Incarnazione, Ascensione, Pentecoste. Il commento liturgico di Mattia Rossi

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di Mattia Rossi

 

La scomparsa del gregoriano dalla liturgia (che, per inciso, ritengo del tutto naturaliter all’essenza della nuova Messa, chiamiamola Messa…) non ha avuto solamente tremende ricadute sulla qualità della musica sacra, ma ha anche, soprattutto, contribuito alla totale scomparsa di quei rimandi teologici tra i repertori delle diverse festività che, il calendario tradizionale, veicola.

Noi – cattolici fortunatamente raccolti sotto quest’insegna fondamentalista, integralista, antisemita, e chipiùnehapiùnemetta che è RS – abbeverandoci alla vero Santo Sacrificio dell’Altare, questi “incastri” liturgici li abbiamo ancora a disposizione. Per questo, mi permetto solamente di agevolarne la comprensione richiamando un particolare trittico che si presenta ai nostri occhi in queste settimane.

Per farlo, però, come spesso accade, bisogna girovagare un po’ nell’anno liturgico per ricomporre il puzzle gregoriano. E allora, facciamo un salto all’indietro e finiamo nientemeno che al giorno di Natale.

 

ET INCARNATUS EST

L’evangelista Luca, al capitolo secondo del suo vangelo, racconta dell’angelo del Signore che, presentatosi davanti a un gruppo di pastori, diede l’annuncio della nascita del Salvatore. E lo fece indicando un «segno» dicendo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce» (Lc 2,12).

Un bambino è il «segno». Ed è proprio il bambino che l’introito della Messa del giorno di Natale Puer natus intende celebrare: tutto il brano, infatti, ha un unico polo di attrazione, materializzato in un intervallo di quinta, che è posto proprio sulla parola iniziale «Puer». E’ come se il gregoriano traducesse per noi in musica quel passo evangelico: quella parola così sottolineata e amplificata è per noi il “segno” per comprendere il corretto senso della celebrazione.

Il Natale, infatti, ricorda la kenosis di Cristo, celebra un Dio abbassato che, assumendo la debole natura umana, si fa bambino. Nell’immagine del bambino si riassume l’intero mistero dell’Incarnazione: il Verbo che si fa carne, un Dio che si fa uomo e si carica di tutte le nostre debolezze per redimerci. Ecco perché tutto il brano ha come unica parola di riferimento puer, la quale viene cantata tutta allargata (e le due scuole notazionali degli antichi codici manoscritti sono concordi: un pes angoloso per la sangallese e un pes disgregato per la metense).

Questa premessa non è altro che il primo “quadretto” del nostro trittico. Vediamo gli altri due che, dal primo, dipendono.

 

ET ASCENDIT IN CAELUM

Giovedì scorso abbiamo celebrato la solenne Ascensione al cielo di Nostro Signore. E’ la festa, se vogliamo semplificare un pochino, diametralmente opposta al Natale: non contrapponiamo, qui, come si potrebbe fare di primo acchito, Natale e Pasqua, ovvero nascita/passione e morte. No, qui ci concentriamo quasi sul “luogo” di provenienza del Figlio, il Cielo: la “contrapposizione” che richiamiamo è tra discesa e ascesa, tra Natale, appunto, e Ascensione.

E’ esattamente questo, infatti, il parallelo che instaura il canto gregoriano: nell’offertorio dell’Ascensione, Ascendit Deus, per ben due volte il compositore inserisce lo stesso intervallo melodico di quinta che aveva posto su «puer» di Puer natus. E, per di più, la seconda volta lo fa sulla parola «Dominus»: il «puer» che è divenuto «Dominus», è la stessa Persona, prima bambino indifeso poi glorioso trionfatore sulla morte, che viene caratterizzata da un medesimo segnale melodico.

A noi moderni, naturalmente, può sembrare un collegamento un po’ macchinoso e non immediato, frutto solamente di studio o di attenta ricerca, ma dobbiamo pensare che, invece, per il monaco medievale, il cui impegno (“pastorale”, ovviamente) era la ruminatio della Parola di Dio affinché potesse adeguatamente venir musicata, questi rimandi erano del tutto naturali e immediati. Per un cantore che cantava (o un fedele che ascoltava, passivamente, ovviamente) il «Dominus» dell’offertorio d’Ascensione era del tutto immediato e naturale pensare a quel «puer» la cui discesa sulla terra aveva celebrato nell’inverno, a Natale.

 

DESCENDIT DE CAELIS

Quale potrà essere la terza e ultima tappa se non la Pentecoste, ovvero quando Dio, dopo esser disceso con Suo Figlio Gesù Cristo, ridiscende sulla terra in forma di Spirito Santo, terza persona della SS. Trinità? Il communio di Pentecoste Factus est repente, il brano che appunto narra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, si apre con la stessa formula d’intonazione dell’introito natalizio Puer natus, il brano della prima discesa sulla terra di Cristo.