I colori musicali nel canto gregoriano

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di Mattia Rossi

Nei giorni scorsi, Radio Spada ha pubblicato un interessante intervento esplicativo dei vari colori liturgici. Leggendolo mi sono detto: è vero, la varietà cromatica dei paramenti liturgici, a ben vedere, è l’elemento che prima di qualunque altro denota e contraddistingue il senso e il sentire della celebrazione. Il colore liturgico, anche agli occhi del fedele digiuno di liturgia, diventa il primo elemento esteriore identificativo dell’ethos di una celebrazione liturgica. E’ indiscutibile che il colore nero o viola, ad esempio, che vediamo indossato dal sacerdote appena uscito di sacrestia, sarà immediatamente percepito come più penitenziale rispetto ad un bianco o a un color oro anche senza sapere quale Messa si stia celebrando.

Ebbene, ma il canto gregoriano, nel suo perfetto incarnare la teologia cattolica, possiede anch’esso qualcosa di simile, qualcosa che sappia “colorare” immediatamente dall’esterno un brano? La risposta – incredibile dictu – è naturalmente: sì. Anche il canto proprio della Chiesa ha un suo bagaglio di “colori” dei quali si serve per denotare e “tinteggiare” ogni singolo brano.

Questo è, infatti, ciò che fa la modalità, ovvero tutto quell’insieme di teorie che stanno alla base della disposizione degli intervalli melodici e indicano gli elementi strutturali di ogni brano. La modalità analizza, infatti, i procedimenti analitici grazie ai quali una melodia si costruisce, i metodi secondo i quali “ordinare” ogni singolo suono; in una parola, se vogliamo, è il modo in cui un testo viene cantato. In parole molto (ma proprio molto) semplici, la modalità è l’analisi dello scheletro compositivo del brano in modo da capire quale sia il tipo di ethos e sentimento che da quella melodia si percepisce.

Facciamo qualche esempio: l’introito natalizio Puer natus sarà immediatamente sentito come più “gioioso” di un offertorio d’Avvento come l’Ad te Domine levavi; o ancora, un Alleluia pasquale sarà molto più “allegro” di un introito quaresimale come il Iudica Domine; o ancora, per rimanere nella stessa celebrazione pasquale, il communio Pascha nostrum sarà avvertito come notevolmente più “sereno” del tenebroso offertorio Terra tremuit.

 

A cosa è dovuta questa percezione di diverse sensibilità? Alla modalità, appunto. A noi moderni – per fortuna o purtroppo – è giunto un repertorio gregoriano già sistematizzato in otto categorie, i modi, denominata octoechos. Semplificando molto (anche qui: ma proprio molto), ogni brano, a seconda della nota finale (Do, Re, Mi, Fa) venne diviso in quattro gruppi: protus, deuterus, tritus e tetrardus. Ad ognuno di questi quattro modi vennero attribuite due possibili “versioni”: una detta autentica, se la melodia si sviluppava verso l’acuto, e una plagale, se la melodia, invece, procedeva al grave per un totale di otto modi.

Ben presto si notò che ciascuno di questi otto “ambienti sonori” veicolava un particolare ethos, un particolare “sentire” in grado di far leva sui sentimenti umani. Presente già nell’Antico Testamento, tale definizione del potere della musica cultuale, codificato ampiamente anche da teorici greci quali Pitagora e Aristosseno di Taranto, confluì massicciamente nel pensiero dei Padri della Chiesa, i quali la applicarono al canto sacro sottolineandone il carattere edificatorio ed educativo: san Basilio (III secolo) afferma che il salmo riesce a dare serenità all’animo umano in quanto «dispensatore di pace»; san Giovanni Crisostomo (IV secolo) parla del potere del canto sacro di addolcire l’animo precisando che esso sopporta le durezze e le difficoltà più facilmente ascoltando una buona melodia. Anche Dante, sulla scorta delle sue profonde conoscenze teologiche e musicali e passando per la tripartizione di Boezio, nel Purgatorio, definisce la soave musica dell’amico Casella come «quel canto che mi solea quetar tutte mie voglie» (Purg. II, 108) sottolineando, così, l’effetto salutare che quella musica gli causava.

Non scevra da quest’ottica è stata, dunque, la composizione dell’octoechos gregoriano in cui ad ogni modo corrispondeva un “sapore” particolare, un “colore”. Anche nell’XI secolo, Guido d’Arezzo notò come la diversità musicale degli otto modi fosse perfettamente adattabile «ai diversi stati d’animo». Questa sensazione fece da sfondo a tutte le riflessioni dei musicologi antichi fino a che, nel Settecento, l’abate Poisson scrisse un trattato di canto gregoriano nel quale condensò il pensiero dei predecessori riguardo agli otto modi. Questa è, sinteticamente, la “legenda” dell’ethos gregoriano:

 

primus: gravis

secundus: tristis

tertius: mysticus

quartus: harmonicus

quintus: laetus

sextus: devotus

septimus: angelicus

octavus: perfectus

 

Concludendo, quando assisteremo alla Messa (Vetus Ordo, questo va da sé), allora, due dei nostri cinque sensi saranno immediatamente in grado di calarsi nel giusto clima della liturgia del giorno: la vista sarà istantaneamente colpita dal colore della pianeta del sacerdote, mentre l’udito sarà condotto dai suoni, attraverso le finissime tecniche compositive gregoriane, nei meandri dell’animo umano dove, mescolato alla santa contrizione di chi sa di stare sul Calvario ai piedi della Croce, potrà spianare in noi la strada della Grazia donataci dal Santo Sacrificio di Cristo.

2 Commenti a "I colori musicali nel canto gregoriano"

  1. #ferdi62   24 marzo 2015 at 1:26 am

    Sì, è vero. Purtroppo il sistema equabile e temperato ha reso molto meno percepibile l’ethos dei modi gregoriani. In verità non sappiamo oggi riprodurre esattamente quei canti che risuonarono nelle chiese e cattedrali per tutto il medio evo e oltre. Ciò non impedisce anche al gregoriano, come oggi viene cantato, di essere comunque in grado di edificare l’anima e rafforzare la preghiera.