale per la razza nella Repubblica Sociale Italiana. Si tolse la vita nell’aprile del 1945.

Sulle pagine de La Vita Italiana – uno degli organi più intransigenti nell’ambito della pubblicistica fascista – comparve anche il nome di un altro “autorevolissimo” apostata: don Romolo Murri. Pioniere della “democrazia cristiana” – oggi considerato un nume tutelare di questo partito politico, così come di certo modernismo – venne sospeso a divinis e scomunicato[3]. Murri ebbe un figlio, si riconciliò con la Chiesa nel 1943. Già nel 1924 aveva scritto un libro intitolato Fede e Fascismo in cui sosteneva “che andava considerata come «un precedente storico del Fascismo» la Democrazia Cristiana, il movimento da lui fondato”[4]. Fa un certo effetto vedere nell’indice de La Vita Italiana del gennaio 1938, il nome di questo modernista “spretato” vicino a quello di Sommi Picenardi ed Evola (su quest’ultimo faremo qualche cenno anche in seguito). Ci si permetterà un ucronistico divertissement nell’immaginare una storia andata un po’ diversamente, con qualche data spostata e con una vittoria dell’Italia mussoliniana nel conflitto mondiale: probabilmente ci saremmo ritrovati Murri, non padre nobile della DC, ma figura di rilievo nel trionfante, e retorico, pantheon fascista postbellico.

Non mancò poi chi – ed è il caso di don Tullio Calcagno – cercò di guidare una sorta di scisma nazionale e fascista della Chiesa. Don Calcagno parve agire con alti appoggi – tanto politici, quanto “editoriali” – all’interno del governo della Repubblica Sociale Italiana, Repubblica che tuttavia, all’articolo sei della sua Costituzione, proclamava “la religione cattolica apostolica e romana” come “la sola religione” della Stato. Sebbene la rivista del sacerdote scismatico (chiamata Crociata Italica) godesse di una certa diffusione, la Gerarchia ecclesiastica non ebbe timore di condannarlo apertamente. Morì fucilato dai partigiani insieme a Carlo Borsani (Medaglia d’oro al valor militare) nell’aprile 1945.

Non fu meno fascista don Ettore Civati, centurione della Milizia, entusiasta al punto di essere sospeso a divinis il 18 settembre 1942 dal vescovo di Como – l’integrista Mons. Alessandro Macchi – per “le malvagità e le insinuazioni … contro le persone sacre” lanciate attraverso testi pubblicati su Il Regime Fascista.

Questi esempi di clero deviato per l’Italia tuttavia non rappresentarono una novità. Si pensi alla sciagurata partecipazione, diretta o indiretta, di noti religiosi all’epopea massonico-risorgimentale e ai moti del 1848, valga per tutti l’esempio di Padre Ugo Bassi, sul cui monumento bolognese spiccano una squadra ed un compasso. Non si è in errore nel ritenere che la stessa polarizzazione politico-ideologica, determinata dalle prepotenze sabaude prima, durante e dopo il raggiungimento dell’“unità italiana”, abbia prodotto significativi contraccolpi anche in ambito ecclesiale. Se da un lato si erano resi manifesti alcuni casi di sfacciato tradimento con le forze “risorgimentali”, dall’altro si dovrà notare come certo popolarismo (anticipatore della DC) sia stato il frutto ben visibile di un pericoloso compromesso tra questi poli: nei decenni successivi ciò che nei primi anni del ‘900 si intravedeva appena divenne chiarissimo, le varie “democrazie cristiane” del Continente cedettero con blanda o nulla resistenza alle campagne pro-aborto e pro-divorzio. Non è un caso che il modernismo religioso abbia proliferato in campo politico principalmente attraverso questi partiti.

Pur con alcuni evidenti limiti si può dire tra i regimi autoritari consolidatisi nel periodo a cavallo delle due guerre mondiali, il franchismo spagnolo e il salazarismo portoghese furono quelli meno distanti da ciò che i cattolici potevano politicamente desiderare dal punto di vista della gestione interna dello Stato.

Per quanto concerne il fascismo italiano vi sono poi una serie di controprove che lo rendono difficilmente assimilabile al modello ottimale di governo cattolico. Ci si potrebbe dilungare – e non è il caso farlo qui – sull’idealismo che ha impregnato il partito, per non parlare di certe correnti “esoteriche” la cui influenza non può essere sottovalutata. Si faceva prima cenno al nome di Julius Evola accostato a quello del modernista Murri sulle pagine della fascistissima La Vita Italiana gestita dallo “spretato” Preziosi. L’evolismo – che tanto danno fece anche in seguito per l’interesse suscitato nelle generazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano e di altri raggruppamenti di “estrema destra” – fu un prodotto tossico che godette di significativi sponsor sotto il regime. Il rapporto di Evola, poi guastato, con il massone[5] Reghini è noto. Quest’ultimo – inizialmente simpatizzante del fascismo – amava definirsi “il Vicario di Satana”[6], pare fu lui a presentare Evola a René Guénon. Che dire poi di D’Annunzio, massone ed esponente del Rito Martinista?

Sul fronte tedesco, la questione del cosiddetto “esoterismo nazista”, così come dei suoi caratteri anticristiani, verrà accennata in seguito.

***

[1] Dante nel Canto III della Divina Commedia sceglie queste parole per gli ignavi. Qui non si tratta di ignavi ma di soggetti che non essendo stati fedeli né alla Chiesa né ai suoi più manifesti nemici hanno finito per avere il ruolo certamente di avversari del Cristianesimo ma senza nemmeno ottenere l’approvazione della maggioranza di quelli che – in altri modi, talvolta più efficaci – lo combattevano.

[2] Cfr. Pietro Ferrari, Fascismi, Edizioni Radio Spada, 2014.

[3] A differenza sua, don Ernesto Bonaiuti – altro modernista incallito e condannato – si oppose al governo di Mussolini.

[4] Pino Rauti, Rutilio Sermonti, Storia del fascismo: Le interpretazioni e le origini, Centro editoriale nazionale, 1976, nota, p. 127. Cfr. R. Murri: Fede e Fascismo, Alpes, 1924, pp. 81-88.

[5] Piero Vassallo, Le culture della destra italiana, Effedieffe, 2002, p. 111, note.

[6] Cfr. Paolo Taufer, in Atti del 7° Convegno di Studi Cattolici, Rimini, 29-30-31 ottobre 1999.

[…]

8 Commenti a "Fascismo & eresia. L’abbaglio nostalgico di alcuni cattolici"

  1. #Miles Christi   4 febbraio 2015 at 11:38 pm

    Se il Fascismo italiano non costituì il miglior modello politico e sociale tra quelli ipoteticamente e teoricamente possibili, certamente costituì il migliore tra quelli concretamente all’epoca realizzabili (e fino ad allora realizzati nell’Italia unitaria). Il Fascismo nacque come reazione istintiva al dilagare dell’eversione socialista anti-nazionale, alla crisi irreversibile dello Stato liberale e al parlamentarismo imbelle in nome della difesa della patria, dell’ordine sociale e della “vittoria mutilata”. In seguito, si articolò più sistematicamente in una concezione etica e gerarchica dello Stato organico quale incarnazione giuridica e politica della nazione, volto alla mobilitazione totale di quest’ultima. Era inevitabile che presentasse nel suo seno tendenze, personalità e correnti diversissime tra loro e spesso unite più dalla fedeltà al suo fondatore e leader indiscusso (Mussolini) e dall’avversione per comuni nemici che da un’ideologia sistematica. Inevitabile anche perché l’Italia, al momento della marcia su Roma, veniva da oltre 60 anni di liberalismo di Stato, che, pur non avendo avuto la forza di sradicare interamente il Cattolicesimo dalle masse popolari, aveva certamente contribuito ad accelerare significativamente quel generale processo di secolarizzazione, il cui inizio aveva preceduto l’unificazione del paese per mano delle forze liberalconservatrici e demo-massoniche, “occasionalmente” congiunte per il raggiungimento dello scopo. Figure come quelle di Giovanni Preziosi, Julius Evola, Romolo Murri, don Tullio Calcagno e don Ettore Civati non costituirono degli esempi per la coscienza cattolica, ma va almeno rilevato che, ad eccezione di Preziosi ed Evola limitatamente alla sola pubblicistica razzista, si trattò di figure marginali e quasi ininfluenti sulla linea politica tanto del partito quanto del regime, soprattutto in materia di politica religiosa ed ecclesiastica. Nel testo a cura di Tomas Carini, edito da Controcorrente, che raccoglie gli scritti di Evola rivolti alla Scuola di Mistica Fascista, emerge come il Barone, sconsolatamente, ammettesse che ogni qualvolta la “religiosità” o la “spiritualità” fascista cercava di esser definita o precisata dai fascisti stessi si finiva nel “solito” Cattolicesimo. Più rilevanti furono quindi i contributi di Arnaldo Mussolini (il quale, pur estimatore dell’etica mazziniana del dovere, si mantenne sempre devotamente cattolico e nei momenti di attrito fece sempre da trait d’union tra Chiesa e regime fascista), Alfredo Rocco (il testo del Codice penale da lui redatto assieme al fratello venne elogiato pubblicamente da “La Civiltà Cattolica” per la sua corrispodenza con i principi cattolici, soprattutto riguardo alla dottrina dell’imputabilità) e Giuseppe Bottai (che dall’originaria adesione all’idealismo gentiliano si avvicinò gradualmente alla Fede cattolica). Tra le figure secondarie, andrebbero citate anche quella di Francesco Orestano, Egilberto Martire, Guido Manacorda e Giorgio Del Vecchio. Nella RSI indubbiamente cattolici furono Fernando Mezzasoma e Serafino Mazzolini. Figure che nel regime e nel partito ebbero comunque un ruolo più influente, nel rispettivo ambito di competenze, di Evola, Preziosi, ecc.
    Non sarà stato un caso se nell’Enciclica Summi Pontificatus (1939), nonostante il “vulnus” inferto al Concordato con l’approvazione del divieto di matrimoni razzialmente misti tra cattolici, Pio XII tributasse un aperto elogio all’Italia fascista e alla sua “situazione giuridica e spirituale”, determinata proprio dal Concordato. Paradossalmente, va rilevato che il primato della religione cattolica come religione ufficiale dello Stato veniva riconosciuto dall’Italia fascista, ma non dal Portogallo di Salazar, il quale migliorò notevolmente le condizioni della Chiesa (soprattutto con il Concordato del 1940), ma in taluni ambiti mantenne la precedente legislazione separatista (cfr. in merito “Salazar e il suo tempo” di Paul Sérant, ed. Giovanni Volpe).

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  2. #asseromaberlinotelaviv   5 febbraio 2015 at 10:05 am

    Ringrazio per l’intervento, come scritto nell’intestazione questo estratto è solo una parte minoritaria della prefazione (poco più di 3 facciate su 16). Del riconoscimento dei meriti di Mussolini anche nell’Enciclopedia Cattolica a guerra finita, si parla più avanti, così come del Cattolicesimo “religione di Stato” nella RSI. Quanto a don Calcagno pare che il su Crociata Italica fosse il primo periodico (o tra i primi) per diffusione nella Repubblica, con l’aperto sostegno di Farinacci, don Civati, ovviamente, è solo citato a titolo d’esempio. Sulla marginalità “ideologica” e sulla bassa influenza – anche indiretta – di certe impostazioni catto-liberali ed esoteriche all’interno del fascismo non non era così convinto Pio XI quando nella N.A.A. scrisse: “Non possiamo invece Noi, Chiesa, Religione, fedeli cattolici (e non soltanto noi) essere grati a chi dopo aver messo fuori socialismo e massoneria, nemici nostri (e non nostri soltanto) dichiarati, li ha così largamente riammessi, come tutti vedono e deplorano, e fatti tanto più forti e pericolosi e nocivi quanto più dissimulati e insieme favoriti dalla nuova divisa”.

    Se è vero che la Massoneria, nel suo complesso, fu colpita dal fascismo, d’altro canto non si può negare che l’affiliazione alla stessa non fosse un fatto totalmente estraneo alla storia di alcuni gerarchi. Valga per tutti il caso del segretario del Partito Nazionale Fascista, Roberto Farinacci. Assieme a lui, diversi altri furono a più riprese sospettati di adesione a questa o quella loggia .
    Più avanti il concetto già espresso da Pio XI, sotto altre forme, viene ribadito chiaramente (sempre nella N.A.A.) parlando di “anticlericalismo”:
    “L’anticlericalismo ha avuto in Italia l’importanza e la forza che gli conferirono la massoneria e il liberalismo che lo generavano. Ai nostri giorni poi il concorde entusiasmo che unì e trasportò come non mai tutto il Paese ai giorni delle Convenzioni Laterane non gli avrebbe lasciato modo di riaffermarsi, se non lo si fosse evocato ed incoraggiato all’indomani delle Convenzioni stesse. Negli ultimi avvenimenti, poi, disposizioni ed ordini lo hanno fatto entrare in azione e lo hanno fatto cessare, come tutti hanno potuto vedere e constatare”.

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  3. #Miles Christi   5 febbraio 2015 at 12:14 pm

    Ringrazio anch’io per la replica. In quegli estratti dell’Enciclica, credo che Pio XI si riferisse ad elementi più autorevoli ed influenti di Evola, Preziosi e Murri. Mi riferisco a Roberto Farinacci, all’allora segretario del PNF Giovanni Giuriati (che dopo la risoluzione del conflitto sull’Azione Cattolica e sull’educazione della gioventù venne defenestrato da Mussolini, cadendo politicamente in disgrazia), ad Edmondo Rossoni (contemporaneamente ex massone ed ex socialista vicino al sindacalismo rivoluzionario) e ai vari articolisti de “Il Lavoro fascista”, da cui partì l’offensiva iniziale contro l’Azione Cattolica. L’unico riferimento a Murri, ma solamente indiretto, lo si potrebbe trovare in Dino Grandi, ex socialista, all’epoca ministro degli Esteri (“esiliato” a Londra da Mussolini nel 1932 come ambasciatore italiano), che in gioventù fu effettivamente attrattato dalle idee della Lega Democratica Nazionale. Le affermazioni del Sommo Pontefice molto probabilmente tenevano conto di quanto Mussolini aveva confessato all’allora nunzio apostolico Borgongini Duca in seguito alle proteste vaticane per i famosi discorsi parlamentari in cui il Duce si lasciò andare ad affermazioni eterodosse sulle origini del Cristianesimo e che sembravano sminuire, in parte, la portata degli accordi (a cui cercò di rimediare, ma, ad avviso di Pio XI, senza successo): “Il Papa non sa in quanta difficoltà mi sono trovato io. (…) Egli non sa che Sforza (…) ha pubblicato che Mussolini ha rinnegato il Risorgimento restituendo il potere temporale, che perciò gli spiriti di Cavour, di Mazzini, di Garibaldi sono indignati, che io ho dato al Papa un’indennità inverosimile, e inaudita. Non sa che Eugenio Chiesa, allo stipendio delle logge di Francia, mi sta spubblicando sullo stesso tono. Non sa quello che scrive la stampa antifascista internazionale. Tale agitazione ha avuto eco anche in Italia, anche in certi elementi del Fascismo e negli ambienti universitari. (…) Mi sono perciò trovato nell’assoluta necessità di dimostrare che io non ho rinnegato il Risorgimento, né ho messo lo Stato ai piedi della Chiesa” (ASV, NI, b 23, fasc. 1, 9-18).
    Al di là della precisa ed esatta identificazione degli ambienti a cui si faceva riferimento nella “Non abbiamo bisogno”, quel che più conta ai fini di un giudizio complessivo è che quegli stessi ambienti, che più premevano per un conflitto con la Chiesa sull’educazione della gioventù, alla fine non prevalsero ma disarmarono (o meglio: furono disarmati). Ad avere la meglio fu quindi un orientamento riconciliatore, evidentemente più autorevolmente influente e rappresentativo nelle fila del partito e del regime, nonché maggiormente allineato ai “desiderata” mussoliniani. La disponibilità del regime verso la Chiesa dopo la “riconciliazione” del settembre 1931 fu evidente, oltre che dalle già accennate dimissioni di Giuriati dalla carica di segretario del PNF, dall’eliminazione dell’espressione “senza discutere” dal giuramento fascista (accogliendo implicitamente il rimprovero mosso da Pio XI alla sua formulazione), dall’accoglimento delle critiche papali alle iniziali redazioni dei testi dei “Colloqui con Mussolini” di E. Ludwing e della “Dottrina del Fascismo” pubblicata sull’Enciclopedia Treccani, dal potenziamento dell’assistenza religiosa per i Balilla e le FFAA. Particolarmente apprezzate dalla Chiesa furono queste pubbliche affermazioni di Mussolini in un discorso del 18 marzo 1934, viste come un segno di resipiscenza rispetto a quelle del periodo del conflitto dopo la Conciliazione: “L’Italia ha il privilegio di essere la Nazione più nettamente individuata dal punto di vista geografico. La più compattamente omogenea dal punto di vista etnico, linguistico, morale. L’unità religiosa è una delle grandi forze di un popolo. Comprometterla o anche soltanto incrinarla è commettere un delitto di lesa-nazione”.
    Quanto a “Crociata Italica”, se è vero che ebbe un buon successo di pubblico, tuttavia va aggiunto che si trattò di un’iniziativa non avallata direttamente dal governo della RSI e da Mussolini, il quale anzi in privato manifestò evidente scetticismo, quando non ostilità. Questa presa di distanza venne testimoniata dal confessore di Mussolini ed ex cappellano delle Brigate Nere Padre Eusebio (Sigfrido Zappaterreni) e riportata da don Ennio Innocenti ne “La Conversione religiosa di Benito Mussolini”. Gli stessi sacerdoti di “Crociata Italica” furono ricevuti da Mussolini in udienza il 24 marzo 1944, quindi prima della notificazione della Conferenza episcopale triveneta del 20 aprile, del discorso di Schuster dal pulpito del Duomo del 20 agosto e della scomunica ufficiale emessa dal Vaticano contro don Calcagno solo nel marzo 1945. Il Ministro della Cultura Popolare della RSI, Fernando Mezzasoma, che si occupava dalla stampa di Salò, verso don Calcagno ed i suoi ebbe sempre un atteggiamento diffidente e guardingo, tutt’altro che teso ad un aperto sostegno. Maggiori favori incontrò invece presso la Propagandastaffel tedesca.
    Il mio commento è parziale perché si riferisce solo all’estratto pubblicato. Per un giudizio più completo ovviamente sarà necessario rimandare ad una lettura integrale del libro pubblicato.

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  4. #asseromaberlinotelaviv   5 febbraio 2015 at 1:49 pm

    Come si evince anche dalla Sua controreplica (sulla quale non sono totalmente d’accordo), il fenomeno fascista era generalmente ambiguo sul tema religioso, con alcune fazioni interne apertamente “problematiche” rispetto alla Vera Fede. Le questioni inerenti Murri, tra l’altro, sono più metapolitiche che politiche. Ne risulta che l’opposizione magisteriale al fascismo fu comprensibile e giustificata. In ogni caso potremo parlarne di persona post-lettura del volume. Cordialità.

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  5. #Miles Christi   5 febbraio 2015 at 2:23 pm

    I pronunciamenti dei Pontefici ben guidati dallo S.S. non sono e non possono essere oggetto di discussione, ovviamente. La “Non abbiamo bisogno” va accettata senza riserve. Ma, senza tirarla troppo per le lunghe, credo solo che parlare di “opposizione” magisteriale al Fascismo, senza i debiti distinguo, sia improprio e rischi di essere fuorviante (pur ammettendo la problematicità di talune componenti, dal punto di vista cattolico). Soprattutto se il Fascismo viene accostato a vere e proprie ideologie (personalmente, ritengo erroneo lo stesso accostamento del Fascismo al concetto di “ideologia”) anticristiane, ripetutamente e duramente condannate dal Magistero infallibile di Santa Romana Chiesa, in modo definitivo, senza quei distinguo di cui invece fu esplicitamente fatto oggetto il Fascismo (casi emblematici quelli del liberalismo e del socialismo/comunismo, in particolare). Ma immagino che di tale diverso e minor grado di “malizia” tra i singoli totalitarismi se ne parli più estesamente nel volume. Se ne riparlerà. Ad maiora!

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  6. #Silente   7 febbraio 2015 at 2:02 pm

    Non ho ancora letto il libro e quindi sarebbe scorretto un mio commento. D’altronde, il tema dei rapporti tra Cattolicesimo e Fascismo è stato ben approfondito in diversi testi, soprattutto tra gli anni ottanta e novanta. In generale, si può comunque affermare, e di questo ne sono convinto, che la stragrande maggioranza della Gerarchia e dei fedeli, salvo frange che oggi definiremmo “lunatiche”, fu convintamente fascista o comunque non ostile al Fascismo. “Et pour cause”. Basti pensare, tra gli accademici, a Padre Gemelli. O, tra i “cattolici selvatici”, a Domenico Giuliotti e Giovanni Papini. Oppure, tra i “proto-tradizionalisti”, ad Attilio Mordini.
    In sostanza, sono d’accordo con Miles Christi che qui sopra scrive: “Se il Fascismo italiano non costituì il miglior modello politico e sociale tra quelli ipoteticamente e teoricamente possibili, certamente costituì il migliore tra quelli concretamente all’epoca realizzabili (e fino ad allora realizzati nell’Italia unitaria). “

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  7. #asseromaberlinotelaviv   7 febbraio 2015 at 10:31 pm

    Mordini però non brillava per ortodossia, scriveva tra l’altro su “Il Ghibellino”. Sul “mordinismo” il discorso sarebbe lungo e complesso. Padre Gemelli, sebbene ortodosso, non fu “integrista”, si oppose a San Pio da Pietrelcina, i suoi eccessi di fedeltà al regime, e alle sue idee, gli costarono rettifiche. Quanto all’entusiasmo “generalizzato” della Gerarchia.. troverete informazioni nel libro.

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  8. #Alessio   11 maggio 2016 at 8:34 pm

    All’epoca ancora non commentavo, se no un simile articolo non me lo sarei lasciato scappare.
    Molto velocemente, visto il tempo passato : VIVA CRISTO RE prima e viva il Duce poi!

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