[ARCHIVIO STORICO] Benito Mussolini: Dottrina politica e sociale del Fascismo

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[IMPORTANTE] Approfondimenti da conoscere: L’opposizione magisteriale a fascismo, nazionalsocialismo, liberalismo e comunismo

MUSSOLINI – DOTTRINA POLITICA E SOCIALE DEL FASCISMO – GIOVENTÙ FASCISTA ANNO X

Il XIV volume dell’Enciclopedia Italiana pubblica, nella seconda parte dello voce Fascismo, il seguente scritto del Duce dedicato alla dottrina politica e sociale del Fascismo.

Quando, nell’ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia io convocai a Milano i superstiti interventisti-intervenuti, che mi avevano seguito sin dalla costituzione dei Fasci d’azione rivoluzionaria — avvenuta nel gennaio del 1915 — non c’era nessuno specifico piano dottrinale nel mio spirito. Di una sola dottrina io recavo l’esperienza vissuta: quel­la del socialismo dal 1903-04 sino all’inverno del 1914: circa un decennio. Esperienza di gregario e di capo, ma non esperienza dottrinale. La mia dottrina anche in quel periodo, era stata la dottrina dell’azione. Una dottrina univoca, universalmente accettata, del socialismo non esisteva più sin dal 1905, quando cominciò in Germania il movimento revisionista facente capo al Bernstein e per contro si formò, nell’altalena delle tendenze, un movimento di sinistra rivoluzionario, che in Italia non uscì mai dal campo delle frasi, mentre, nel socialismo russo, fu il preludio del bolscevismo. Riformismo, rivoluzionarismo, cen­trismo, di questa terminologia anche gli echi sono spenti, mentre nel grande fiume del fascismo troverete i filoni che si diparti­rono dal Sorel, dal Peguy, dal Lagardelle del Mouvement socialiste e dalla coorte dei sindacalisti italiani, che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota di novità nell’ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolitlinna, con le Pagine libere di Olivetti, La Lupa di Orano, il Divenire sociale di Enrico Leone.

Nel 1919, finita la guerra, il socialismo era già morto come dottrina: esisteva solo come rancore, aveva ancora una sola possibilità, specialmente in Italia, la rappresaglia contro coloro che avevano voluto la guerra e che dovevano «espiarla». Il Popolo d’Italia recava nel sottotitolo quotidiano dei combattenti dei produttori. La parola «produttori» era già l’espressione di un indirizzo mentale. Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento. Il nome che io diedi all’organiz­zazione, ne fissava i caratteri. Eppure chi rilegga, nei fogli oramai gualciti dell’epoca, il resoconto dell’adunata costitutiva dei Fasci italiani di combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di anticipazioni, di accenni, che, liberati dall’inevitabile ganga delle contingenze, dovevano poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in una serie di posizioni dottrinali, che facevano del fascismo una dottrina politica a sé stante, in confronto di tutte le altre e passate e contemporanee. «Se la borghesia, dicevo allora, crede di trovare in noi dei parafulmini si inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro… Vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva, anche per convincerle che non è facile mandare avanti una industria o un commercio… Combatteremo il retroguardismo tecnico e spirituale… Aperta la successione del regime noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre; se il regime sarà superato saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il paese alla guerra e lo  conducemmo alla vittoria! L’attuale rappresentanza politica non ci può bastare, vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi… Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna alle corporazioni. Non importa!… Vorrei perciò che l’assemblea accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico… ».

Non è singolare che sin dalla prima giornata di Piazza San Sepolcro risuoni la parola corporazione che doveva, nel corso della Rivoluzione, significare una delle creazioni legislative e sociali alla base del regime?

Gli anni che precedettero la marcia su Roma furono anni durante i quali le  necessità dell’azione non tollerarono indagini o complete elaborazioni dottrinali. Si battagliava nelle città e nei villaggi. Si discuteva, ma — quel ch’è più sacro e importante — si moriva. Si sapeva morire. La dottrina — bell’è formata, con divisione di capitoli e paragrafi e contorno di elu­cubrazioni — poteva mancare; ma c’era a sostituirla qualche cosa di più decisivo: la fede. Purtuttavia, chi rimemori sulla scor­ta dei libri, degli articoli, dei voti dei congressi, dei discorsi maggiori e minori, chi sappia indagare e scegliere, troverà che fondamenti della dottrina furono gettati mentre infuriava la battaglia. È precisamente in quegli anni, che anche il pensiero fascista si arma, si raffina, procede verso una sua organizzazione. I problemi dell’individuo e dello stato; i problemi dell’autorità e della libertà; i problemi politici e sociali e quelli più specifi­catamente nazionali; la lotta contro le dottrine liberali, demo­cratiche, socialistiche, massoniche, popolaresche fu condotta contemporaneamente alle «spedizioni punitive». Ma poiché mancò il «sistema» si negò dagli avversari in malafede al fasci­smo ogni capacità di dottrina, mentre la dottrina veniva sorgen­do, sia pure tumultuosamente, dapprima sotto l’aspetto di una negazione violenta e dogmatica come accade di tutte le idee che esordiscono, poi sotto l’aspetto positivo di una costruzione, che trovava, successivamente neggli anni 1926, ’27, ’28, la sua realizzazione nelle leggi e negl’istituti del regime.

Il fascismo è oggi nettamente individuato non solo come regime, ma come dottrina. Questa parola va interpretata nel senso che oggi il fascismo, esercitando la sua critica su se stesso e sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di riferimento — e quindi di direzione — dinnanzi a tutti i pro­blemi che angustiano, nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo.

Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l’av­venire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla posibilità né all’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà, di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pon­gono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo; cosi come estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possano avere in determinate situazioni poli­tiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tem­pesta il cuore dei popoli.

Questo spirito antipacifista, il fascismo lo  trasporta anche nella vita degl’individui. L’orgoglioso motto squadrista «me ne frego», scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dot­trina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano. Cosi il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio; comprende la vita come dovere, eleva­zione, conquista: la vita che deve essere alta e piena; vissuta per sé, ma soprattutto per gli altri vicini e lontani, presenti e futuri.

La politica «demografica» del regime è la conseguenza di queste premesse. Anche il fascista ama infatti il suo pros­simo, ma questo «prossimo» non è per lui un concetto vago e inafferrabile: l’amore per il prossimo non impedisce le necessa­rie educatrici severità, e ancora meno le differenziazioni e le di­stanze. Il fascismo respinge gli abbracciamenti universali e, pur vivendo nella comunità dei popoli civili, li guarda vigilante e diffidente negli occhi, li segue nei loro stati d’animo e nella trasformazione dèi loro interessi, né si lascia ingannare da ap­parenze mutevoli e fallaci.

Una siffatta concezione della vita porta il fascismo a essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base del so­cialismo cosiddetto scientifico o marxiano: la dottrina del mate­rialismo storico, secondo il quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta d’interessi fra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione. Che le vicende dell’economia — scoperte di materie prime, nuo­vi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche — abbiano una loro importanza, nessuno nega, ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori è assurdo: il fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell’eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico — lontano o vicino — agisce.

Negato il materialismo storico, per cui gli uomini non sarebbero che comparse della storia, che appaiono e scompaiono alla superficie dei flutti, mentre nel profondo si agitano e lavorano le vere forze direttrici, è negata anche la lot­ta di classe, immutabile e irreparabile, che di questa conce­zione economicistica della storia è la naturale figliazione, e so­prattutto è negato che la lotta di classe sia l’agente preponde­rante delle trasformazioni sociali. Colpito il socialismo in questi due capisaldi della sua dottrina, di esso non resta allora che l’a­spirazione sentimentale — antica come l’umanità — a una con­vivenza sociale nella quale siano alleviate le sofferenze e i dolori della più umile gente. Ma qui il fascismo respinge il con­cetto di «felicità» economica, che si realizzerebbe socialisticamente e quasi automaticamente a un dato momento dell’evoluzione dell’economia, con l’assicurare a tutti il massimo di be­nessere. Il fascismo nega il concetto materialistico di «felicità» come possibile e lo abbandona agli economisti della prima metà del ‘700; nega cioè l’equazione benessere-felicità, che converti­rebbe gli uomini in animali di una cosa sola pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla pura e semplice vita vegetativa.

Dopo il socialismo, il fascismo batte in breccia tutto il com­plesso delle ideologie democratiche e le respinge, sia nelle loro premesse teoriche, sia nelle loro applicazioni o strumentazioni pratiche. Il fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che que­sto numero possa governare attraverso una consultazione perio­dica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefìca degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com’è il suffragio universale.

Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano, men­tre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsa­bili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Questo spiega perché il fascismo, pur avendo prima del 1922 — per ragioni di contingenza — assunto un atteggiamento di tendenzialità repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su Roma, convinto che la questione delle forme politiche di uno stato non è, oggi, preminente e che stu­diando nel campionario delle monarchie passate e presenti, delle repubbliche passate e presenti, risulta che monarchia e repubblica non sono da giudicare sotto la specie dell’eternità, ma rappresentano forme nelle quali si estrinseca l’evoluzione politica, la storia, la tradizione, la psicologia di un determinato paese.

Il fascismo supera l’antitesi monarchia-repubblica sulla quale si attardò il democraticismo, caricando la prima di tutte le insufficienze, e apologizzando l’ultima come regime di per­fezione. Ora s’è visto che ci sono repubbliche intimamente reazionarie o assolutistiche, e monarchie che accolgono le più ardite esperienze politiche e sociali.

«La ragione, la scienza — diceva Renan che ebbe delle illumi­nazioni prefasciste, in una delle sue Meditazioni filosofiche —, sono dei prodotti dell’umanità, ma volere la ragione direttamente per il popolo e attraverso il popolo è una chimera. Non è necessario per l’esistenza della ragione che tutto il mondo la conosca. In ogni caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe attraverso la bassa democrazia, che sembra dover con­durre all’estinzione di ogni cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che la società esiste solo per il benessere e la libertà degl’individui che la compongono non sembra es­sere conforme ai piani della natura, piani nei quali la specie sola è presa in considerazione e l’individuo sembra sacrificato. È da fortemente temere che l’ultima parola della democrazia cosi, intesa (mi affretto in dire che si può intendere anche diversa­mente) non sia uno stato sociale nel quale una massa degene­rata non avrebbe altra preoccupazione che godere i piaceri ignobili dell’uomo volgare».

Fin qui Renan. Il fascismo respinge nella democrazia l’as­surda menzogna convenzionale dell’egualitarismo politico e l’abito della irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diver­samente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato, il fascismo potè da chi scrive essere definito una «democrazia organizzata, centralizzata, auto­ritaria».

Di fronte alle dottrine liberali, il fascismo è in atteggiamento di assoluta opposizione, e nel campo della politica e in quello dell’economia. Non bisogna esagerare — a scopi semplicemente di polemica attuale — l’importanza del liberalismo nel secolo scorso, e fare di quella che fu una delle numerose dottrine sbocciate in quel secolo, una religione dell’umanità per tutti i tempi presenti e futuri. Il liberalismo non fiorì che per un quin­dicennio. Nacque nel 1830 come reazione alla Santa Alleanza che voleva respingere l’Europa al pre-’89 ed ebbe il suo anno di splendore nel 1848 quando anche Pio IX fu liberale [questo nella personale lettura di Mussolini, alquanto surreale, NdR].

Subito dopo cominciò la decadenza. Se il ’48 fu un anno di luce e di poesia, il ’49 fu un anno di tenebre e di tragedia; La repubblica di Roma fu uccisa da un’altra repubblica, quella di Francia. Nello stesso anno, Marx lanciava il vangelo della religione del sociali­smo, col famoso Manifesto dei comunisti. Nel 1851 Napoleone III fa il suo illiberale colpo di stato e regna sulla Francia fino al 1870, quando fu rovesciato da un moto di popolo, ma in seguito a una disfatta militare fra le più grandi che conti la storia. Il vittorioso è Bismarck, il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione della libertà e di quali profeti si servisse. È sintoma­tico che un popolo di alta civiltà, come il popolo tedesco, abbia ignorato in pieno, per tutto il secolo XIX, la religione della libertà. Non c’è che una parentesi. Rappresentata da quello che è stato chiamato il «ridicolo parlamento di Francoforte», che durò una stagione. La Germania ha raggiunto la sua unità nazionale al di fuori del liberalismo, contro il liberalismo, dottrina che sermbra estranea all’anima tedesca, anima essenzialmente monar­chica, mentre il liberalismo è l’anticamera storica e logica del­l’anarchia. Le tappe dell’unità tedesca sono le tre guerre del ’64’ ’66, ’70, guidate da «liberali» come Moltke e Bismarck. Quanto’ all’unità italiana, il liberalismo vi ha avuto una parte assoluta­mente inferiore all’apporto dato da Mazzini e da Garibaldi che liberali non furono. Senza l’intervento dell’illiberale Napoleone, non avremmo avuto la Lombardia, e senza l’aiuto dell’illiberale Bismarck a Sadowa e a Sedan, molto probabilmente non avremmo avuto nel ’66, la Venezia; e nel 1870 non saremmo entrati a Roma.

Dal 1870 al 1915, corre il periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo accusano il crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo nella lette­ratura, dall’attivismo nella pratica. Attivismo: cioè nazionalismo, futurismo, fascismo. Il secolo «liberale» dopo avere accumulato un’infinità di nodi gordiani, cerca di scioglierli con l’ecatombe della guerra mondiale. Mai nessuna religione impose così im­mane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue? Ora il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi de­serti perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell’eco­nomia, il suo indifferentismo nella politica e nella morale con­durrebbe, come ha condotto, a sicura rovina gli stati. Si spiega con ciò che tutte le esperienze politiche del mondo contempo­raneo sono antiliberali ed è supremamente ridicolo volerle perciò classificare fuori della storia; come se la storia fosse una bandita di caccia riservata al liberalismo e ai suoi professori, come se il liberalismo fosse la parola definitiva e non più superabile della civiltà.

Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo vo­glia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l’anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L’assolutismo monarchico fu, e cosi pure ogni ecclesiolatria. Cosi «furono» i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro.

Il  concetto dì autorità fascista non ha niente a che vedere con lo stato di polizia. Un partito che governa totalitariamente una na­zione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferi­menti e confronti. Il fascismo dalle macerie delle dottrine libe­rali, socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire fatti acquisiti della storia, respinge tutto il resto, cioè il concetto di una dottrina buona per tutti i tempi e per tutti i popoli.

Ammesso che il secolo XIX sia stato il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia, non è detto che anche il se­colo XX debba essere il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Le dottrine politiche passano, i popoli restano. Si può pensare che questo sia il secolo dell’autorità, un secolo di «destra», un secolo fascista; se il XIX fu il secolo dell’indi­viduo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo «collettivo» e quindi il secolo dello stato. Che una nuova dottrina possa utilizzare gli elementi ancora vitali di altre dottrine è perfettamente logico.

Nessuna dottrina nacque tutta nuova, lucente, mai vista. Nes­suna dottrina può vantare una «originalità» assoluta. Essa è legata, non fosse che storicamente, alle altre dottrine che furono, alle altre dottrine che saranno. Cosi il socialismo scientifico di Marx è legato al socialismo utopistico dei Fourier, degli Owen, dei Saint-Simon; cosi il liberalismo dell’ ‘800 si riattacca a tutto il movimento illuministico del ‘700. Così le dottrine demo­cratiche sono legate all’Enciclopedia. Ogni dottrina tende a indirizzare l’attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma l’attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la trasforma, l’adatta alle nuove necessità o la supera. La dottrina, quindi, dev’essere essa stessa non un’esercitazione di parole, ma un atto di vita. In ciò le venature pragmatistiche del fascismo, la sua volontà di potenza, il suo volere essere, la sua posizione di fronte al fatto «violenza» e al suo valore.

Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fa­scismo lo stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono «pensabili» in quanto siano nello stato. Lo stato liberale non dirige il giuoco e lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si limita a registrare i risultati; lo stato fascista ha una sua consapevolezza, una sua volontà; per questo si chiama uno stato «etico».

Nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del regime io dicevo:

Per il fascismo lo stato non è il guardiano notturno che si oc­cupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini; non è nem­meno una organizzazione a fini puramente materiali, come quella di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo stato cosi come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della nazione e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore delle spirito del popolo cosi come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. È lo stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza im­manente della nazione. Le forme in cui gli stati si esprimono mutano, ma la necessità rimane. È lo stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sol­lecita all’unità; armonizza i loro interessi nella giustizia; tra­manda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel di­ritto, nell’umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elemen­tare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l’impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno i capitani che lo accrebbero di territorio e i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degl’individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto.

Dal 1929 a oggi, l’evoluzione economica politica universale ha ancora rafforzato queste posizioni dottrinali.

Chi giganteggia è lo stato. Chi può risolvere le drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo stato. Quella che si chiama crisi, non si può ri­solvere se non dallo stato, entro lo stato. Dove sono le ombre dei Jules Simon, che agli albori del liberalismo proclamavano che lo stato deve lavorare a rendersi inutile e a preparare le sue dimissioni? Dei MacCulloch, che nella seconda metà del secolo scorso affermavano che lo stato deve astenersi dal troppo governare? E che cosa direbbe mai dinnanzi ai continui, solle­citati, inevitabili interventi dello stato nelle vicende economiche, l’inglese Bentham, secondo il quale l’industria avrebbe dovuto chiedere allo stato soltanto di essere lasciata in pace o il tedesco Humboldt, secondo il quale lo stato «ozioso» doveva essere considerato il migliore?

Vero è che la seconda ondata degli economisti liberali fu meno estremista della prima e già lo stesso Smith apriva — sia pure cautamente — la porta agl’interventi dello stato nell’economia. Se chi dice liberalismo dice individuo, chi dice fascismo dice stato. Ma lo stato fascista è unico ed è una creazione originale. Non è reazionario, ma rivoluzionario, in quanto anticipa le soluzioni di determinati problemi universali quali sono posti altrove nel campo politico dal frazionamento dei partiti, dal prepotere del parlamentarismo, dall’irresponsabilità delle assemblee; nel campo economico dalle funzioni sindacali sempre più numerose e potenti sia nel settore operaio come in quello industriale, dai loro conflitti e dalle loro intese; nel campo morale dalla necessità dell’ordine, della disciplina, della obbe­dienza a quelli che sono i dettami morali della patria.

Il fascismo vuole lo stato forte, organico e al tempo stesso poggiato su una larga base popolare. Lo stato fascista ha rivendicato a sé anche il campo dell’economia e, attraverso le istituzioni corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello stato arriva sino alle estreme propaggini e nello stato circolano, inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione. Uno stato che poggia su milioni d’indi­vidui che lo riconoscono, lo sentono, sono pronti a servirlo, non è lo stato tirannico del signore medievale. Non ha niente di co­mune con gli stati assolutistici di prima o dopo l’ ’89. L’individuo nello stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, cosi come in un reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agl’individui margini suffi­cienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l’individuo, ma soltanto lo stato.

Lo stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere e a quella particolare religione positiva che è il  cattolicismo italiano. Lo stato non ha una teologia, ma ha una morale. Nello stato fascista la religione viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene, quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo stato fa­scista, non crea un suo «Dio» cosi come volle fare a un certo momento nei deliri estremi della Convenzione, Robespierre; né cerca vanamente di cancellarlo dagli animi come fa il bolsce­vismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio cosi com’è visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo.

Lo stato fascista è una volontà di potenza e d’imperio. La tra­dizione romana è qui un’idea di forza.

Nella dottrina del fa­scismo l’impero non è soltanto un’espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale o morale. Si può pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni senza bisogno di conquistare un solo chilo­metro quadrato di territorio. Per il fascismo la tendenza all’im­pero, cioè all’espansione delle nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è un segno di deca­denza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli che muoiono sono rinunciatari.

Il fascismo è la dottrina più adeguata a rappresentare le tendenze, gli stati d’animo di un po­polo come l’italiano che risorge dopo molti secoli di abbandono o di servitù straniera. Ma l’impero chiede disciplina, coordina­zione degli sforzi, dovere e sacrificio; questo spiega molti aspetti dell’azione pratica del regime e l’indirizzo di molte forze dello stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX e opporsi agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e sociali: non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine. Se ogni se­colo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mo­stra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conqui­stato le anime lo dimostra il fatto che il fascismo ha avuti i suoi caduti e i suoi martiri.

Il  fascismo ha oramai nel mondo l’universalità di tutte le dot­trine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano.

Dall’Archivio Storico Di Pietro. [IMPORTANTE] Approfondimenti da conoscere: L’opposizione magisteriale a fascismo, nazionalsocialismo, liberalismo e comunismo

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