La mala pianta e i potatori

potare (1)

 

di Massimo Micaletti

Assistiamo periodicamente – flussi e riflussi – alla tentazione delle “battaglie possibili”, ai richiami alla gravità del momento ed all’esiguità delle forze in campo. Ciò comporterebbe una sorta di sana serena sentita assoluzione per il silenzio sugli aspetti fondanti delle questioni antropologiche e giuridiche che ci portano in campo. Ne è riprova la voga di opporsi all’utero in affitto senza ridiscutere le premesse antropologiche e giuridiche della Legge 40 ed in generale della fecondazione artificiale: o, per fare un altro esempio, il tentativo di difendere la famiglia senza una chiara opposizione (non al divorzio ma) alla legge sul divorzio; o ancora, di parlare di paternità e maternità senza tener conto del dato oggettivo ed empirico che la paternità e la maternità di un genitore divorziato sono cosa affatto differente di quella di due genitori uniti in matrimonio.

Riscontro, nel mio povero e certamente erroneo giudizio, almeno due errori di fondo in questa impostazione:

Il primo errore è l’equivoco sul piano strategico che l’istanza massimalista precluda o quantomeno comprometta quella gradualista: se faccio guerra alla Legge 40 non posso poi contemporaneamente oppormi alla maternità surrogata perché non mi darebbe retta nessuno, sarei troppo radicale. L’errore qui sta nel ritenere che radicalità e gradualità siano contrapposte, quando invece è la prima che giustifica la seconda: la differenza tra gradualità e compromesso sta infatti nella chiarezza degli obiettivi, che devono essere comunque dichiarati, e dichiarati come obiettivi veri e non meri desiderata. Non si può dire “vorrei abolire la 194 ma, siccome non ho la bacchetta magica, lavoro sulla cultura”, perché invero l’una cosa non esclude l’altra: la battaglia culturale, anzi, diviene più viva e vera se vissuta in funzione dell’obiettivo integrale; se all’opposto ci si concentra sul fine parziale e, per strategia, si tace sull’istanza radicale (sempre ammesso che la si voglia perseguire) si fa l’ennesima battaglia di retroguardia. In Bioetica siamo nel capo dei principi non negoziabili, ed i principi valgono nella cultura come in politica ed in diritto, non possono declinarsi in maniera talmente differente in questi tre ambiti da far venire meno la loro natura di non negoziabilità: prova ne sia che, puntualmente, l’ottenimento di vittorie parziali fondate su istanze di compromesso è stato sempre il prodromo per sconfitte integrali e definitive, che hanno avuto buon gioco a gettare la pietra tombale sulle questioni fondanti, lasciate intonse anche da color che avevano combattuto e con le migliori intenzioni. La legge sul divorzio, la legge 194, la legge 40, l’abbaglio – per ora sventato, ma c’è da temere ci si torni presto – per le dichiarazioni anticipate di trattamento (presentate come alternativa eticamente sostenibile al testamento biologico, del quale invece erano e sono un subdolo epigono sotto mentite spoglie) dovrebbero aver insegnato qualcosa: furono salutate all’epoca della loro promulgazione come un salutare compromesso, mentre oggi la loro azione devastante è sotto gli occhi di tutti.

 

Il secondo errore è di approccio, e si fonda sulla convinzione che il piano giuridico-legislativo possa restare intonso ed impregiudicato mentre si conduce la lotta sul piano culturale. Può aiutare in questo senso riflettere sul fatto oggettivo che la 194 o anche la legge 40 non si limitano a legalizzare l’aborto o la fecondazione extracorporea, ma le sovvenzionano e le erogano in strutture pubbliche, così come un domani l’eutanasia sarà garantita coi soldi di tutti noi: ciò significa che in questi processi di soppressione di vite umane o Stato non è un semplice spettatore, ma un attore necessario. Finché le norme che dispongono tali processi restano intonse, la battaglia culturale sarà sempre monca perché contraddittoria in nuce e fondata su una inesistente dicotomia tra scelta del singolo e liceità normativa. Questa dicotomia non esiste: non è pensabile eliminare il fenomeno dell’aborto legale se ci si limita a lavorare sui singoli lasciando la legge dov’è e com’è. E così come l’istanza massimalista non preclude quella gradualista, la battaglia culturale non preclude quella sul piano legislativo e giuridico.

 

Abbiamo visto, in questi anni, dove portano i tentativi di potare la mala pianta dei suoi rami più sporgenti anziché attaccarne direttamente il tronco: una pianta potata si rafforza, giammai perisce. E questo è l’effetto che abbiamo constatato: solo per fare un esempio, certi Giudici non avrebbero mai potuto creare dal nulla la Legge 40, gli è stata servita su un piatto d’argento e ci hanno pensato loro, assieme a certi politici, a farne quel che oggi è.

L’alternativa? L’alternativa è forse (ripeto, forse) la sconfitta nel breve periodo, ma nel lungo termine le istanze integrali pagano, ne è un esempio quel che sta accadendo negli Stati uniti o che è accaduto in Polonia in tema di legislazioni abortive. Perché, in effetti, parliamoci chiaro, vogliamo sperare di vincere qui ora tutte e subito queste battaglie, che i nemici della vita e della famiglia preparano da decenni? No, non ci riusciremo, non ci sono le premesse: nelle università, nell’informazione, in politica, in Parlamento, nei Tribunali ci sono persone che in gran parte non hanno certo a cuore il valore della Vita. Ma questa è una guerra, non una battaglia: perdere adesso restando nella verità significa creare le condizioni per la vittoria di domani. Restare nella verità comporta un lavoro di lungo periodo, che non si fonda su aggregazioni spontanee di persone di buona volontà che dopo un anno non esistono più o si perdono nei rivoli della politica o dell’associazionismo; comporta perseveranza più ancora che determinazione, dedizione più ancora che sacrificio, fiducia più ancora che entusiasmo, serenità più ancora che coraggio, amore profondo per la vita di ogni essere umano ed odio profondo per ogni attentato che le viene arrecato.

Reggendoci su quest’odio e su quest’amore, potremo portare lotta senza quartiere non solo al divorzio, all’aborto, alla fecondazione extracorporea, all’eutanasia, ma anche, e senza timore, alle leggi che li permettono e sovvenzionano. Solo così cadrà la mala pianta.

3 Commenti a "La mala pianta e i potatori"

  1. #patrizia fermani   9 marzo 2015 at 6:06 am

    Perfetto. Solo questa prospettiva è credibile e feconda.

  2. #avv. Luca Campanotto   11 marzo 2015 at 12:33 pm

    il mio contributo contro l’aborto procurato è a disposizione gratuita e immediata di tutte le persone di buona volontà … mi permetterei tuttavia di evidenziare che esiste un terzo grosso problema … ovverosia l’incapacità di aderire con umiltà alle meritorie iniziative altrui fornendo effettivo sostegno anzitutto in prima linea (e sto facendo riferimento al comitato referendario NO194, unica organizzazione antiabortista, nel coerente senso di abolizionista, che ha qualche chance di incidere prima o poi anche anche sulla vigente normativa … la via referendaria è l’inica costituzionalmente e concretamente praticabile in senso abrogazionista, fuori dal Parlamento o dalle altre Istituzioni statali, tutte apertamente ostili alla Vita, e io ho già aderito a http://www.no194.org … a molti altri manca tuttavia la necessaria disciplina per arruolarsi) … aborto procurato, PDF stampabile, prego far girare (i bambini e le bambine ringraziano): http://www.notizieprovita.it/autore/luca-campanotto/