Un imprenditore aquilano in Libia: ‘Fermate l’ISIS, prima che sia troppo tardi’

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di Filippo Tronca

 

L’AQUILA – “Diciamo che sono in esilio in Tunisia, non voglio abbandonare la Libia, ma ora è troppo pericolosa, è in corso una guerra tutti contro tutti, e le forze internazionali dovrebbero decidersi a intervenire prima che sia troppo tardi, prima che l’integralismo islamico prenda il sopravvento”.

A parlare, raggiunto telefonicamente da AbruzzoWeb, è Mauro Zingarelli, ex rugbista e imprenditore aquilano che, da ben 37 anni, vive in Libia, Paese nordafricano che, dalla caduta del dittatore Muammar Gheddafi, ucciso nell’ottobre 2011, invece di veder fiorire la primavera della pace e della democrazia, osserva attonito il mare Mediterraneo tingersi del sangue degli ostaggi egiziani sgozzati dai terroristi islamici dell’Isis, acme del terrore dopo 3 anni di sordida e feroce guerra tra bande che  dilaniano il Paese, e che si contendono il potere e il controllo delle materie prime.

Questa testata aveva già  intervistato Zingarelli nell’ottobre del 2012, all’indomani della fine della dittatura, e le osservazioni dell’imprenditore di allora si sono rivelate profetiche, in particolare quelle relative al pericoloso vuoto di potere che si stava creando.

L’ufficio di Zingarelli è nel centro di Tripoli, la capitale della Libia, e lì dentro c’è tutta la sua vita professionale, che è quella del rappresentante di prodotti italiani, in particolare mezzi di trasporto. Drammatico il suo ultimo viaggio a Tripoli, nel settembre 2014.

“Ho impiegato due giorni a fare 50 chilometri – racconta – gli ultimi che mi separavano dalla Capitale. E dove si ripetevano gli scontri a fuoco tra fazioni rivali, non saprei dire neanche quali, per quante sono quelle in campo. Poi, superato l’ultimo posto di blocco, ho visto lungo la strada, alla periferia di Tripoli, le fabbriche dei miei amici imprenditori libici completamente distrutte. Una da poco, con le macerie ancora fumanti: produceva biscotti e dava lavoro e dignità a tante famiglie. Mi sono chiesto chi può essere stato così folle e stupido da farla saltare in aria”.

L’ufficio dell’imprenditore aquilano è presidiato da un suo dipendente. Gli affari di Zingarelli sono ridotti al lumicino. Lui almeno ha intenzione di resistere, quando intanto tutti gli italiani sono stati rimpatriati, l’ambasciata è stata chiusa e tanti imprenditori stranieri hanno chiuso l’attività per sempre, lasciando senza lavoro tantissime persone, ora disperate e senza reddito.

Tripoli è sotto il controllo di Fajr Libya, principalmente composta dagli ex ribelli di Misurata, che nella capitale ha insediato un governo parallelo, denominato “di salvezza nazionale”, guidato da Omar al Hassi, esponente dei Fratelli musulmani, opposto al governo di Tobruk, eletto il 25 giugno scorso e riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale. Ma in lotta anche contro i ‘Partigiani della Sharia’ che controllano le città di Bengasi e di Sirte, nati sulle ceneri della rivolta del 2011 di ispirazione qaedista, e  contro gli integralisti islamici dell’Isis, che hanno la loro base a Derna, ex provincia dell’Italia coloniale sulla costa orientale del Paese, la prima città libica a giurare fedeltà allo Stato islamico e al ‘califfo’ Abu Bakr al Baghdadi.

La sua Tripoli però, Zingarelli non la riconosce quasi più.

“Le bande di rapinatori – racconta – hanno oramai carta bianca. Bisogna sapere che subito dopo la caduta di Gheddafi hanno riaperto le prigioni e sono tornati in libertà, non solo prigionieri politici, vittime della repressione di Gheddafi, ma anche migliaia e migliaia di delinquenti che si sono subito organizzati in bande, armate fino ai denti, che taglieggiano quei pochi che ancora possono essere derubati. Pochi giorni fa hanno preso d’assalto la casa di un mio collega, gli hanno rubato soldi e automobile, minacciandolo con le armi, nella certezza che, tanto, non sarebbe intervenuto nessuno a fermarli”.

Obbligata una sua opinione sul tema che tiene banco in questi giorni nelle cancellerie dei governi di mezzo mondo, e nei salotti televisivi italiani: intervenire militarmente oppure prendere tempo e provare la via diplomatica?

“Io ritengo ineludibile un intervento militare, anche via terra – taglia corto Zingarelli – ovviamente sotto l’egida dell’Onu, e a sostegno del governo legittimo, quello che ha sede nella città di Tobruk. Quello che in particolare l’Italia deve capire, è che se gli integralisti islamici dell’Isis vengono lasciati fare, se viene garantita loro l’impunità nonostante gli orrendi crimini che stanno commettendo, il rischio è che la situazione possa degenerare”.

“Non bisogna sottovalutare la loro capacità di consolidare la posizione – sottolinea Zingarelli – di crescere in termini militari e logistici. Bisogna stroncarli subito”.

“I libici sono allo stremo, sembra di essere tornati all’età della pietra, senza corrente elettrica, senza possibilità di curarsi, senza lavoro, in balia delle bande armate che scorrazzano indisturbate, spesso senza nulla da mangiare – continua ancora – E La disperazione paradossalmente può alimentare le frange estremiste, anche se va detto che tutti i miei amici musulmani ritengono quelli dell’Isis delle bestie, dei feroci criminali e nulla più”.

Con Zingarelli in Tunisia sono scappati oltre 1 milione di libici. Molti hanno perso tutto. Tra loro anche chi ha combattuto il dittatore Gheddafi sperando di costruire un futuro migliore per il suo Paese, non immaginando il caos che sarebbe seguito alla sua caduta.

“Gheddafi non era certo uno stinco di santo – conferma Zingarelli – ora però ci sono tante battute e barzellette che circolano tra i libici che dicono sostanzialmente che, visto quello che sta accadendo, forse era meglio tenersi il Rais”.

“E c’è un’elemento di verità: con Gheddafi gli estremisti islamici erano stati messi all’angolo, assieme alle tante tribù e minoranze etniche che ora si stanno massacrando. Almeno Gheddafi garantiva la sicurezza nelle città. Ora è una jungla”, ripete.

E le responsabilità, conclude Zingarelli, sono anche degli Stati europei che hanno sostenuto il primo intervento militare in appoggio dei ribelli, decisivo per far cadere Gheddafi.

“La rivoluzione – spiega – è riuscita solo grazie ai bombardamenti francesi, all’intervento straniero, che ha messo in ginocchio l’esercito lealista, e isolato Gheddafi. Però poi non ci si doveva fermare lì, e defilarsi, una volta intervenuti bisognava garantire il consolidamento di un nuovo governo, di uno stato sovrano, capace di garantire la sicurezza e la pacificazione. E invece quello che è rimasto è solo un pericolosissimo vuoto di potere”.

 

 

2 Commenti a "Un imprenditore aquilano in Libia: ‘Fermate l’ISIS, prima che sia troppo tardi’"

  1. #Mardunolbo   26 febbraio 2015 at 10:39 am

    Tutte informazioni logiche ed ovvie ! Provocano solo tristezza, sapendo, già da allora che era stupido ed incosciente far cadere uno dei tanti dittatori che comandano nei paesi africani. E’ così ! E’ il sistema di governo che permette a certi popoli di sopravvivere alla barbarie dietro l’angolo.
    Quando il dittatore viene eliminato torna la barbarie e le fazioni sanguinarie.
    L’ideologia “democratica” è solo una pia illusione generata dalla mentalità giacobina erede della rivoluzione francese. Ovvio che gli Usa siano i paladini di questa ideologia che, del resto , neanche da loro è reale, poichè con una finta democrazia comandano le lobbies di potere economico !

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  2. #bbruno   26 febbraio 2015 at 12:52 pm

    noi non facciamo crociate: che dio ce ne guardi! senza di quelle oggi noi ci scanneremmo almeno nel nome di Mahomet, e scannati ciascuno penserebbe di andare dalle 70 Uri, a godercela per sempre! Ma aspettiamo ancora un po’ , e vedremo come sarà il nostro mondo senza ‘crociate’!

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