La storia simbolica del ‘Fratello’ Giancarlo Elia Valori: la ‘vera’ ragione della celebrazione dell’unità d’Italia (seconda parte)

Giancarlo Elia Valori

Pubblichiamo, a cura di Marco Massignan, la seconda parte dell’articolo La storia simbolica del “Fratello” Giancarlo Elia Valori: la “vera” ragione della celebrazione dell’unità d’Italia di Giordano Brunettin. Qui la prima parte: http://radiospada.org/2015/03/la-storia-simbolica-del-fratello-giancarlo-elia-valori-la-vera-ragione-della-celebrazione-dellunita-ditalia/

La forza di attrazione sul mondo cattolico inficiato di liberalismo che svolge la Massoneria sincretistica è bene testimoniata da alcuni fatti. È estremamente significativo, ad esempio, che l’interpretazione del Risorgimento come movimento “popolare” (cioè
borghese), quindi in linea con quanto afferma Valori, sia stata fatta propria da quell’ambiente cattolico dal quale uscirà Giovanni Battista Montini. Il nonno, Ludovico Montini, si era arruolato volontario durante i moti del ’48 contro gli Imperiali e tutta la famiglia finì per aderire al movimento risorgimentista.
C’è di più: tra il 1921 e il 1923, il giovane don Battista si dedicò con una passione – tanto profonda quanto ancora oggi sconosciuta – agli studi sul Risorgimento italiano. Inviato, giovane sacerdote a perfezionare la sua preparazione a Roma, dove risiedeva al Seminario lombardo, gli venne consentito (tramite una particolare dispensa), oltre ai corsi filosofici seguiti presso la Pontificia Università Gregoriana, di iscriversi, nell’anno accademico
1920-1921, al primo anno della facoltà di Lettere dell’Università statale di Roma, “La Sapienza”.
Lì Montini, accanto alle obbligatorie lezioni di letteratura italiana, latina e greca, frequentò soprattutto i corsi delle discipline storiche, le uniche di cui avrebbe conservato, per tutta la vita, appunti e annotazioni. Ma ancor più che dalla storia antica e moderna, il
sacerdote bresciano è conquistato dal corso di Storia del Risorgimento, partecipando assiduamente alle lezioni ed esercitazioni della disciplina, che intendeva seguire per un biennio, e maturando il pensiero di svolgere la tesi di laurea proprio in questa materia.
Titolare del corso era Michele Rosi- per il quale Montini nutrì sempre una profonda stima, tanto da fargli riservare, alcuni anni dopo, sulle pagine della rivista della Fuci Studium, un “tributo d’ammirazione” – il quale interpretava il Risorgimento non come
un movimento guidato dalle élites, ma come un grande avvenimento di popolo, che aveva dato un contributo decisivo alla formazione dell’Italia contemporanea. Il giovane sacerdote desiderava comunque soffermare la sua attenzione sul tema dell’influenza
religiosa nelle vicende risorgimentali. Nei suoi appunti manoscritti infatti Montini esprimeva alcune chiare esigenze: innanzitutto, con genuina sensibilità storica, manifestava “il desiderio di uscire dalla polemica e studiare i fatti”; poi, di seguito, “il desiderio di conoscere come fu possibile l’origine di forti correnti antireligiose
(anticlericali)”, e ancora “come si comportò il pensiero religioso – se contribuì in qualche misura ai fatti del Risorgimento”.
Montini rivelava inoltre il suo maturo interesse e la sua volontà di “studiare la relazione tra la politica italiana (dello Stato e della Chiesa) colla Religione”, ma precisava anche che
questo studio non avrebbe dovuto essere limitato alla politica ecclesiastica o all’influenza della religione nella sfera pubblica. Più importante per lui era invece comprendere “la religione come fattore psicologico, morale, sociale della vita italiana nel secolo
XIX”. È dunque possibile riconoscere, o almeno intuire, nelle vicende risorgimentali “una trama, una storia religiosa”? Montini cercò di rispondere a questo suo incalzante interrogativo con le riflessioni espresse a margine degli appunti sul corso. Ma, se col termine Risorgimento si è soliti definire “la formazione storica dell’unità politica (Stato) del popolo italiano (nazione-territorio)”, tali avvenimenti non potevano evidentemente essere letti come una storia religiosa. Tuttavia, insisteva Montini, se per altri eventi come la storia delle crociate o la guerra dei Trent’anni, era di fondamentale e imprescindibile importanza considerare il fattore religioso, anche nell’analisi del processo risorgimentale italiano diventava lecito avvistare perduranti “influenze, dirette o indirette” di carattere religioso e questo poteva avvenire, a suo parere, essenzialmente per due motivi: perché molti tra i protagonisti di quelle vicende “professavano sentimenti religiosi” (e, in questo senso, egli avrebbe tentato di approfondire “l’idea di Dio” anche in Mazzini); ma ancora di più perché – continuava il giovane sacerdote bresciano – “la popolazione italiana è cristiana”.
Anche il temuto anticlericalismo, “posizione di contrasto”, cui pure fu soggetta la campagna risorgimentale, per Montini – che nell’esprimere questo giudizio si richiamava ad alcuni studi recenti di Arturo Carlo Jemolo, dimostrando così un’approfondita e
ammirevole conoscenza del già poderoso dibattito storiografico sull’argomento -palesava in fondo, “per correlazione”, la tendenza opposta. Ma v’è ancora un altro punto nelle osservazioni sul Risorgimento del giovane Montini che merita attenzione.
Egli si proponeva infatti di “studiare le idee vive del Risorgimento” distinguendole da quelle che concepiva come “idee morte o latenti”. Se tra le prime annoverava quelle idee “che hanno influenza attiva nella politica d’un popolo, quantunque spesso inconsapevolmente possedute”, e dunque “l’idea socialista – neocristiana – nazionalista”,
ancora più interessante è rilevare come per idee morte del Risorgimento italiano – cioè, specificava Montini “quelle che storicamente, di fatto non funzionano più” – egli si riferisse esclusivamente all’idea del “potere temporale, inteso come potere civile”, dunque proprio quel potere sul quale si era retto per secoli lo Stato pontificio e che fu l’ultimo ostacolo all’unificazione nazionale italiana.
Per comprendere meglio la valenza di queste convinzioni esposte con sicurezza dal sacerdote bresciano, bisogna rammentare che, in quegli anni, la questione romana non aveva ancora trovato rimedio, e ripensare anche a come simili e audaci posizioni, espresse molto tempo prima da alcuni religiosi e patrioti “ conciliatoristi” – tra questi, padre Luigi Tosti, benedettino di Montecassino, luogo assai caro a Montini – furono duramente sconfessate dalle disposizioni pontificie (18). 

Si perdoni la lunga citazione, ma è estremamente significativa del cedimento di molti cattolici al liberalismo mediante il movimento risorgimentista, nel quale svolse appunto ruolo eminente il sincretismo massonico: la riduzione del Cristianesimo al piano
dell’immanenza, l’illusione del deismo mazziniano, lo storicismo e il clericalismo sono elementi salienti del discorso montiniano, per altro mantenuti anche da pontefice come  “uomo di governo”.
L’azione seduttiva e strumentale svolta dalla Massoneria sincretistica verso il mondo cattolico viene testimoniata anche da un altro caso: Giovanni Lanza, a capo del governo dal 1869 al 1873, non soltanto promosse la Legge delle Guarentigie (13 maggio 1871),
ma colse anche al volo l’offerta di trattative per la risoluzione delle nomine vescovili e delle relative temporalità – trattative condotte ufficiosamente da san Giovanni Bosco (19) – perché la Destra abbisognava del sostegno dei cattolici per contrastare la Sinistra
parlamentare – ossia della Massoneria radicale- che minacciava la maggioranza e la sua politica con la riforma di allargamento dell’elettorato e il protezionismo commerciale, e per consolidare la propria maggioranza.
Alle elezioni del 20-27 novembre 1870, infatti, si erano rilevati un rafforzato astensionismo (249.744 votanti, cioè il 45,50% degli aventi diritto) e, quel che era peggio, l’ingresso alla Camera di duecento “uomini nuovi” che si dichiaravano apertamente indipendenti e quindi di difficile controllo per i capi della Destra (i “Fratelli” Lanza, Sella e Minghetti). Si sa poi come andò a finire la trattativa: scoperchiata dalla Massoneria radicale e fatta oggetto di una campagna di stampa martellante, fu interrotta con un
intervento diplomatico del Cancelliere von Bismarck, in pieno Kulturkampf, ma agendo su sobillazione delle Logge con lo scopo di impedire un futuro concordato paritetico nello Stato italiano (20).
Ma torniamo al nostro esame dell’interessante pubblicazione di Valori. In primo luogo, quando l’autore schematizza l’esistenza di una Massoneria di destra e di una Massoneria di sinistra, riconducendo la prima al pensiero reazionario e la seconda ai “diritti dell’uomo” (21), porta un ulteriore elemento all’argomentazione sviluppata da Augusto Del Noce sulle matrici gnostiche del reazionarismo cattolico ( 22). Per Valori, grosso modo, dalla prima Massoneria deriva la tendenza al sincretismo e al simbolismo, con il recupero del sapere esoterico e iniziatico, mentre dalla seconda Massoneria deriva la
tendenza radicale della Nuova Religione dell’Umanità, cosicché “la lotta tra Santa Alleanza e Libera Muratoria europea e nazionalista è la guerra tra due massonerie, tra due immagini esoteriche di un grande progetto geopolitico di unificazione della Penisola
Eurasiatica” (23).
Nella realtà, poi, lo scopo ultimo di ogni Massoneria, al di là di ogni più fantasiosa variante di rito e di obbedienza, è unico, benché varino le modalità e le forme per conseguirlo; ma le osservazioni e le distinzioni dell’autore sono utili per meglio comprendere le apparenti incongruenze che emergono da circostanze storiche e da
comportamenti di uomini che sono stati protagonisti di quegli eventi. Cosicché dire Risorgimento significa dire Massoneria, ma “che si immerge nelle particolarità dei luoghi e nelle storie locali delle classi dirigenti” (24), tracciando una sorta di piano di lavoro per
una ricerca storica sulle vere origini e motivazioni del “movimento nazionale” a livello del notabilato locale, fenomeno che realmente rese possibile l’unificazione, risultato ritenuto unanimemente un “miracolo” per la sua irrealizzabilità.
Oltre a questi appunti, è bene ricordare che il Valori rappresenta l’ala sincretistica della Massoneria, cioè volta ad un dialogo con ogni religione in vista di una Nuova Religione dell’Umanità, identificantesi con la fede occulta e simbolica del Grand’Oriente.
Ecco allora che, pur apprezzando le numerose notizie storiche che l’autore offre, spesso a conferma di “si dice” tassativamente smentiti dalla storiografia ufficiale ( 25), sono assai più interessanti le osservazioni che sviluppa a riguardo dei rapporti tra Massoneria e
Chiesa cattolica, tra Massonerie e altre religioni.
In primo luogo egli conferma la presenza di un nucleo esoterico di natura magicooccultistica nella fede massonica che è in grado di collegare cabalismo, panteismo, scientismo e liberismo economico per dare origine alla più esoterica concezione liberalistica dello Stato e della società; quindi, con un caratteristico passaggio
paralogistico, accusa la Chiesa cattolica di miopia – cioè di negazione del progresso -quando Essa “non percepisce chiaramente questo nesso che unifica la rivoluzione scientifica postgalileana e la politica liberale, nazionale e laicista, che il Vaticano legge semplicisticamente come una variante intellettualistica della possessione da parte del
maligno, o la presenza del “Re di questo mondo” nel mondo della politica” (26).
L’intento dell’autore è palese: agganciare al Progetto politico massonico le frange del mondo cattolico che, dopo aver accettato supinamente lo storicismo quale criterio assiologico di valutazione della realtà, ritengono indiscutibili i principi della democrazia
moderna, della libertà assoluta, della autodeterminazione dell’individuo. Ma nella realtà la Chiesa cattolica aveva colto fin da subito il nesso “intrinsecamente perverso” tra liberismo, liberalismo e nucleo magico-occultistico soggiacente alle nuove teorie ( 27); che
poi le varie condanne risultino poco “argomentative”, questa è faccenda che è connaturata alla tipologia del pronunciamento dell’Autorità pontificia, cui non si chiede la dimostrazione, bensì la risposta ad una questione urgente che coinvolge la fede e la
morale.

Note

18. Cfr. articolo di Eliana VERSACE, “Giovanni Battista il patriota. Fin dalla giovinezza Montini vide nel Risorgimento una trama provvidenziale”, in L’Osservatore romano del 6 agosto 2010. Mi sembra inquietante che un articolo di questo tenore abbia fatto comparsa sul giornale sostenuto dalla Sede apostolica.

19. Questa interessante pagina di storia d’Italia è illustrata dalle pagine – mi sembra le uniche documentate sull’argomento – dell’opera di Giovanni Battista LEMOYNE, Vita di san Giovanni
Bosco(voll. 2, Torino 1939, nel vol. II: pp. 48-51, 56-59, 74-89).

20. Cfr. ibidem, p. 87. L’azione di Bismarck potrebbe anche essere stata la classica “tirata di redine esterna” cui sovente ricorrono i governanti italiani per giustificare una decisione altrimenti non giustificabile. Comunque l’azione di don Bosco ottenne che “alcuni Ordinari avevano già avute le loro temporalità; altre diocesi furono provviste di pastori; a vari parroci fu ottenuto l’exequatur; e fu meglio esaminato e discusso, e infine approvato, un modulo, secondo il quale i Vescovo avrebbero potuto chiedere in avvenire i beni delle loro mense, senza ledere i diritti della Chiesa” (cfr. ibidem, pp. 87-88).

21. Cfr. pp. 20-22.

22. Cfr. ad esempio il passo in Augusto DEL NOCE, “Eric Voegelin e la critica all’idea di modernità”, Introduzione a Eric VOEGELIN, La nuova scienza politica(Roma 1999, pp. 27-28).

23. Cfr. p. 33.

24. Cfr. p. 37.

25. Qualche spigolatura: la conferma dell’azione decisiva e direttiva di Cavour per realizzare l’unificazione mediante le Logge e con lo scopo di realizzare nel nuovo Stato il Progetto delle Logge, da lui stesso coordinate e coagulate attraverso la Società Nazionale (p. 41). Quindi Cavour come il Grande Maestro dell’intera operazione: lo aveva già notato don Giovanni Bosco (cfr. Giovanni Battista LEMOYNE, Memorie biografiche di don Giovanni Bosco, voll. 19, Torino 1898-1939, vol. XI, p. 313), ma, si sa, siccome la fonte è cattolica… Oppure: “la Fratellanza nazionale italiana opera una sutura tra destra liberale e moderata e sinistra garibaldina in
funzione di una egemonia dello Stato liberale su una società ancora frazionata per regioni ed aree e spesso controllata da forze o apertamente antirisorgimentali o sostanzialmente estranee,
in quanto localistiche al processo unitario” (p. 53).

26. Cfr. p. 49.

27. La condanna della Massoneria corrisponde con la sua decisa svolta protestantica e soprattutto gnostica avvenuta alla rifondazione con le Costituzioni di Anderson (1738); a questa
condanna segue quella del liberismo e quindi quella del liberalismo. Per uno sguardo d’insieme sulla Massoneria si può ricorrere alla voce “Massoneria” in Enciclopedia cattolica(vol. VIII, Città
del Vaticano 1952, coll. 312-3259). Per i riscontri testuali si vedano rispettivamente: contro la Massoneria Clemente XII In eminenti (28 aprile 1738); Benedetto XIV Providas (17 maggio 1751);
Pio VII Ecclesiam a Iesu Christo (13 settembre 1821, contro le società segrete rivoluzionarie); ma soprattutto Leone XIII Humanum genus (20 aprile 1884). Contro la libertà moderna nelle varie manifestazioni (politica, economica, morale): Benedetto XIV Vix pervenit (1 novembre 1745, contro il pervertimento monetario, ossia al lucro ottenuto mediante la speculazione monetaria);
Clemente XIII Christianae Rei Publicae (25 novembre 1766, contro la cultura illuministica fautrice della libertà negativa); Pio VI Charitas quae (13 aprile 1791, condanna della rivoluzione liberale
francese, svelandone principi e fini); Leone XII Ubi primum (5 maggio 1824,condanna di liberalismo e massoneria); Gregorio XVI Mirari vos (5 agosto 1832, contro il liberalismo e la setta massonica con maggiore precisione e incisività) e Singulari nos (25 giugno 1834, condanna della subordinazione del cattolicesimo alla cultura liberale, cominciando così a definire la condanna del cattolicesimo liberale); Pio IX Quanta cura (8 dicembre 1864, condanna del
liberalismo e del socialismo, inoltre della massoneria e del giurisdizionalismo). Contro la rivoluzione liberale basti citare la serie di Leone XIII Inscrutabili Dei consilio (1878), Quod
Apostolici muneris (28 dicembre 1878), Diuturnum (29 giugno 1881), Nobilissima (1884), Immortale Dei (1 novembre 1885), Libertas (20 giugno 1888) e Rerum novarum (15 maggio 1891).

Fine seconda parte

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