La storia inglese raccontata da G. K. Chesterton

inghilterra

di Luca Fumagalli

Una breve storia d’Inghilterra è un vento leggero che, come una pacata brezza autunnale, spazza le foglie di un giardino troppo a lungo trascurato. La penna di G. K. Chesterton, agile nella narrativa quanto arguta e delicata nella saggistica, dipinge una trama storica ricca e coinvolgente che, lontana dall’affettata erudizione per il particolare, tende ad abbracciare soprattutto il respiro di un epoca, l’umore che ne ha caratterizzato gli avvenimenti più significativi e che ha dato i natali a uomini valorosi. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1917, in piena guerra mondiale, può essere considerato, a buona ragione, una sorta di testamento spirituale che Chesterton consegna alle generazioni future. Il passato per lui è una chiave per rileggere il presente e scovare al suo interno tracce di un futuro che, all’epoca, sembrava nero come non mai. Solo per fare un esempio, l’oscuro orizzonte della barbarie germanica – tema ricorrente nelle pagine del volume – è un’immagine singolarmente profetica che anticipa con acutezza le successive sciagure dell’hitlerismo.

Ma il saggio non si limita a questo. Spazientito da una storiografia troppo coinvolta con il potere e, più in generale, poco interessata alle vicende del popolo, l’autore confeziona un prodotto che, al contrario, con tipico piglio parossistico, rovescia ogni schematismo e preconcetto: la vera storia è, per definizione, storia popolare e, di conseguenza, sarebbe ridicolo affidare la narrazione delle tappe più importanti delle vicende inglesi alla voce di singole personalità, per quanto celebri o determinanti. La storia è infatti il prodotto di un popolo che, più o meno consapevolmente, si agita all’interno del recinto di una nazione e trova in essa il pascolo adatto per crescere  e germogliare.

Ai pochi nomi citati – più che altro utili per garantire riferimenti cronologici stabili e chiaramente identificabili – segue un sovvertimento che, rispetto alla classica impostazione storiografica, valorizza soprattutto la quotidianità del vecchio spirito inglese, un approccio che emerge già dalle prime pagine. Il saggio si apre infatti con la conquista romana della Britannia, il primo approdo della civiltà sulla fredda e cupa isola. Al crollo del mondo pagano fa eco il trionfo del cristianesimo che, con il suo spirito indomito di carità e impegno, ha forgiato l’architettura dell’amata merry England, l’Inghilterra felice del Medioevo.

In quel periodo che, approssimativamente, può essere compreso tra la conquista normanna e la Guerra delle due rose, Chesterton individua il germe dell’unità nazionale e di un paese governato rettamente, non tanto dalla persona del sovrano, quanto dall’ordine e dall’armonia generata dalla religione. Non mancano conflitti o parentesi oscure, ma è indubitabile, secondo lo scrittore, che sistemi come le confraternite, le corporazioni e le gilde garantissero una più equa ridistribuzione delle ricchezze – da far invidia al socialismo contemporaneo – e come i più deboli fossero tutelati, rispettati e inseriti appieno nel tessuto sociale.

La merry England è anche l’isola della nobiltà di spada, quei cavalieri patrizi nel sangue e nell’anima che, nei tornei cavallereschi, dimostravano come ai principi – e non, come nell’antica Roma, agli schiavi gladiatori – spettasse il compito di intrattenere il popolo. Nella tipica ironia britannica, ieri come oggi, vi è traccia di una serenità che scaturisce dall’innocente ed estemporanea beffa nei confronti di un ordine che crea certezza e sicurezza.

Per Chesterton i guai iniziano quando, ai tempi di Riccardo II, la nobiltà comincia a erodere fette di potere al sovrano, costituendo un’oligarchia che, ancora a inizio ‘900, perdurava nel tanto vituperato sistema dei partiti e nello “Stato servile” già denunciato da Belloc. A una gerarchia paradossale per cui il re costituisce per l’inglese l’unica speranza di vera democrazia, nel corso dei secoli si è andato a sostituire un corpo estraneo che ha permesso quelle sciagure come l’anglicanesimo, la dittatura puritana e la violenta colonizzazione irlandese che hanno, per così dire, compromesso il sogno del Medioevo.

Rimediare al torto è possibile, ma prima di rimboccarsi le maniche e passare all’azione è doveroso fare i conti con i fondamenti della storia, «con il suo senso dell’onore familiare, della libertà, della cavalleria che è il fiore della civiltà cristiana». Solo allora, forse, come già una volta fece il grande Re Alfredo, sarà possibile liberare il corpo inglese dallo sgradito ospite.

 

 

K CHESTERTON, Una storia d’Inghilterra, Milano, Rubbettino, 2012.

Un commento a "La storia inglese raccontata da G. K. Chesterton"

  1. #massimo trevia   25 marzo 2015 at 2:53 pm

    secondo una profezia un popolo del nord europa si riconvertirà e ci sveglierà:scommetto su quelle grandi ed impagabili teste di cavolo degli inglesi!!!!!!!!w l’Inghilterra!!!!