[Mattia Rossi per Radio Spada] Dal lutto alla letizia, il repertorio pasquale

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«Hai mutato il mio lamento in danza» (Sal 29)

 

di Mattia Rossi

 

 

Il salmo all’insegna del quale alberga il presente contributo pasquale (semicit.) è piuttosto esplicativo del discorso che vorrei affrontare perché è esattamente questo quello che fa il repertorio gregoriano del tempo pasquale: servirsi di “sonorità” gregoriane che la modalità medievale ha sempre definito come “tristi” per trasfigurarle e mutarle in un ethos di gaudio.

Basta già solamente osservare l’introito della Messa del giorno di Pasqua, il Resurrexi, per rendersi immediatamente conto di ciò. Questo brano, infatti, è scritto in IV modo (esattamente così come in IV modo era scritto il Nos autem, l’introito della Messa “in coena Domini” del Giovedì Santo nel quale si sottolineava il dovere – «oportet»  – del cristiano di gloriarsi della croce di Cristo quale strumento della nostra salvezza e liberazione: «in quo est salus, vita, et resurrectio nostra, per quem salvati et liberati sumus»).

L’ethos del IV modo viene descritto dai capitelli di Cluny come il “modo del pianto”, «simulans in carmine planctus», è un modo che tende a “interiorizzarsi”, che non si addice al trionfo – come saremmo portati a immaginare per un introito pasquale – e che sovente viene legato ad un ethos funereo. E invece, inaspettatamente, il canto gregoriano si serve di una sonorità triste e malinconica per farle acquistare, alla luce della Pasqua, una dimensione nuova: il canto del pianto umano per la morte di Nostro Signore diventa, così, il “canto nuovo” della letizia pasquale per la Sua risurrezione.

 

Ed è esattamente lo stesso procedimento che il repertorio pasquale utilizza per il graduale che, dalla domenica di Pasqua, si canta per tutta l’Ottava fino al sabato “in albis”, l’Haec dies.

Questo graduale è scritto in II modo, altro modo che gli autori medievali definiscono «tristis». Anche qui, basti osservare, a mo’ d’esempio, il lunghissimo tractus (14 versetti!) della Domenica delle Palme «Deus, Deus meus, respice in me: quare me dereliquisti?» laddove, proprio grazie alle sonorità del II modo, la Chiesa canta lo straziante grido di dolore di Gesù Cristo in croce, «Dio mio, Dio mio, guardami: perché mi hai abbandonato?».

Ebbene, in modo del tutto inaspettato, il graduale di Pasqua e di tutta l’Ottava, dopo che la liturgia aveva circondato il II modo di dolore, angoscia e tristezza, è scritto proprio nello stesso ambitus sonoro.

Ma la sua struttura, che noi ci aspetteremmo formularmente pre-costruita, spiazza totalmente le nostre previsioni: sulla parola iniziale Haec il compositore costruisce un festoso melisma che, nella sua novità e sorpresa, annuncia la “straordinarietà” della risurrezione. E’ come se il compositore, oltre che trasfigurare nuovamente un ethos musicale di pianto in uno di festosa letizia, ci volesse avvisare immediatamente della novità del giorno di Pasqua: Questo è il giorno! Ecco un utile insegnamento retorico del repertorio gregoriano: la “novità”, il nova, non è mai svincolata dalla tradizione, dal vetera. E l’elemento nuovo diventa tanto più efficace quanto più risulta ancorato ad un preciso percorso, ad una precisa ritualità fissata: nella fattispecie, noi non comprenderemmo la ventata dell’annuncio dell’Haec dies se non lo leggessimo come un brano scritto in un modo tradizionalmente legato al pianto e qui inaspettatamente modificato in funzione del significato teologico che vi soggiace: la morte è stata vinta e il pianto di dolore si è tramutato in pianto di gioia. Surrexit Dominus vere!

 

 

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