Cocullo e il rito dei serpari

Foto di Angelo D'Aloisio
Foto di Angelo D’Aloisio

 

 

di Pietro Ferrari

 

 

Cocullo è un borgo del profondo Abruzzo che si trasforma nello scenario di un folklore popolare, antico e a tinte magiche. Barbarico e antimoderno, sfacciatamente ancestrale è il rito che già dalla caccia alle serpi di marzo sembra condurti nella misteriosa Asia, mentre gli zampognari con le loro cornamuse mediterranee ipnotizzano le orecchie dei pellegrini, all’improvviso rievocando le atmosfere musicali degli strapiombi di Scozia. Mondi lontanissimi, echi medievali. Domenico, un monaco benedettino che mille anni fa da Foligno veniva a fondare chiese, a scacciare demoni, a benedire campane contro le tempeste e a fare miracoli, a Trisulti fondò il monastero di S. Bartolomeo che raggiunse molta notorietà, fu riccamente dotato dagli abitanti dei Comuni vicini, come Collepardo, Guarcino, Vico, che Domenico poi visitò, esortandoli ad una vita intessuta di carità fraterna, penitenza e opere buone.

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Si incontrò con papa Giovanni XVIII, a cui chiese la protezione pontificia per le sue fondazioni. Grazie ad una donazione di un fondo, fatta dal conte Pietro Rainerio, signore di Sora (FR) egli poté costruire un monastero, che resterà per la sua importanza, legato al suo nome, stabilendovisi definitivamente. Si ammalò mentre intraprendeva un ennesimo viaggio per Tuscolo, ritornato indietro, morì a Sora il 22 gennaio 1031 e fu sepolto nella chiesa del monastero, dove è ancora conservato.

Secondo la tradizione locale, il santo cavandosi il dente e donandolo alla popolazione di Cocullo, fece scaturire in essa una fede che andò a soppiantare il culto pagano della dea Angizia, protettrice dai veleni, tra cui quello dei serpenti. La paura delle serpi, dai serpari ancora conservate nei cesti come fanno i pifferai indiani ma anche forse, come gli antichi erboristi marsi che preparavano antidoti, viene esorcizzata poi con la terra benedetta, raccolta nella grotta e sparpagliata vicino le case per allontanare il male, mentre coi denti viene tirata la fune della campanella per allontanare il dolore.

Esce la statua di San Domenico avvolta da un centinaio di serpi che si aggrovigliano attorno alla testa, con il timore dei fedeli che le serpi possano coprire il volto del santo come cattivo auspicio. Tra leggende e suggestioni, il santo era circondato da orsi che lo difendevano e da lupi a cui ordinò di mollare un bimbo trascinato via per il pasto. Giuseppe Celidonio, storico, raccontava come:

…mentre avvenivano i miracoli, il preposito di Monte Cassino, sentita la gran santità di padre Domenico, gli mandò due monaci con molti pesci ma arrivati presso il monastero con passo affrettato, l’antico inimico dell’uman genere mise loro in cuore di rubare quei pesci; e quattro dei più grossi nascosero tra certe caverne di pietra. Pervenuti al monastero, il Santo aprì loro la porta benignamente accogliendoli: ‘Prima cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutto vi sarà messo innanzi’ e baciatili, li condusse alla refezione. Quivi li trattenne due giorni e quando se ne andarono, il Santo disse che non si avvicinassero affatto alla caverna ove avevano nascosto i pesci, perché si erano tramutati in serpenti. E con loro, rimasti storditi, inviò due frati che portavano il suo bastone. Arrivati al luogo trovarono giusta come il Santo aveva detto, dei serpi. Tosto li toccarono col suo bastone, e tornarono pesci, in suam rediere naturam. E toltili dalla caverna, tosto li portarono al B. Domenico.

Nella cronaca dell’anno 1104 degli Annales Ceccanenses, si narra che il giorno 22 agosto 1104, papa Pasquale II, in visita a Sora “ELEVO’ AGLI ONORI DEGLI ALTARI” l’abate Domenico, dedicandogli la chiesa del monastero fondato sulle rive del fiume Liri, a sud della città. Fu una santificazione “per acclamazione popolare” per un instancabile monaco che aveva dato tutto se stesso per la riforma della Chiesa della sua epoca e per il progresso sociale di sperdute aree dell’Italia centrale. Il rito dei serpari è una festa antichissima e dalle origini incerte, avvolte da un clima assolutamente unico che rievoca il senso del sacro e del male, di una fede semplice, violenta e devota, di una vita durissima e piena di insidie, di animali che mordono e uccidono, di un cattolicesimo che plasma coi miracoli le ritualità del paganesimo preromano. Una festa che il turismo di massa ancora non riesce a plastificare.

 

 

Un commento a "Cocullo e il rito dei serpari"

  1. #Pierfrancesco Palmisano   3 maggio 2015 at 10:32 am

    L’anno prossimo andiamoci!

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