Se Baron Corvo diventasse Papa

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La trama dell’Adriano VII, divertente romanzo fantastorico di Frederick Rolfe (1860-1913), pubblicato nel 1904, ruota intorno alla figura di George Arthur Rose, un giovane scrittore estetizzante che vive come affittuario in un ostello londinese. Il carattere scontroso di Rose gli ha alienato moltissime amicizie e causato qualche debito. Fervente cattolico, una ventina di anni prima aveva aspirato al sacerdozio, ma era stato ingiustamente scacciato dal seminario romano che frequentava. Da allora vive come un recluso, circondato da oggetti preziosi, attento all’alimentazione e al mantenimento di un fisico sano grazie all’esercizio costante. Sentendosi tradito da quella che lui chiama “la macchina romana”, Rose è desideroso di completare il suo ultimo libro, guadagnare i soldi necessari per ripianare tutti i suoi debiti e tentare finalmente di diventare sacerdote.

Una mattina giunge inaspettata la proposta del cardinale Courtleigh di fare di Rose un prete e nominarlo suo segretario particolare. Dopo aver ricevuto gli ordini minori, non abbisognando di studi teologici particolarmente intensi vista la sua grande cultura, viene immediatamente ordinato sacerdote.

Dopo la morte di Leone XIII, nell’estate del 1903, la Chiesa è in subbuglio: non solo in Russia e in Francia i socialisti hanno preso il potere, minacciando il resto del continente, ma lo stesso conclave è diviso e non si riesce ad eleggere il nuovo Papa. Sette votazioni terminano con un nulla di fatto e, giunti ormai nei primi mesi del 1904, su proposta di Courtleigh, Rose viene nominato a sorpresa Sommo Pontefice con il nome di Adriano VII (in memoria di Adriano IV, l’unico Papa inglese della storia).

Il suo pontificato si mostra innovativo, soprattutto sul piano politico. Sprona la Chiesa alla povertà evangelica e al suo ruolo missionario, pur di tentare una collaborazione con il re e una cattolicizzazione della penisola italiana rinuncia al potere temporale, si dimostra affabile con tutti e, in particolare, tesse una tela di relazioni internazionali grazie ad una serie di epistole indirizzate a varie nazioni in cui dimostra una grande conoscenza del cuore dell’uomo. Sotto l’impulso della sua opera pastorale i sovrani europei avviano una sistematica lotta al socialismo e alla rivoluzione proletaria. L’unico serio rischio per la sua credibilità sono le calunnie diffuse a mezzo stampa del socialista inglese Sant e della complice, la signora Crowe, ex affittuaria di Rose, innamorata di lui ma più volte respinta. Le loro accuse sono facilmente smontate e Adriano VII ne esce con una credibilità rinnovata e sempre più solida. Intanto i re europei, riuniti a Windsor per discutere del futuro assetto politico della terra una volta sconfitto il germe rivoluzionario, chiedono al Papa di intervenire in qualità di arbitro imparziale. Un suo documento, pubblicato nel marzo del 1905, viene sottoscritto dalle potenze, determinando così ufficialmente la nascita di un nuovo ordine mondiale. L’Europa è divisa sostanzialmente in due Imperi, quello del nord che comprende Germania, Austria, Belgio, Olanda, Francia e Russia e quello del sud che accorpa Italia, Spagna, Portogallo, Montenegro e Albania. Agli Stati Uniti spetta il controllo dell’intero continente americano ad eccezione del Canada che con l’Africa, l’Oceania e l’Asia diventa parte dell’impero britannico. Al Giappone è assegnata la Siberia e l’Impero ottomano si ritira dall’Europa per autoconfinarsi in medio oriente. Alla Grecia spettano i territori turchi e bulgari mentre i paesi scandinavi si trasformano in repubbliche.

In occasione del 23 aprile 1905, il primo anniversario della elezione di Rose al soglio pontificio, i più importanti sovrani e politici del mondo si incontrano in Vaticano per la cerimonia. Tutta Roma è affollata, pronta a festeggiare l’amato Pontefice. Adriano cammina con il re Vittorio Emanuele per le vie della città ma, improvvisamente, un colpo di pistola sparato da Sant lo ferisce a morte mentre la polizia cattura l’assassino. Anche alla fine della vicenda non c’è spazio per l’odio nel cuore del Papa: morente, perdona il suo aguzzino, riceve l’estrema unzione e, con uno sforzo estremo, benedice per l’ultima volta la folla.

Risulta piuttosto chiaro come dietro alla figura del Papa Adriano VII si celi in realtà quella dello stesso scrittore; del resto, a livello biografico, le analogie sono davvero molte: la cacciata dal seminario, la latente omosessualità, l’uso di molti pseudonimi letterari, il lavoro di scrittore e la critica feroce nei confronti della gerarchia curiale che non ha mai colto il fiore di un’autentica vocazione. Adriano VII dipinge con una punta di ironia e presunzione quello che sarebbe potuta diventare la vita di Rolfe se solo non fosse stato allontanato dal seminario. Tra l’altro il libro fu scritto mentre l’autore si trovava affittavolo a Londra, come il suo protagonista. In queste pagine è come se volesse darsi una seconda possibilità, quella che non ebbe più nella sua vita e che fu causa di grande sconforto e depressione. La sua è un’ucronia riferita alla propria vita, un gioco letterario, immaginandosi una carriera nei panni non solo di un semplice sacerdote, ma addirittura in quelli del Vicario di Cristo in terra. Lo stesso Rose, nelle prime pagine del libro, invoca dolorosamente solo un’ultima occasione per riscattare la propria vita: «Dio mio, se mai mi hai voluto bene, ascoltami, ascoltami. De profundis ad Te, ad Te clamavi. Forse che non desidero essere buono, e puro, e felice? Quale desiderio ho accarezzato fin da quando ero ragazzo, se non quello di servirTi, tra i Tuoi mistici?»[1].

Il romanzo è dunque una straordinaria occasione per indagare il cuore e i pensieri dello stravagante scrittore dalla vita tanto irregolare. Si scopre così che, al di là dei plateali eccessi, Rolfe – soprannominato Baron Corvo – conservò con estrema lucidità e convinzione un amore per il cattolicesimo profondo e straordinario. Il castello della sua artificiosa esistenza crolla miseramente nelle dichiarazioni di un’autobiografia così intima e luminosa. Il paradosso è dietro l’angolo. La possibilità di pensare ad una vita alternativa, apre il cuore di Rolfe alla conversione totalizzante, quella in grado di allontanare dalla sua anima, una volta per tutte, le lusinghe del mondo. Ad esempio la sua tipica posa estetizzante viene messa sotto esplicita accusa da Rose, così come il suo atteggiarsi a sapiente ed erudito, un modo di fare che gli causò parecchie antipatie: «Voglio dire che mi piace stupire gli altri, mostrando di essere un monumento di erudizione, mentre, in realtà, sono un semplice assai sciocco»[2]. Si accusa poi innanzi a Dio di vano amore per il bello, mettendo in discussione con sincero radicalismo la moda culturale dell’epoca: «Confesso di aver peccato contro me stesso; per esempio non ho evitato gli agi e il lusso. Sono stato felicissimo di goderne, quando ho potuto. Sono stato meticoloso nella mia persona, nei miei gusti, nel vestire; e mi è piaciuto affettare abitudini, simpatie e antipatie delicate»[3]. Ancora, qualche pagina più avanti: «Non pongo nessun freno alla vista, all’udito, al gusto, al tatto, all’olfatto; se non per quanto mi dilettano le mie naturali simpatie e antipatie. Li coltivo, li raffino e li acuisco, ma non li mortifico mai. Di rado mi sacrifico. E, se lo faccio, mi colgo a trarre elementi di godimento estetico dal mio sacrificio»[4].

Degna di interessante è anche l’azione politica di Adriano VII, un Papa molto contrastato nei primi mesi dall’elezione ma che, con il suo carisma, poco alla volta, riesce a farsi accettare e amare dal mondo intero. Il programma del papato di Rose, accuratamente meditato nei vent’anni trascorsi fuori dal seminario, si mostra complesso e variegato. Quel «Pontefice che diceva “Domani”»[5] non è una macchietta progressista, ma un uomo di Fede che opera per la salvezza delle anime e per la gloria di Cristo. Agisce come un’individualità pensante, è fermo e risoluto, convinto della bontà del suo progetto, freddo, sicuro, ma pur sempre sincero e umano. In un mondo minacciato dalla temperie socialista – con una Parigi che inaugurava la seconda comune – Adriano si impone con quell’autorità che è propria di Pietro e richiama la Chiesa non solo alla sobrietà o alla fuga dalla tentazione del potere, ma soprattutto alla vocazione missionaria. La cifra del suo pontificato è quindi la carità, lo sguardo rivolto agli altri, la generosità disinteressata: solo così è possibile sconfiggere il male e guadagnare anime a Cristo, come puntualmente accade alla fine del romanzo. La sua è, in definitiva, una Chiesa autenticamente militante; «egli non desiderava la gloria mondana, ma il combattimento: perché il riposo è tanto più dolce, dopo la lotta»[6].

La chiave del suo successo risiede nella duplice capacità di considerare la realtà nel suo complesso, in tutti i suoi elementi costitutivi, e di parlare agli individui più che alle masse. In uno dei suoi primi documenti Adriano esalta infatti l’individuo e il valore della diversità. L’utopia egualitarista è condannata come falsa e, ancora più grave, rischia di deresponsabilizzare gli uomini, annacquandone la personalità. Al contrario il cattolicesimo richiama tutti ad un impegno serio nei confronti della realtà, ad essere protagonisti. Rose guarda ai suoi figli non con le categorie dell’homo economicus impiegate dai socialisti, ma come creature desiderose di felicità e salvezza. Tutto questo ha una ricaduta sociale e politica rilevante, tanto da cambiare la faccia dell’intero pianeta: «Debbo dirvi la differenza tra il Santo Padre e noi? Noi vediamo le cose da un unico punto di vista. Egli le vede da parecchi. Noi decidiamo che la cosa sia come la vediamo. Ma egli l’ha veduta in un altro modo, e la presenta come un insieme più o meno complesso delle sue qualità»[7]. Con un Papa con queste qualità, disposto anche all’estremo gesto del martirio pur di salvaguardare il suo gregge, la Chiesa non può che trionfare.

 

Luca Fumagalli

 

Il libro: F. ROLFE, Adriano VII, Milano, Beat, 2013

 

[1] F. ROLFE, Adriano VII, Parma, Guanda, 1989, p. 24.

[2] Ivi, p. 62

[3] Ibid.

[4] Ivi, pp. 64-65.

[5] Ivi, p. 108.

[6] Ivi, p. 119.

[7] Ivi, p. 370.

Un commento a "Se Baron Corvo diventasse Papa"

  1. #Leo Viterbium   12 aprile 2015 at 1:43 pm

    ce l’ho,, edizione Longanesi 1964. Quando fu scritto, e forse anche 50 anni dopo, sembrava del tutto paradossale. Oggi, chissà ?

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