Le tre vite del cristiano

Divina-Commedia-Paradiso-illuminated-by-Giovanni-di-Paolo-c.-1450

 

di Fra Ginepro

 

“Ut langueat et liquefiat anima mea solo semper amore et desiderio Tui;
Te concupiscat et deficiat in atria Tua, cupiat dissolvi et esse Tecum.” [S. Bonaventura]

 

“Senza di Me non potete fare nulla”. Queste parole del nostro Maestro divino ci confermano in quello che è uno dei dati fondamentali della nostra Fede. I nostri pensieri, le nostre aspirazioni e azioni, per quanto buone possano apparire, non valgono nulla se non sono radicate in Lui, se non hanno in Dio il loro inizio e il loro compimento, perché noi non siamo nulla se non riconosciamo l’intima dipendenza del nostro essere da quello divino cui è soggetto – e il Signore ci comanda di essere sostanze portatrici del suo Amore, Persone-in-atto, e non l’ombra di noi stessi. Quanto urta la nostra suscettibilità questa parola del Redentore! Nella misura in cui proviamo resistenza per questa verità, che costituisce la delizia dei santi, scopriamo quasi istantaneamente il valore della Fede che portiamo a Gesù e la qualità del nostro amore, se abbiamo il coraggio di guardare la nudità della nostra anima senza belletti e senza infingimenti.

“Senza di Me non potete fare nulla”. Nel Vangelo il nostro Maestro divino ritorna sull’argomento quando ci ricorda che le nostre opere saranno saggiate come l’oro nel crogiuolo e che tutti saremo passati al vaglio. La solidità della nostra costruzione sarà valutata attentamente: essa sarà tanto più stabile, utile e preziosa, quanto più sarà fondata sulla Lapis angularis, cioè su Cristo Signore confessato con le labbra e con il cuore, i cui comandamenti vanno osservati fedelmente per rimanere nel suo Amore e portare frutti di opere buone, rese in tal modo divine e non più meramente umane. La nostra giustificazione nel giorno del giudizio, infatti, troverà la sua realizzazione per la Fede nel Salvatore e per le opere che la avranno testimoniata: in questo risiede, dopo il compimento della Rivelazione, il primo comandamento della Giustizia. Come non può esserci amore senza Verità, e la Verità è Gesù Cristo, così non è dato amore vero senza Cristo. E’ una verità logica, ma se apriamo gli occhi non possiamo che trovare conferma del fatto che si tratti di una verità sostanziale, dunque reale, una realtà per la quale vale la pena di giocare la vita intera, perché la stessa Verità ha proclamato solennemente di essere non soltanto il Signore della vita, ma la Vita stessa. Affinché la nostra vita in tutte le sue espressioni sia autentica nel senso più alto e non l’ombra di se stessa occorre essere innestati nella Vita (e nella Vite, rievocando la metafora evangelica). Giustizia e santità sono la stessa cosa, perché confessare Gesù Cristo dopo averlo riconosciuto come Verità-di –Dio in virtù della Fede e compiere le opere che Egli compie (il fare la Volontà del Padre) sono l’unica Giustizia necessaria, da cui seguono a cascata organicamente e armoniosamente tutte le altre, purché la nostra volontà scelga di conformarsi a questa Verità, conosciuta con l’intelletto nell’assenso di fede e non vi frapponga ostacoli (cioè i peccati ed il peccato di orgoglio in particolare).

Se è un dato certo che in quanto creature tutti abbiamo l’essere da Dio che ci chiama all’esistenza e quindi siamo dipendenti e non soltanto originati da Lui, Causa Prima incausata ed Ipsum Esse Subistens, l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (anche in quanto animale razionale), non è chiamato soltanto alla vita naturale, ma pure a quella soprannaturale (della Grazia). Questo perché alla sua stessa natura nei piani di Dio è stata associata una sopra-natura. Con Dante potremmo ripetere “Fatti non foste a viver come bruti” e con sant’Agostino “Inquietum cor nostrum donec requiescat in Te”. La vita della Grazia è più necessaria alla nostra vita della stessa vita naturale, perché è in essa che si realizza pienamente il nostro essere cristiani ed il nostro essere uomini (perché cristiani). E’ nella vita della Grazia, nella quale entriamo per la porta della Fede (che ci rende atti a ricevere la Grazia e quindi a ricevere con frutto i santi Sacramenti della Chiesa, primo dei quali è il Battesimo, che ci rende in Cristo nuove creature, dopo essere morti definitivamente insieme a Lui sulla Croce al peccato), che possiamo vivere la vita soprannaturale, la vita dei redenti che sono stati innestati sulla Vite (Cristo incarnato, crocifisso ed ora risorto e asceso al Cielo). Nella vita della Grazia le facoltà naturali che l’uomo riceve da Dio insieme al suo essere (memoria, intelletto e volontà) proprie della vita razionale-naturale dell’essere umano e che lo differenziano per se stesse dalle altre creature del mondo naturale, elevandolo al di sopra di esse, si affinano e si applicano (ma sempre per analogia ed in maniera mediata e non diretta) ad un oggetto che senza dubbio le trascende infinitamente – Dio stesso-. Quelle stesse facoltà che erano potute giungere per conoscenza naturale a scorgere e riconoscere la necessità dell’esistenza di un Creatore buono, giusto, infinito, perfettissimo, potenziate dalla Fede nella Rivelazione divina e dalla vita di Grazia giungono a conoscere con certezza soprannaturale la Verità di Dio, Gesù Cristo, e ciò grazie alla mediazione della Chiesa. La memoria riconoscerà l’opera di Dio, l’intelletto la considererà e se ne lascerà illuminare e compenetrare, la volontà vi aderirà e dall’adesione di quest’ultima (fattasi buona, perché applicata al bene) scaturiranno con ordine e armonia le opere sante, che pertanto acquisiranno valore non soltanto naturale, ma soprattutto soprannaturale.

“Senza di Me non potete fare nulla”. Abbiamo visto che la vita naturale dell’uomo è già dono di Dio e, come tale, porta impressa l’orma del Creatore, con il quale ogni creatura è messa necessariamente in relazione. Infatti non abbiamo l’essere se non da Dio (noi non siamo Dio e non ci diamo l’essere); quindi senza di Dio non solo non possiamo fare nulla, ma non potremmo nemmeno avere l’essere e dunque esistere. Tutto ciò che operiamo lo possiamo fare perché Dio ce lo consente (anche se non tutto quello che Dio consente è voluto – in senso assoluto- da Lui). Nella vita naturale l’uomo può compiere molte azioni supposte buone (od oggettivamente buone, a nostro giudizio), ma la sua bontà (naturale) sarà sempre perfezionabile perché non ancora finalizzata. La finalizzazione completa possibile su questa terra non può che realizzarsi con la vita soprannaturale della Grazia. La vita di Grazia mette l’uomo in un tipo di relazione superiore con Dio, per mezzo della Fede, per la mediazione della Chiesa e per il tramite dei Sacramenti, che producono la vita divina (soprannaturale) nelle anime. Solo nella vita della Grazia l’uomo può essere autenticamente umano, operare il bene e così rendere gloria a Dio, scoprendo contemporaneamente la sua gioia (avendo trovato il senso pieno della sua vita, essendosi finalizzato). Questa gioia diffusiva contagia i fratelli cristiani e gli altri uomini, generando cascate di bene e quell’armonia e quell’ordine (individuale –psicologico e morale-, familiare, civile) che ha sempre contraddistinto la realtà sociale del Cristianesimo. Questo effetto sperimentabile di armonia naturale – veramente cattolica – altro non è che il corrispettivo visibile della vita soprannaturale di cui pulsa la Chiesa di Cristo.

Finora abbiamo parlato di vita naturale e di vita soprannaturale; occorrono tuttavia due ulteriori precisazioni. Passo subito alla prima, che riguarda lo scopo cui tende la vita soprannaturale, che la trascende ed è esterno ad essa. Se la vita soprannaturale costituisce la finalizzazione e il compimento in questa vita dell’uomo cristiano, essa tuttavia risulta ancora incompleta. La gioia e la finalizzazione completa di ogni essere umano postula l’amore e l’amore cerca e richiede per sua natura la presenza e la visione della persona amata. Sappiamo per Fede che ai beati verrà concessa la Visio beatifica di Dio in Paradiso, faccia a faccia, così come Egli è, secondo la misura del bene operato in questa vita. Conosciamo pure che la determinazione della misura della fruizione del nostro premio (che è la visione di Dio stesso, per cui ciascuno godrà del massimo grado di felicità possibile – Dio stesso – nella propria condizione, trovando in Lui completo appagamento di tutti i propri desideri) non sarà semplicemente effettuata con criteri qualitativi o quantitativi, perché nella valutazione del bene compiuto sarà soppesato dal Giudice giusto e imparziale, benché misericordioso, soprattutto l’amore soprannaturale con cui avremo compiuto le opere buone e quanto, sulla base delle nostre conoscenze e in virtù del nostro grado di consapevolezza, con esse avremo corrisposto alla sua divina Volontà. La contemplazione di Dio dunque è l’unico compimento definitivo della nostra esistenza, il fine per cui siamo stati creati e per il quale è stato programmato tutto il nostro essere (corpo e anima, mente e spirito, memoria, intelletto, volontà) che si beerà alla fonte della vita e godrà il frutto eterno dell’Amore. Sappiamo bene però che,  se non collaboreremo con buona volontà con la Grazia divina e gli strumenti che essa ci offre per ottenere la salvezza (l’appartenenza alla Santa Chiesa e i Sacramenti), potremo fallire e non raggiungere il Fine, ma anche questo rientra nel campo temibile – e terribile – delle umane libertà.

Passo ora alla seconda precisazione, che, dirò subito, riguarda la vita mistica, compimento e gemmazione di quella della Grazia. Abbiamo detto che l’amore postula la visione e la presenza della persona amata. Se la visione di Dio è differita, la Sua Presenza, invece, è sempre disponibile in tre modalità: nel Santo Sacramento dell’Eucaristia (in modo eminente, dove Cristo, come Dio-Uomo, è presente con tutta la sua umanità e divinità), nell’anima in stato di Grazia (che il Dio-Trinità inabita spiritualmente, in maniera naturalmente distinta dall’anima, che diviene possesso e strumento di Dio) e nella comunità dei credenti (Chiesa) riunita in preghiera, specialmente durante la celebrazione della Santa Messa (presenza spirituale di Gesù Cristo). Se le due ultime forme di presenza (si noti: esclusivamente spirituale) sono più conseguenze che scaturigine della Grazia, l’Eucaristia, invece, ne costituisce la fonte principale e necessaria e appaga appieno i desideri che il nostro cuore nutre di Dio (per quanto ciò sia possibile su questa terra).

E’ nell’Eucaristia che si realizza la profezia della venuta dell’Emanuele – il Dio con noi – che stabilendo la sua abitazione sulla terra pone la sua tenda (il Tabernacolo) in mezzo a noi e viene a dimorare in nobis, nella nostra anima, nel nostro cuore, facendo dono insieme a  tutto  Se stesso, presente in Corpo, Sangue, Anima, Divinità, dei frutti incomparabili della Sua Grazia. In tal modo, per questa stupenda degnazione di Dio, che non sarebbe stata possibile senza l’Incarnazione del Verbo (e la sua santa Morte, Resurrezione ed Ascensione), noi cristiani, pur restando creature finite, possiamo entrare in comunione di amore con Lui ed indiarci per quanto possibile su questa terra, rimanendo sempre noi stessi (creature finite col nostro essere finito) ed Egli il Dio-fattosi-Uomo con il suo Essere infinito, ma trasformati, per questa stessa partecipazione al Pane soprasostanziale, dalla Presenza dell’Amore divino, che attira a Sé la sua creatura e tutta la incendia di Carità inesauribile e senza limiti, come solo l’amore di Dio sa essere: una fornace di Carità generatrice di Carità verso Dio e verso gli uomini, nostri fratelli perché come noi fratelli di Gesù Cristo. Così, contemporaneamente alla ricezione del Sacramento, riceviamo la Sua Grazia – la Grazia sacramentale e la Grazia santificante -, nella misura dell’Amore infinito di Dio certamente e del dono di Cristo, ma anche del nostro amore sincero, ardente e bisognoso, e della nostra attenzione, devozione e doverosa preparazione (elementi strettamente necessari per non porre ostacolo alla Grazia che comunque riceviamo e ai frutti che essa si dispone ad operare nelle anime – e non mai senza il loro consenso e la loro collaborazione).

“La grazia di Dio, infatti, è un dono interno, soprannaturale, che ci vien dato senza alcun merito nostro, ma per i meriti di Gesù Cristo in ordine alla vita eterna (e) si distingue in grazia santificante, che si chiama anche abituale, e in grazia attuale. La grazia santificante è un dono soprannaturale inerente all’anima nostra, che ci rende giusti, figliuoli adottivi di Dio ed eredi del Paradiso ed è di due sorta: grazia prima e grazia seconda. La grazia prima è quella per cui l’uomo passa dallo stato di peccato mortale allo stato di giustizia; la grazia seconda è un accrescimento della grazia prima. La grazia attuale è un dono soprannaturale, che illumina la nostra mente e muove e conforta la nostra volontà, affinché noi operiamo il bene e ci asteniamo dal male. Noi però possiamo resistere alla grazia di Dio, perché essa non distrugge il nostro libero arbitrio, ma senza il soccorso della grazia di Dio, con le sole nostre forze, noi non possiamo fare alcuna cosa che ci giovi per la vita eterna. La grazia ci viene comunicata da Dio principalmente per mezzo dei santi sacramenti, che, oltre la grazia santificante, conferiscono anche la grazia sacramentale. La grazia sacramentale consiste nel diritto che si acquista ricevendo un sacramento qualunque, di aver a tempo opportuno le grazie attuali necessarie per adempiere gli obblighi che derivano dal sacramento ricevuto (così noi, quando fummo battezzati, ricevemmo il diritto di avere le grazie per vivere cristianamente). I sacramenti danno sempre la grazia, purché si ricevano con le necessarie disposizioni (la virtù di conferire la grazia l’ha data ai sacramenti Gesù Cristo con la sua passione e morte). I sacramenti che conferiscono la prima grazia santificante, che ci rende amici di Dio, sono due: il Battesimo e la Penitenza. Questi due sacramenti, cioè il Battesimo e la Penitenza, si chiamano perciò sacramenti “dei morti”, perché sono istituiti principalmente per ridare alle anime morte per il peccato la vita della grazia. I sacramenti che accrescono la grazia in chi la possiede, sono gli altri cinque, cioè la Cresima, l’Eucaristia, l’Estrema Unzione, l’Ordine Sacro ed il Matrimonio, i quali conferiscono la grazia seconda.” (Cfr. CMSPX, parte IV, capo II, n. 526-539). “Con la parola sacramento s’intende un segno sensibile ed efficace della grazia, istituito da Gesù Cristo per santificare le anime nostre. I sacramenti sono segni sensibili ed efficaci della grazia, perché tutti i sacramenti significano, per mezzo di cose sensibili, la grazia divina che essi producono nell’anima nostra.” (Cfr. CMSPX, parte IV, capo I, n. 518-519)

L’Eucaristia in particolare rientra a pieno titolo tra quei sacramenti detti dei “vivi” che “ci santificano con l’accrescerci quella grazia che già possediamo”. Nella Santa Eucaristia il cristiano dunque alimenta non soltanto la vita della Grazia, ma sperimenta la stessa vita mistica (che altro non è che comunione di amore, di affetti, di volontà con Dio ed anche in una certa qual misura una illuminazione dell’intelletto), che sarà raggiunta in pienezza soltanto in Paradiso con la Visio beatifica, cessando per ciò stesso di essere “mistica”, cioè misteriosa, dal momento che chi ora la vive “partecipa della vita di Cristo mediante i sacramenti – i “santi misteri”- e in Lui al mistero della Santissima Trinità. Su questa terra Dio tutti chiama a questa intima unione con Lui (anche se soltanto ad alcuni sono concessi grazie speciali o segni straordinari di questa vita mistica)” (cfr. CCC n. 2014). Ma i Sacramenti cesseranno con il termine del cammino della Chiesa militante (coincidente con la fine di questo mondo) e, per ciascuno di noi, con la fine della nostra vita nel tempo. Solo l’Amore di Dio (che sperimentiamo già in parte e godremo totalmente nell’eternità) non avrà mai fine, cioè l’oggetto di quello che qui chiamiamo vita “mistica”, che per ora altro non è che consapevolezza amorosa della e nella vita di Grazia, la quale costituisce la vera sostanza e il substrato della vita mistica, anche perché – si dà il caso – non può esserci autentica vita di Grazia senza amore per Dio, corrispondenza all’amore di Dio o almeno la ferma volontà di amare Dio e corrispondere al suo amore, e Dio si rende presente mediante la sua Grazia, inscindibilmente congiunta al suo stesso Amore. Perché Dio-è-Amore e Dio è vita, anche se la Grazia è azione santificante di Dio e con Dio non coincide stricto sensu – tra l’altro essendo finita nella creatura quanto a modo di essere, se la consideriamo un accidente che inerisce alla vita dell’anima della persona, e quanto a essenza (costituendo un dono creato di Dio) e generando nella creatura finita effetti finiti a motivo proprio della finitezza di quest’ultima, per quanto santi e santificanti, essendo la Causa della Grazia infinita, perché coincidente con Dio stesso -. La Grazia quindi rivela l’operare e la presenza di Dio, che nel caso dell’Eucaristia è autenticamente e propriamente sostanziale, essendo l’Eucaristia Presenza Reale di Gesù Cristo, vero-Dio-vero-Uomo, Amore infinito, in Corpo, Sangue, Anima, Divinità.

“La Grazia, infatti, è il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà per rispondere al suo invito: diventare figli di Dio, figli adottivi, partecipi della natura divina, della vita eterna. Essa è una partecipazione alla vita di Dio e ci introduce nell’intimità della vita trinitaria; la Grazia di Cristo è il dono gratuito che Dio ci fa della sua vita, infusa nella nostra anima dallo Spirito Santo per guarirla dal peccato e santificarla. La pienezza della vita cristiana e la perfezione della carità (coincidono e) costituiscono il cammino della santità.”(cfr. CCC n. 1996 e ss.) E se il cammino spirituale passa necessariamente attraverso la Croce (perché non c’è santità senza rinuncia e combattimento spirituale), “il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo (la “vita mistica”).”(cfr. CCC n. 2014 e ss.)

Tutte queste verità le conosciamo sia per Fede sia per amore, perché l’amore tende all’unione (cfr.nel Vangelo la preghiera sacerdotale di Gesù) e attende con ansiosa pazienza il giorno in cui questa unione potrà essere eternamente consumata. Se però oggi saremo capaci di vedere il Volto di Cristo in quello dei nostri fratelli, di servirli con amore nella Verità e di ricevere e adorare con Fede soprannaturale il Santo Sacramento dell’altare probabilmente non saremo lontani dal compimento della nostra Speranza, alla cui realizzazione perfetta desideriamo giungere ardentemente, insieme ad essi, per godere eternamente della felicità senza fine della Visio beatifica. Per quest’oggi nel tempo occorre soprattutto che non ci vengano a mancare la Fede e la vita di Grazia, sostegni della Carità. E se frattanto ci verrà chiesto (come fu richiesto anche a Maria Maddalena), secondo l’espressione di un pio autore, di “lasciar per Dio li gusti anco di Dio” – che non sono affatto necessari per ottenere la salvezza – per meglio servirlo e amarlo, lo faremo ben volentieri, certi che la nudità della Croce e l’apparente silenzio o assenza di Dio sono via più sicura per il Paradiso che non l’abbondanza delle grazie e delle consolazioni sensibili. Perché dopo aver scoperto e confessato la Verità che è il Cristo, il Verbo, pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in noi, anche se potessimo restare a corto di parole – memori che la Parola stessa un giorno si è “accorciata” -, saranno i fatti e le nostre opere a testimoniare di fronte a tutti il nostro amore, diventato finalmente soprannaturale.

 

 

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