‘Vita e diritto’ – relazione di Ilaria Pisa al primo incontro ‘Temi di Vita’ (Teramo, sabato 21 febbraio 2015)

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di Ilaria Pisa

 

Mi accingo a compiere qualche riflessione di stampo giusfilosofico sui due termini della diade proposta, vita e diritto, senza pretesa di esaustività.

E’ opportuno chiarire fin da subito ciò che si tende troppo spesso a dimenticare: il diritto non è semplice procedura, ma ha – o meglio, dovrebbe avere – la giustizia come contenuto. Chi lo dice? La struttura stessa del diritto, fondato – si perdoni il bisticcio – su doveri prima che su diritti, cioè su una dimensione data (potremmo dire “rivelata”) dell’uomo, data e non posta in autonomia. Se il diritto è costituito in larga parte da qualcosa che non proviene da noi, e di cui noi avvertiamo la cogenza prima ancora che un codice venga posto, significa che il contenuto e il fine del diritto lo trascendono in larga parte.

La giustizia, anche intuitivamente, è qualcosa che ha più a che fare con Dio che con l’uomo e, in quanto nella sua somma espressione attributo divino, agli innocenti dà la vita piuttosto che toglierla. Vita e diritto, o meglio vita e giustizia. Già questo elemento può fare utilmente riflettere sulla incongruenza doppia di chi ammette l’omicidio legalizzato di un bambino tramite aborto, ma poi si scandalizza – con il coro di ONG benpensanti – per la pena di morte, là dove è in vigore. La giustizia è nemica di strabismi e ipocrisie, di cui il mondo del diritto moderno e postmoderno invece abbonda (come vedremo).

Ma è proprio necessario che il diritto si relazioni con qualcosa di così astratto e apparentemente irraggiungibile, come la giustizia? Il giusnaturalismo laico non ci aveva liberato da questo oneroso legame con le leggi divine, “immanentizzando” il diritto, fornendoci finalmente un parametro condivisibile da tutti, credenti e non, per stabilire le leggi migliori per la collettività? La risposta, negativa, ci è data da una fonte “al di sopra di ogni sospetto” (di cattolicesimo), Norberto Bobbio, che asserì esplicitamente l’impossibilità di fondare razionalmente quella che oggi è una porzione più che significativa del diritto contemporaneo, ossia la materia dei diritti umani. Se su base esclusivamente umano-razionale, o antropologica, è impossibile fondare i più importanti principi dell’edificio giuridico, allora il giusnaturalismo laico ha fallito il suo scopo, che in ultimo esame era liberare la riflessione giusfilosofica dall’influsso cattolico e scolastico.

Così facendo, siamo ritornati alla limpidezza di Hobbes – che non diceva cose cattoliche, ma perlomeno non era ipocrita –: auctoritas, non veritas, facit legem, o altrimenti detto, iustum quia iussum. Pensiamo a chi, pur di fronte a leggi ingiuste come la legge 194, sa solo obiettare: “ma lo prevede la legge!”

Il prodotto più evidente di una scienza giuridica ontologicamente incapace di provare i propri assunti è fare come la volpe con l’uva, nella celebre favola: si rinuncia ad indagare la dignità etica del diritto con la scusa della sua superfluità, e il diritto si trova a mutuare senso e scopo dal mero fatto di esser stato “posto”. Ecco quello che amo chiamare “abbaglio giuspositivista”: il diritto diviene arbitrio perché la legalità formale prevale sulla legittimità sostanziale, di fatto delegittimando quelle stesse autorità e istituzioni che la dovrebbero garantire.

Il diritto che conosciamo oggi è dunque il prodotto di un capriccioso Leviatano? Sì e no, nel senso che sotto certi aspetti ci troviamo in una situazione peggiore. Sono infatti gruppi elitari, un’élite che potremmo definire massmediatica – poiché possiede o sa efficacemente utilizzare i mezzi di comunicazione – a decidere i contenuti della c.d. opinione pubblica. Come tramite un ago ipodermico, i mass media li veicolano nella testa e nel cuore delle persone, senza che esse possano neppure accorgersene. E la fede nell’opinione pubblica, come scriveva Tocqueville, diviene una religione di cui la maggioranza è il profeta. E’ così che hanno agito ed agiscono, ad esempio, i Radicali in Italia. E poiché nel sistema democratico è lato sensu la maggioranza a porre le norme del vivere associato, è la maggioranza a stabilire convenzionalmente – pensiamo a Rousseau e alla sua “volontà generale” – diritti e doveri. A chi ancora sia convinto della bontà o del minor lesività di un sistema democratico di tal fatta, è bene ricordare che la “folla”, mediamente, sceglie Barabba.

In un simile sistema, chi costituisce la minoranza è verosimilmente ossessionato dalla volontà di togliersi da tale condizione quanto prima – pensiamo a certe forze politiche sedicenti cattoliche – e predilige quindi soluzioni di compromesso e di basso profilo, per esorcizzare la stigmatizzazione di quella maggioranza che si presume “illuminata” per definizione (e infatti la vox populi sceglie la fecondazione assistita, sceglie il divorzio, subisce la fascinazione dei peggiori regimi, etc.). Dimenticando che essere moderati su valori e principi, lungi da essere un merito, è un tradimento.

Il diritto che pretende di autofondarsi, lo abbiamo visto, si avviluppa in una tautologia che lo distacca dalla giustizia e accetta di essere posto dall’arbitrio di una maggioranza pilotata; rinunciando a Dio, cade inevitabilmente nell’idolatria (scegliete voi l’idolo: lo stato, l’uomo, la libertà, la laicità…). Il diritto moderno ha preteso di rendersi adulto tagliando il ramo su cui sedeva, affrancandosi dalla legge naturale e dal realismo epistemico di stampo tomistico, con il brillante risultato di rendersi strumento inanime in mano ad ideologie ora totalitarie, ora relativiste o nichiliste. Ma il nichilismo, che blocca la libertà umana nel limbo di un’eterna indecidibilità (perché, rinunciando ad un’assiologia, tutte le alternative si equivalgono), può solo portare alla disperazione e, coerentemente, all’empietà di massa e al libertinismo istituzionalizzato (c’è chi ha parlato di “diritto al disonore”).

Come si vede, e per riecheggiare un’espressione di Vico, dietro ogni questione e ogni problema politico sta una grande questione e un grande problema teologico, il che è particolarmente vero in ambito bioetico (ma non solo).

Con Augusto del Noce, possiamo completare le riflessioni appena svolte: poiché la dignità umana è giustificata e significata dall’essere l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, rimosso ogni riferimento al Creatore e alla Sua signoria sulla società e sulla storia tramite l’ateismo di Stato (mascherato da laicità), si aprono tutte le strade al totalitarismo, sia esso politico o culturale e morale. Ribaltando la nota espressione di matrice marxista, possiamo convenire che sia l’ateismo, e non la religione, “l’oppio dei popoli”. E non è necessario andare lontano: il celebrato liberalismo contemporaneo, che prevede uno Stato completamente secolarizzato (immanentismo politico), è intrinsecamente anticristiano e praticamente ateo.

Qualche osservazione può ancora essere fatta a proposito del contenuto e del fine del diritto contemporaneo, soprattutto laddove esso si interseca con le tematiche della vita. E’ un fatto che – forse per l’inimicizia sessantottina posta tra l’uomo e la norma in quanto tale – il pensiero relativista “debole” renda difficile, oltre alla legittimazione del diritto posto, anche la decisione di che cosa in concreto vada punito e perché. Il colpo di grazia filosofico, come si è accennato prima, è stato l’abbandono del tomismo, che invitava l’intelletto ad aderire in modo sano alla cosa studiata, “adeguandovisi”, non certo per passiva approvazione (il reale non è per ciò stesso “buono”), ma per ancorare ogni discorso, incluso quello giuridico, a dati di fatto incontestabili e a premesse non soggettivistiche, ad una natura dell’uomo e delle cose “data” e non creata dall’uomo, come vorrebbero gli idealisti a noi vicini e lontani (la teoria del gender, la stepchild adoption e le c.d. famiglie arcobaleno, si parva licet…, sono un esempio).

A cascata, il distacco dal tomismo ha significato che la norma accantonasse l’ingrato compito di regolare la condotta, guardando piuttosto a desideri e a capricci umani come a legittime richieste da trasformare in diritti. E’ stata così inaugurata una insaziabile, “bulimica” stagione dei diritti, i cui araldi – duole dirlo – sono spesso stati i tribunali, l’avamposto dove si pretende ciò che il legislatore esita a concedere. Da regola della condotta, la norma è divenuta passiva registrazione di un vero o presunto “così fan tutti”. Si tratta di un processo iniziato molti decenni or sono, ma l’accelerazione subita in questi ultimi tempi è tale da far apparire figlie di un’altra epoca le considerazioni di Federico Stella e Mario Romano, formulate sull’aborto nel 1975. In quelle righe, il “diritto” della madre – lungi da essere quello di sopprimere il frutto del proprio grembo – consisteva nel poter scegliere il sacrificio di sé per far nascere il figlio. La libertà non era quella di eliminare l’innocente, ma di immolarsi per farlo nascere.

Nella stagione dei diritti, si afferma una assoluta quanto illusoria libertà del singolo, vana banderuola al seguito delle mode, delle contingenze o degli istinti; la libertà ha prevalso sulla verità che ne doveva fornire il contenuto, sul bene che ne doveva costituire la misura, ed è passata a costituire essa stessa la misura del bene. La libertà si è svuotata di senso e di scopo, al punto che oggi – basta sentire un discorso al bar per rendersene conto – già ”scegliere” è visto come intrinsecamente etico e, pertanto, insindacabile. La libertà che diventa misura a se stessa percepisce come estraneo e ostile l’ordine etico, poiché pone dei limiti, e pretende d’essere superiore persino alla libertà di Dio, che non è “assoluta” in quanto può essere solo conforme alla Sua sapienza.

Concludo con il paradosso che a mio avviso meglio esprime questo delirio autorappresentativo e autocelebrativo dell’uomo, cui purtroppo il diritto si è piegato: si chiede alle norme di tutelare ogni prerogativa della persona, arrogandosi al contempo l’arbitrio di stabilire con graziosa concessione chi è persona e chi no. Dalla forza del diritto, al diritto della forza.

 

 

Un commento a "‘Vita e diritto’ – relazione di Ilaria Pisa al primo incontro ‘Temi di Vita’ (Teramo, sabato 21 febbraio 2015)"

  1. #Luca Campanotto   11 marzo 2015 at 11:07 pm

    il diritto del più forte non è diritto; la radice della giustizia è l’equità; il diritto dovrebbe difendere deboli e innocenti … grazie per queste interessantissime riflessioni: finalmente un po’ di sano giusnaturalismo in senso classico e tomista … la verità è una e una sola, naturale e immutabile, assoluta ed eterna, obiettiva e universale: aborto procurato, PDF stampabile, prego far girare: http://www.notizieprovita.it/voce-della-scienza/vadevecum-sullaborto-procurato/

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