Sulle collaborazioni interne al ‘movimento di resistenza’ al neomodernismo

Note sulle collaborazioni interne al “movimento di resistenza”
al neomodernismo

di Andrea Giacobazzi

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Lettre à quelques évêques sur la situation de la Sainte Église

 

[Con questo articolo inizia una serie di approfondimenti, a cura di vari redattori di RS, sulle principali forme di “resistenza” alla rivoluzione conciliare]

 

  1. Il sedevacantismo è scismatico?

Diversi anni fa – parliamo dell’epoca di Giovanni Paolo II – il superiore del distretto statunitense della FSSPX, Fr. Peter R. Scott, rispose a mo’ di catechismo a diverse questioni scottanti per i cattolici, oggi il testo è reperibile sul sito archives.sspx.org.

Uno dei temi analizzati era quello del cosiddetto “sedevacantismo” (sull’uso e sul significato di questa parola si parlerà in seguito). Alcune domande in particolare andavano ad approfondire l’oggetto della discussione: “Is a sedevacantist to be considered a non-Catholic? Do sedevacantists really love the Church? Do they not judge Pope John Paul II personally, as they say?”.

Se nelle argomentazioni del sacerdote era facile riscontrare un fermo ammonimento rispetto alla dichiarazione della “vacanza della Sede” era anche possibile leggere espressioni di apertura pratica:

However, given the present confusion of the Church and the fact that we are obliged by our Faith to refuse so many of the liberal, ecumenical statements of Pope John Paul II, it is not necessarily obvious that a sedevacantist actually refuses to submit to the authority of the Sovereign Pontiff, and that he is consequently a schismatic[1].

Pur senza nominare le varie “scuole” del sedevacantismo, si aggiungeva:

There are other sedevacantists, who do not hold their opinion as a question of Faith, but just as a private opinion, and who do not condemn other traditional Catholics who do not share their opinion. On account of the confusion of the present crisis and the fact that they do not refuse communion with Catholics who have the true Faith, it is not unreasonable to hold that such persons are not formally schismatic[2].

Se dunque lato sensu non si consideravano necessariamente scismatici i sedevacantisti, a maggior ragione si dava luogo ad una apertura rispetto ad alcuni settori.

Ciò da cui personalmente mi permetto di dissentire nella descrizione generale che si faceva del sedevacantismo sono alcuni riferimenti al presunto “giudizio personale” verso chi sedeva sul Trono di Pietro e le accuse, abbastanza esplicite, di mentalità protestante. Oltre a questo non mi sento di concordare con una possibile interpretazione di “private opinion”. Ogni opinione tende naturaliter ad avere rilevanza pubblica, se dunque – come credo – “private” è inteso nel senso di “propria”, “personale”, la cosa è più che sottoscrivibile, altro discorso sarebbe se invece fosse da tradursi come “non pubblico”.

Prendendo le mosse dal testo appena analizzato risulta tuttavia opportuno specificare qualcosa in più sull’argomento primario di queste righe.

Il “sedevacantismo” non è un blocco unitario ma si differenzia in modo significativo al suo interno. Spesso alcune descrizioni approssimative e semplicistiche tendono a fare confusione e ad esagerare il ruolo di alcune sue frange tanto colorite quanto insignificanti. È il caso del cosiddetto conclavismo, spesso mediaticamente sopravvalutato e generalmente sovradimensionato. I cosiddetti conclavisti – ovvero coloro i quali hanno visto la necessità di indire un Conclave ed eleggere un proprio pseudo-Papa –  rappresentano una parte minimale, talvolta da inserire nel novero delle materie inerenti la psichiatria, più di quanto non lo possa essere in quello delle posizioni teologiche. Sebbene alcuni conclavisti derivino la necessità di convocare un “Conclave” dal fatto che la Sede sia “totalmente” vacante, va detto che il mondo del cosiddetto totalismo sedevacantista ha ben poco a che spartire con questi eccessi. Il totalismo,  che appunto deriva il nome con cui viene generalmente definito dalla convinzione della totale vacanza della Sede, rappresenta i sedevacantisti più “estremi” che si distinguono in questo dai tesisti, ovvero i sostenitori della Tesi di Cassiciacum, per la quale – pur ritenendo formalmente vacante la Sede Apostolica – si riconosce come coloro i quali si sono succeduti sul Trono di Pietro (almeno da Paolo VI) siano Papi (solo) materialiter. In senso proprio il tesismo  non è pienamente sedevacantista, ma per semplicità risulta opportuno inserirlo in questa categoria[3]. Esistono poi (o sono esistite) varie forme di sedevacantismo più o meno mitigato, o di filosedevacantismo: valga per tutti il caso di Mons. Antonio de Castro Mayer, vescovo brasiliano che – anche simbolicamente – è passato alla storia come il massimo sodale di Mons. Lefebvre.

Ovviamente, avendo riassunto in poche righe vicende e gruppi che si sono sviluppati nell’arco di decenni, ho certamente fatto torto alla complessità della situazione, sperando di non aver troppo compresso la verità dei fatti. L’uso di definizioni sintetiche, se da un lato semplifica in maniera forse eccessiva, dall’altro risulta necessario per lo sviluppo del testo.

 

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La rivista “Forts dans la FOI” di Padre Barbara

 

  1. Contatti tra parti distinte

Se dunque nelle prime righe abbiamo visto un esempio di come la FSSPX si sia posta rispetto al sedevacantismo risulta curioso volgere lo sguardo a come in diversi luoghi ed in diverse epoche, vari segmenti del sedevacantismo abbiano agito rispetto ad altre realtà del movimento di resistenza agli errori del neomodernismo. Gli esempi di aperture e contatti – quando non di consistenti collaborazioni – sono certamente molti e di grande interesse. Va detto che qui non si vuole fare la storia completa delle relazioni intercorse ma, come annunciato dal titolo, volgere l’attenzione alla parte “positiva” degli scambi, a tal proposito risulta onesto sottolineare come ciò che abbiamo citato nel primo paragrafo non sia necessariamente rappresentativo di un approccio uniforme rispetto agli ultimi decenni, valga per tutti l’esempio della polemica avutasi in Italia in seguito al Dossier sul sedevacantismo pubblicato dalla FSSPX e la conseguente risposta dell’IMBC (Tesi di Cassiciacum): si citerà da questo secondo dossier un passaggio importante per ciò che interessa questo argomento.

Per approcciare il discorso generale va sottolineato innanzitutto come lo stesso Mons. Lefebvre non mancò in alcune circostanze di concedere qualcosa ai sostenitori della vacanza della Sede. Il 4 agosto 1976 Le Figaro riportò questa sua affermazione:

Come può un Papa, un vero successore di Pietro, garantito dall’assistenza dello Spirito Santo, presiedere alla distruzione della Chiesa […]? A questa domanda bisognerà pur rispondere un giorno.

Vero che non si trattava di una definizione certa, vero che il tutto era declinato al futuro, ma certamente la questione fu posta. Una ulteriore conferma, che tra l’altro ribadisce quanto discusso nelle prime righe, è fornita dall’omelia di Pentecoste che don Floriano Abrahamowicz (sedevacantista) tenne nel 2010, un anno dopo la sua espulsione dalla FSSPX e la fondazione della sua Domus:

La proclamazione ufficiale della sede vacante non ha avuto luogo, non c’è stata. Ecco perché non la si può imporre pubblicamente e ufficialmente. E non intendo farlo. Personalmente però usufruisco della facoltà concessa da Monsignore Lefebvre di non nominare l’attuale detentore del soglio pontificio nel Canone della Santa Messa. Ma oltre a non nominarlo prego che questa Sede si liberi dall’occupazione modernista, che i falsi papi siano destituiti e che Dio ci conceda un vero Papa[4].

Tentando di sviluppare il discorso con ordine va detto che nell’ambito del “movimento di resistenza” al modernismo oltre alle componenti totaliste, tesiste, sedevacantiste mitigate, lefebvriste va aggiunta – seppur spesso inefficace – la resistenza interna offerta dai vari cardinali Palazzini (che si impegnò energicamente per la celebrazione pubblica della Santa Messa nella Città Eterna), Siri, Bacci e Ottaviani ed altri; con essi di alcuni vescovi e molti sacerdoti che a vario titolo opposero le loro forze al dilagare del liberalismo conciliare. Non è troppo noto che la parte dottrinale del Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, presentato appunto dai cardinali Bacci e Ottaviani, fu scritta dal padre Guérard des Lauriers O.P., fine teologo domenicano. A causa di questo suo contributo perse la cattedra che aveva alla Lateranense: sarà l’elaboratore negli anni ‘70 della già nominata Tesi di Cassiciacum.

Lo stesso Mons. de Castro Mayer che, come accennato, anche nell’iconografia, è principalmente ricordato nelle foto che lo raffigurano a fianco di Mons. Lefebvre alle consacrazioni del 1988, era di orientamento sedevacantista: forse “prudente” ma mai al punto di emarginare i “sedevacantisti”. A Ecône, poco prima delle consacrazioni, riferì all’abbé Schoonbroodt:

Monsieur le Curé, nous n’avons pas de Pape, car il est impossible que celui qui a organisé la rencontre inter-religieuse à Assise soit vicaire de N. S. Jésus-Christ[5].

Anni addietro, nel gennaio 1983, appoggiò l’iniziativa dei tesisti consistente nella Lettre à quelques évêques sur la situation de la Sainte Église. Pare che queste iniziative non fossero affatto gradite da Mons. Lefebvre.

Arai Daniele (sedevacantista totalista), uno dei massimi collaboratori del vescovo brasiliano in una intervista ribadì:

L’importante è ricordare è che Mons. de Castro Mayer vedeva definita da tempo la questione che considerava la più importante per la Chiesa oggi, quella dell’autorità legittima. Altrimenti, come spiegare che i suoi amici più stretti erano giustamente il tomista Pacheco Salles, l’editore Roberto Gorostiaga, il filosofo Homero Johas, io, e altri che domandavano un Suo chiarimento a proposito? Il fatto innegabile è che Mons. de Castro Mayer appoggiava iniziative di libri, riviste e testimonianze nel senso indicato. Lettre à quelques évêques, è uno studio sulle eresie conciliari i cui autori erano apertamente “sedevacantisti”, eppure Mons. de Castro Mayer fu il presentatore del lavoro, perché voleva che si ponesse il problema della crisi nell’Autorità e si discutesse apertamente e chiaramente di esso[6].

Ancora precedente alla Lettre à quelques évêques è il sostegno che il vescovo brasiliano diede allo studio di  Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, intitolato La nouvelle Messe de Paul VI: Qu’en penser? (traduzione francese per conto di Diffusion de la Pensée Française, Chiré-en-Montreuil 1975, pubblicata in versione originale – portoghese – nel 1970). Lo studio, seppur non ponendo il tema in modo centrale, era orientato a riflettere anche sulla questione del “Papa eretico”, ponendo la possibile soluzione più nell’opzione che vedrebbe il soggetto in questione “già deposto” [depositus] che non “da deporre” [deponendus], volgendosi dunque verso una sorta di semi-totalismo, non definitivo e non vincolante.

Il vescovo brasiliano morì nel 1991 – poco dopo l’amico Mons. Lefebvre – rifiutando di riconciliarsi con “Roma”, il suo successore a Campos – Mons. Licínio Rangel – fu consacrato vescovo da Mons. Bernard Tissier de Mallerais, assistito da Mons. Alfonso de Galarreta e da Mons. Richard Williamson, tutti e tre membri della FSSPX. In seguito, nel 2002, Rangel arrivò ad un accordo con la commissione Ecclesia Dei e si sottomise a Giovanni Paolo II.

Mons. de Castro Mayer alle consacrazioni del 1988
Mons. de Castro Mayer alle consacrazioni del 1988

 

Diverso, per storia e per sviluppi successivi, rispetto a quello di Mons. de Castro Mayer – ma non meno significativo – è il caso del già citato don Floriano Abrahamowicz, il quale dopo essere stato espulso dalla FSSPX nel 2009, fondò la Domus Marcel Lefebvre, di orientamento chiaramente sedevacantista ma estremamente legata in termini simbolici – e lo si riscontra già dal nome – alla memoria dell’Arcivescovo francese. Continuando a citare l’omelia di Pentecoste 2010 (primo anniversario di fondazione) tenuta da don Floriano si può leggere:

Questa è una situazione nuova, quella che fa sì  che senza una dichiarazione ufficiale di sede vacante (i teologi prevedevano che sia fatta da cardinali, cioè dalla sanior pars della Chiesa insegnante, non da uno o due soli vescovi) siamo portati a non poter in coscienza nominare nel canone della S. Messa l’attuale detentore della Santa Sede. È una situazione nuova come quella del 1988 quando Monsignore Lefebvre era costretto dalla necessità a consacrare quattro vescovi. Durante quella indimenticabile cerimonia, alla domanda del vescovo consacratore rivolta all’assistente presbiterale: avete il mandato (apostolico)? La risposta fu: sì. Un “sì” riportato da tutte le televisioni mondiali in diretta, mentre Giovanni Paolo II disse: no. E per protesta si mise pure a digiunare. Nessun canone prevedeva questa situazione nelle sue particolari circostanze. Ma la legge prevede che in situazioni non previste si agisca secondo analogia, cioè come in casi simili. E così è stato fatto. E così faccio anche io oggi. Non essendoci stato una dichiarazione ufficiale della sede vacante non faccio della celebrazione senza “una cum” un criterio indispensabile per la professione della fede cattolica[7]

Con le “mutazioni ecclesiali” che continuamente si susseguono tra le mura vaticane, non possiamo essere certi che oggi queste parole sarebbero affermate nella stessa forma del 2010 ma dalle righe appena citate, oltre ad emergere elementi interessanti riguardanti la prassi pastorale proposta, non si può non notare come venga confermato il carattere catalizzante dell’opera di Mons. Lefebvre, il cui operato – pur talvolta non lineare sotto l’aspetto delle dichiarazioni e delle prospettive – risulta aver avuto un ruolo imprescindibile per l’accelerazione avuta dal grande “movimento di resistenza” attorno alla metà degli anni ’70. Contestualmente appare comprensibile che da più parti si ritenga plausibile che lo stesso Mons. Lefebvre, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe dichiarato la “Sede Vacante”.

Pur non riconducibile alle posizioni appena illustrate, un interessante contributo al tema che si sta trattando ce lo offre il numero speciale di Sodalitium n. 56, settembre 2003, “Risposta al dossier sul sedevacantismo”, cui volentieri rimando per approfondire altri passaggi della questione. Si perdonerà la lunghezza della citazione, ma data la densità dei contenuti appare opportuno riportare un ampio estratto:

Anche se ancora il 22 giugno 1976 Mons. Lefebvre si dichiarava “in piena comunione di pensiero e di fede” con Paolo VI, la sospensione a divinis inflittagli il 22 luglio da quest’ultimo dopo le ordinazioni del 29 giugno, spinsero il Vescovo francese a dichiarare in luglio che la “chiesa conciliare” era una chiesa scismatica e ipotizzare pubblicamente in agosto la vacanza della Sede apostolica. È evidente che – in questi frangenti – i sedevacantisti non potevano che essere in prima fila tra i sostenitori di Mons. Lefebvre, la cui popolarità “sale alle stelle” in quel periodo (Tissier, p. 515). Padre Guérard, professore a Ecône, Padre Barbara nella rivista Forts dans la Foi, persino i sedevacantisti messicani, sostengono Mons. Lefebvre, al punto che il parroco della Divina Provvidenza ad Acapulco, padre Carmona (che sarà consacrato nel 1981 da Mons. Thuc) fu scomunicato dal suo Vescovo per aver celebrato una Messa in sostegno di Mons. Lefebvre l’8 dicembre 1976. La collaborazione tra i sedevacantisti e la Fraternità di Mons. Lefebvre fu compromessa dalle trattative tra quest’ultimo e Paolo VI/Giovanni Paolo II. Già alla Messa di Lille del 29 agosto 1976, dove pure Mons. Lefebvre ebbe parole durissime verso i riformatori (preti bastardi, messa bastarda), egli invocò una udienza presso Paolo VI per poter fare “l’esperienza della tradizione” (Tissier, pp. 517-518). L’udienza fu accordata l’11 settembre 1976, e nel maggio successivo il Card. Seper, incaricato da Paolo VI, iniziò i colloqui col Vescovo tradizionalista. In quel periodo (febbraio 1977) la posizione sul Papa fu quella poi pubblicata nel libro Il colpo da maestro di Satana: la Sede vacante era una ipotesi possibile, alla quale era preferita la posizione di Paolo VI Papa legittimo ma liberale. Ed è proprio nel 1977 che vengono discretamente allontanati da Ecône i due principali sostenitori francesi del sedevacantismo: Padre Barbara (la cui rivista Forts dans la Foi sarà vietata in seminario dopo la pubblicazione del n. 51 del novembre 1977) e Padre Guérard des Lauriers, che non fu più invitato a tenere le sue lezioni a Ecône dopo aver predicato gli esercizi per i seminaristi nel settembre 1977. Malgrado ciò, sia Padre Barbara nella sua rivista, sia Padre Guérard continuarono a sostenere Mons. Lefebvre (Padre Guérard inviò persino a Ecône, nel 1978, i suoi giovani domenicani, cf. Tissier, p. 549)[8].

A questi nomi si potrebbe affiancare, per altri versi, quello dell’abbè Coache (lo si fa nello stesso numero di Sodalitium in pagine diverse). A ciò si aggiunga che padre Carmona, citato poco fa, condivise con padre Zamora (che pure sarà consacrato vescovo da Mons. Thuc nel 1981) e con il gesuita Saenz y Arriaga, l’esperienza della Unión Católica Trento. Saenz y Arriaga, cresciuto nel Messico intriso dello spirito Cristero, fu un vero pioniere non solo del sedevacantismo ma dell’intero “movimento di resistenza” al modernismo conciliare, avendo iniziato ad agire già negli anni ’60.

Sáenz y Arriaga nel 1966
Sáenz y Arriaga nel 1966

 

  1. Come nani sulle spalle dei giganti

Seppure distante, in termini tanto umani quanto spazio-temporali, la stessa esperienza di Radio Spada, fondata e gestita con le limitate forze di un gruppo di laici, è un esempio di come anche in contesti molto differenti siano possibili contatti tra le diverse parti della resistenza. Sebbene gli aderenti al progetto lo abbiano fatto a titolo squisitamente personale, senza alcuna pretesa di rappresentare gli istituti religiosi di riferimento e senza ritenere di poter anche solo imitare le figure illustrate in queste righe, si è riuscito a costituire, in campo editoriale, qualcosa – si perdoni il gioco di parole – di “inedito” per lo scenario italiano degli ultimi anni. Essendo stato il sottoscritto, parte attiva sia nella fondazione che nella gestione ordinaria delle attività di questo esperimento, non è possibile aggiungere molto altro senza perdere il proposito di mantenere un approccio sine ira ac studio. Va detto tuttavia che anche in questo ultimo esempio (sia in ordine cronologico che in orine all’impatto sociale) in nulla si è voluto prevaricare gli approcci dei singoli aderenti e che lo stesso uso del termine radiospadismo, ha più del goliardico che dell’effettivo, se non nella misura in cui attacchi esterni hanno determinato un rafforzamento dell’amicizia che preesisteva e che ha contribuito a fondare il tutto.

  1. Brevi conclusioni

Questo breve studio non ha quindi la pretesa di essere esaustivo, probabilmente una vasta tradizione orale potrebbe portarci aneddoti sia nella direzione da me indicata, sia in una direzione opposta e contraria. Son comunque riflessioni che sottopongo ai lettori più interessati e più consapevoli per trarne suggerimenti o critiche, stimoli o distinguo, nella consapevolezza che stiamo combattendo una devastante rivoluzione eversiva che scava e distrugge non solo nelle strutture ecclesiali ma soprattutto nelle anime, che divora i rapporti umani e polverizza la societas cristiana. Per questo è importante far chiarezza su modalità e limiti (in alcuni casi invalicabili) della collaborazione tra coloro i quali si sforzano di conservare la Fede in questi tempi di apostasia fragorosa e inavvertito trasbordo ideologico.

***

[1] Distretto USA della FSSPX, Catholic FAQs, Theological:

http://archives.sspx.org/Catholic_FAQs/catholic_faqs__theological.htm

[2] Ibidem.

[3] Mi permetto di aggiungere qualcosa in più sulla “Tesi di Cassiciacum”, ovviamente senza pretesa di completezza. Credo si possa dire, secondo questa prospettiva, che l’eletto al Pontificato, all’atto dell’accettazione, a causa dell’assenza dell’intenzione oggettiva (e abituale, come si vedrà) di realizzare il bene della Chiesa, ponga un obex che gli impedisce di diventare Papa formalmente. Dunque l’eletto non sarà Papa formaliter (non lo sarà coram Deo), ma lo sarà solo materialiter, (ovvero solo coram lege Ecclesiæ). Questa prospettiva precede e supera il tema del cosiddetto “Papa eretico”, in quanto l’eletto non è Papa formalmente (lo può però diventare rimuovendo l’obex), dunque il tema del “depositus” – “deponendus” non è posto, almeno fino alla dichiarazione dell’eresia formale in seguito ad un rifiuto pertinace di una monizione mossa almeno da un vescovo residenziale o da un cardinale.

[4] don Floriano Abrahamowicz, Omelia ai “tradizionalisti perplessi”, Pentecoste, 23-5-2010, pubblicato in www.agerecontra.it; ripreso in http://www.domusmarcellefebvre.it/pentecoste-2010.html

[5] Virgo Maria, Newsletter N°44, 14 juillet 2008: Mgr Fellay consacré par un évêque sédévacantiste : Mgr de Castro-Mayer. Visibile in: http://virgo-maria.info/wordpress/2008/07/14/mgr-fellay-consacre-par-un-eveque-sedevacantiste-mgr-de-castro-mayer/

[6] Intervista esclusiva al Prof. Arai Daniele: L’eredità spirituale di Mons. De Castro Mayer, Agere Contra, sine data.

[7] Riporto per completezza, anche se non strettamente inerente con il tema di questo articolo, un pezzo del discorso successivo: “Ecco cari fedeli, queste cose Ve le dico perché voglio che capiate bene la linea che intendo tenere qui alla domus Marcel Lefebvre. Sono convinto di attenermi alla linea tracciata dal nostro venerato fondatore. Ma visto che il problema è molto più grande della sola sede vacante e dato che la confusione è anche molto grande non intendo porre la sede vacante come criterio primo ed esclusivo della buona battaglia oggi. Categorico è il rifiuto del Concilio Vaticano II, della Chiesa conciliare con l’insegnamento modernista e i sacramenti modernisti in special modo il  Novus Ordo e quella specie di rito straordinario che è teologicamente la cena protestante travestita da Messa tridentina. Non dimentichiamo: anche Lutero da protestante fece ancora celebrare secondo il rito chiamato dalla chiesa modernista “straordinario”. [don Floriano Abrahamowicz, Omelia ai “tradizionalisti perplessi”, Pentecoste, 23-5-2010, pubblicato in www.agerecontra.it;

ripreso in http://www.domusmarcellefebvre.it/pentecoste-2010.html]

[8] Don Francesco Ricossa, Risposta al numero speciale de La Tradizione Cattolica sul sedevacantismo (n. 1/2003, 52), in  Sodalitium, n.56, Numero Speciale: risposta al Dossier sul Sedevacantismo, Anno XIX, n. 2,  settembre 2003.

4 Commenti a "Sulle collaborazioni interne al ‘movimento di resistenza’ al neomodernismo"

  1. #Mardunolbo   19 maggio 2015 at 10:07 pm

    E’ così che si va avanti nella resistenza cattolica per diffondere la conoscenza dell’apostasia nella chiesa conciliare !

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  2. #Petros   21 maggio 2015 at 12:27 pm

    Si può agire assieme se si è d’accordo almeno sul principale…

    http://www.cattolicesimo.com/2014/12/03/8/

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  3. Pingback: Il naufragio del Poseidon e la crisi della Chiesa

  4. #bbruno   11 settembre 2016 at 4:32 pm

    sì, il sedevacantismo è scismatico dalla falsa chiesa conciliare, quindi è e rimane nella Chiesa cattolica!

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