Il mio nome è Simone

simone

Nota di Radio Spada: pubblichiamo volentieri il monologo teatrale, dedicato a Simone di Cirene, che Luca Fumagalli, membro della redazione di Radio Spada, ha recitato alla prima giornata di cultura radiospadista a Reggio Emilia il 25 aprile 2015. Buona lettura! 

Simone aveva già capito da un pezzo che quella sarebbe stata una giornata diversa. Le urla, il vociare veemente della folla e il numero straordinario di soldati romani non lasciavano presagire nulla di buono.

I suoi passi, resi faticosi dalla logora suola dei sandali che non risparmiava ai piedi le asperità del terreno, dovettero interrompersi per qualche istante.

Alzò il volto al cielo. La giornata era serena, uno di quei caldi pomeriggi che caratterizzava la primavera palestinese. La lieve brezza era di qualche conforto e rendeva un po’ più sopportabile il frettoloso incedere dell’uomo.

Ma Simone si era già pentito per la sosta; il sole, alto tra le poche nuvole, gli procurava un terribile fastidio, ma, se non altro, lo confermò nei suoi intendimenti: doveva tornare il più rapidamente possibile dai figli, nel placido ristoro dell’ombra domestica.

Dunque si avviò, risoluto a non voler avere niente a che fare con quella gente in subbuglio.

Da quando Israele, la terra che Dio aveva promesso a Mosè, era diventata una piccola e sparuta provincia dell’impero, tali macabri spettacoli erano all’ordine del giorno. Si trattava, con tutta probabilità, di qualche sedizioso, volgare brigante o squilibrato profeta con cui il governo aveva deciso di saldare il conto.

Le labbra formarono un sorriso di compiacimento sotto la folta barba al pensiero che anche i romani, tutto sommato, avevano una loro utilità. Se non altro svolgevano il lavoro sporco per conto degli ebrei, un aspetto non irrilevante, soprattutto nel periodo pasquale, quando avere a che fare con i prigionieri e con i loro strumenti di condanna era odiosa fonte d’impurità.

Si consolò al pensiero che Alessandro e Rufo, due ragazzi in gamba e timorati di Dio, non avrebbero mai fatto quella fine. A quest’ora, molto probabilmente, erano con la madre, intenti a svolgere gli ultimi preparativi necessari per le festività. Era compiaciuto e fiero, di quella fierezza che un padre cova intimamente davanti alla propria prole che osserva crescere in forza e virtù; vedeva nella sua mente i due impiegati a rassettare la casa e a preparare la tavola, pronti a eseguire con grande disponibilità qualsiasi incarico. Davvero dei bravi ragazzi, nulla a che vedere con quella sozzura delinquenziale che infestava il mondo e che rendeva anche Gerusalemme una città meno desiderabile.

Il pensiero tornò ai romani, e Simone sperimentò nuovamente un vago senso di ridicolo per provare gratitudine nei loro confronti.

Dopo pochi metri fu costretto a inerpicarsi con fatica lungo uno stretto sentiero, reso ancora più angusto dalla calca delle persone. Per qualche passo si accontentò di guardare il suolo – un espediente per allontanare da sé il sole, la fatica e il molesto vociare – e, solo quando il collo cominciò a procurargli un piccolo fastidio, avvertì una strana forza, un misto di curiosità e disprezzo, che lo portò infine a rivolgere la sua attenzione agli uomini presso di lui.

Prima fu un’immagine sfuocata, poi sempre più nitida: i suoi occhi si posarono sbigottiti sul volto di un uomo, un volto deturpato da una smorfia d’odio così terribile che causò a Simone un profondo disgusto.

Sperò di ritrovare la perduta serenità in una donna, ma con sgomento notò anche in lei – così come nei due uomini accanto – quei turpi segni che facevano somigliare il loro viso a una maschera demoniaca.

Simone maledì tra sé quella gente e rivolse la sua attenzione nuovamente alla terra col desiderio di dimenticare tutto al più presto.

Con rinnovata volontà riprese il cammino: ora era questione di mettere più distanza possibile tra sé e quella folla. Di slancio pose avanti il piede destro, calcando il suolo con energia, e stava per fare altrettanto con il sinistro quando una mano lo afferrò d’improvviso per il braccio.

La forte stretta lo scaraventò in un turbinio confuso di sagome e colori, ombre indistinguibili per via della luce accecante. Fu spinto in avanti, disorientato e incapace di opporre resistenza, tra due ali di folla che si erano aperte per creare un varco. Finì direttamente tra le braccia di un soldato che, tirandogli senza alcun riguardo i capelli, lo costrinse a fissarlo.

Simone non capiva cosa stesse accadendo.  Nel suo cuore il fastidio e l’irritazione avevano lasciato spazio allo sconforto e al timore; si ridestò solamente nel momento in cui avvertì una sensazione umida sulle labbra. Il centurione aveva infatti iniziato a parlare, e la sua foga produceva un latino misto a saliva. Simone non comprese nulla di quanto gli veniva intimato: era così distratto dal dolore alla nuca – i capelli bruciavano insopportabilmente, fuoco vivo sul capo – che si limitò a fissare inebetito la fetida dentatura del soldato muoversi a ritmo d’ingiurie.

Con la coda dell’occhio notò, circondato dalle guardie, il delinquente che procedeva a fatica, curvo sotto il peso di quella che pareva una robusta croce di legno. Capì che a niente sarebbero valse le proteste: prima di essere nuovamente spintonato, si accorse che i romani avevano in serbo per lui altri progetti.

Senza sapere come si ritrovò accanto al condannato, caricato del peso della croce.

Una rabbia incontrollabile sconvolse il corpo di Simone e di certo sarebbe sfociata in aperta rappresaglia se la sua mente, in un barlume di lucidità, non gli avesse consigliato di desistere.

Sapeva bene che i romani erano soliti schernire qualche notabile del luogo costringendolo all’umile e ingrato compito di condividere le fatiche di un condannato, ma mai si sarebbe aspettato, un giorno, di trovarsi in quella situazione. Cosa aveva a che fare lui con tutto questo? Lui che neanche era interessato a quei rozzi divertimenti da filisteo?

Un colpo alla spalla infertogli da uno dei militi lo riportò improvvisamente alla realtà. Rassegnato, valutò la situazione e concluse, abbastanza ovviamente, che la priorità era quella di cavarsela con il minimo danno possibile, assecondando gli ordini e confidando nella breve durata della pena. Doveva comportarsi come sempre, un atteggiamento che l’aveva tirato fuori dai guai in più di un’occasione: dimesso, ubbidiente, servizievole.

Come a significare la nuova intenzione e il disprezzo che provava per il malcapitato al suo fianco – accresciuto dall’essere lui, seppur indirettamente, la causa di tanto disagio – decise che non gli avrebbe rivolto neanche uno sguardo. D’altronde il robusto legno pesava già a sufficienza sulle affaticate spalle di Simone, e il sangue del malfattore, quasi sfigurato dalle vergate, aveva ormai imbrattato buona parte delle sue vesti. Gocce di sudore, sporadiche solo un attimo prima, scendevano ora copiosamente.

Dalla nuova prospettiva a cui lo costringeva l’immane fatica notò intorno a lui due schiere di soldati che tenevano a bada una marea umana eccitatissima. Tutto era indecifrabile, annebbiato dallo sguardo sfuocato per la fatica. Tentò di sfregare gli occhi con la manica della tunica, ma qualsiasi gesto, anche il più piccolo, rischiava di mettere in pericolo la stabilità della croce.

Stremato si rassegnò ad avanzare in silenzio, qualunque cosa avrebbe reso lo sforzo ancora più inutilmente penoso.

Dopo pochi minuti – anche se a lui sembrava fosse passata un’eternità – avvertì al suo fianco l’incedere sempre più faticoso del compagno di sventura. La croce era instabile e ogni nuovo passo era un’agonia che si rinnovava.

Già in un’occasione Simone aveva rischiato la propria spalla e aveva attinto a tutte le energie residue per evitare che il legno rovinasse pericolosamente a terra.

Alla fine, quando dalla distorta voce di un romano capì che la tortura – almeno per lui – stava per terminare, ebbe il coraggio di rivolgere un ultimo sguardo all’uomo al suo fianco o, almeno, a quello che ne restava. Seminudo, con solo un panno a coprirgli la vita, si muoveva lentamente, fisicamente devastato dalle percosse che avevano ridotto la carne a una rossa massa indistinta. Il petto era letteralmente sfigurato dalle vergate, righe d’odio che segnavano anche le spalle e la schiena come i solchi di un aratro. Era evidente che l’esile corporatura non gli avrebbe permesso di sopportare a lungo l’agonia. “Almeno sarebbe morto presto”, pensò Simone.

Non lo odiava più. Nel suo cuore, lentamente, quasi senza rendersene conto, si era fatto largo un senso di pietà e commozione per il destino di quella povera creatura, un sentimento che lo portò a cercare deliberatamente gli occhi dello sconosciuto, seminascosti dai neri capelli.

Come per miracolo Simone dimenticò tutto: le sofferenze, i romani, la famiglia. Dalla scura iride era come se spirasse un alito di conforto, una sensazione di soddisfacimento e di intima sicurezza. Non si preoccupò neanche di notare come tutto ciò fosse molto insolito; non solo lo sguardo di chi è consapevole di dover morire a breve è piuttosto diverso, gonfio di pianto o di rancore, ma la sua anima sperimentava per la prima volta una felicità che non gli sembrava bestemmia definire semplicemente perfetta.

Inebriato, sconvolto da quell’incontro inaspettato, iniziò a piangere. Fuori da ogni logica, un paradosso che si avverava: sì, in quel momento cominciò a piangere.

Del volgare sedizioso odiato fino a poco prima non era rimasta alcuna traccia. Ora soffriva per quel pover uomo che, ne era certo, non aveva fatto nulla di male. Anzi, due occhi come quelli non potevano che essere quelli di un innocente.

Si avvicinò a lui, provò istintivamente il desiderio di baciare lo sventurato, di lasciare sulla sua guancia un segno visibile di tenerezza. Fece per accostarsi, ma il centurione lo prese e, come in precedenza lo aveva gettato sotto il peso della croce, ora lo scagliò incurante tra la folla.

Fu trattenuto da due donne che gli evitarono una rocambolesca caduta. In ginocchio, coperto di sangue, sudore e polvere osservò per un’ultima volta l’uomo della croce prima che sparisse dietro le scintillanti armature delle guardie.

No, pensò, quello non era un giorno come gli altri, quello non era un uomo come gli altri.

Prima di voltare le spalle e di tornare a casa, Simone fu certo che da quel momento la sua vita non sarebbe stata mai più la stessa.

 

Luca Fumagalli

7 Commenti a "Il mio nome è Simone"

  1. #Simone Petrus Basileus   30 aprile 2015 at 6:07 pm

    Straordinario come ogni suo Racconto. Avanti così Professore!

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  2. #Luciano tartamella   1 maggio 2015 at 2:50 pm

    E’semplicemente stupendo il racconto uscito da un cuore pieno di fede nel Re dei re.

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  3. #Mardunolbo   1 maggio 2015 at 10:39 pm

    Bellissimo !
    Se mi è permesso, un solo appunto: cambiare i nomi dei figli, mettendo nomi ebraici….Nomi come Alessandro e Rufo sono nomi smaccatamente latini ! Incongruente…

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    • #jeannedarc   3 maggio 2015 at 10:57 am

      non sono esperta ma credo sia storicamente attestato che il Cireneo aveva figli con quei nomi, peraltro più ellenizzanti che “latini”. l’ellenizzazione del mondo ebraico del resto non era una novità

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  4. #Mardunolbo   3 maggio 2015 at 10:33 pm

    Vabbè ! Allora taccio sul punto !

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    • #Luca   6 maggio 2015 at 6:21 pm

      “Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce” (Marco 15,21)

      🙂

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