Se un uomo cade … Le opere e i giorni di “Baron Corvo”

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A naturale completamento del suo precedente articolo sull'”Adriano VII” di Frederick William Rolfe (http://radiospada.org/2015/04/se-baron-corvo-diventasse-papa), Luca Fumagalli ci manda un notevole articolo sulla vita del discusso e chiaroscurale scrittore. 

«Preghiamo per il suo eterno riposo»

«Ma come, era davvero così stanco?»

(F. Rolfe)

 

Per i vicoli della Venezia di inizio ‘900, magistralmente descritta da Thomas Mann in uno dei suoi migliori romanzi, si aggirava uno strano inglese sulla cinquantina che, per abiti e portamento, pareva la personificazione della città stessa. Nei vestiti, eleganti nel taglio ma ormai logori e sdruciti, vi era il segno di un’antica gloria che aveva ormai lasciato il passo alla trascuratezza. Sigaretta tra le labbra, occhiali, fronte alta che denunciava una calvizie incipiente, si atteggiava a dandy facoltoso anche se, in realtà, nelle sue tasche non vi era il becco di un quattrino. Si diceva fosse uno scrittore, ma nessuno, nemmeno i membri della colonia britannica della laguna, aveva mai letto un suo libro. Viveva d’espedienti, e i pochi soldi che generosamente gli venivano prestati li spendeva con una velocità tale che la notte, il più delle volte, doveva rinunciare al confortevole materasso di una stanza d’albergo per trascorrerla in una sudicia gondola. La solitudine e la tristezza, lo sapeva bene, presto lo avrebbero condotto alla morte.

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Per scalfire una biografia paradossale e a tratti impenetrabile come quella di Frederick William Rolfe (1860-1913) occorre partire da una domanda piuttosto radicale: come porsi nei confronti di un peccatore recidivo, di uno che ha fatto di tutta la sua esistenza un clamoroso sbaglio? Perché la vita di Rolfe – noto soprattutto con lo pseudonimo letterario di “Baron Corvo” – si compendia in una tragedia dell’abiezione e del sublime, uno spettacolo di umana fragilità ambientato tra le quinte del sincero affetto per la Chiesa cattolica e dei bassi istinti carnali.

Rolfe non abbandonò mai quella fede a cui si era convertito all’età di ventisei anni e che gli costò diverse incomprensioni in famiglia. Forse, almeno all’inizio, fu solo un’infatuazione superficiale, determinata dall’amore per la lingua latina e per le belle liturgie cattoliche che già avevano commosso artisti coevi del calibro di Joris Karl Huysmans, Francis Thompson, Ernest Dowson, Lionel Johnson e molti altri; ben presto, però, il fragile sentimento degli esordi si trasformò in un’ accettazione completa e irrinunciabile del Cristo. Così scriveva al fratello Herbert in una lettera datata 15 marzo 1905: «Nonostante tutto, se non fossi cattolico non sarei niente».

D’altro canto, i suoi comportamenti pubblici suscitarono a più riprese riprovazioni e scandalo. Omosessuale e pederasta, condiva gli eccessi con un carattere difficile, naturalmente portato all’ostinazione, all’ingratitudine e all’arroganza. Ebbe diversi amici, ma nessuno di questi gli fu accanto per molto tempo. Riuscì persino a inimicarsi un carattere mite e cordiale come quello di R. H. Benson, con cui aveva in progetto di scrivere una biografia di San Tommaso Becket, per non parlare poi dei numerosi benefattori che non videro mai ricambiata la loro generosità se non con insulti e vili attacchi. Quando tentò di diventare sacerdote – il che accadde immediatamente dopo la conversione – dovette subire l’onta dell’allontanamento sia dal seminario di Oscott che dal Collegio scozzese a Roma. Naturalmente Rolfe lesse il fatto come un affronto personale, un’ingiustizia perpetrata ai danni di un debole novizio che, in realtà, dovette apparire ai superiori piuttosto bizzarro, troppo estetizzante e inabile a uno studio serio e costante.

La stessa passione disordinata che ne caratterizzò la condotta morale, si ritrova anche nella sua carriera di artista. Prima tentò la via della pittura, poi quella della fotografia – sperimentando anche nuove soluzioni con obiettivi di sua invenzione e giochi cromatici inediti – e, infine, approdò alla letteratura. Esordì come collaboratore della rivista «Yellow Book», il periodico del decadentismo inglese, con alcune novelle, poi raccolte e pubblicate nel 1898 con il titolo I racconti di Toto. Scrisse altre opere che, come la precedente, furono accolte da uno scarso successo di pubblico; solitamente la loro pubblicazione era accompagnata da sfuriate e nuovi litigi con editori e collaboratori. Se l’Adriano VII (1904), utopia di un Papa inglese che rivoluzione la Chiesa rinunciando al potere temporale ed eliminando la peste del socialismo, godette di qualche fortuna, Don Tarquinio (1905) passò completamente sotto silenzio.

Costantemente in viaggio tra l’Inghilterra, la Scozia e l’Italia, senza un’occupazione stabile e quasi del tutto privo di sostegni economici, Rolfe si ridusse a mendicare, depresso e sfiduciato. A nulla valsero i goffi tentativi di riacquistare una credibilità sociale ormai in frantumi: fu ben misero, ad esempio, quando tentò senza alcun pudore di spacciare lo pseudonimo di Baron Corvo come un autentico titolo nobiliare pontificio. Solo e disprezzato da tutti si trascinò fino alla morte che avvenne a Venezia un anno prima dello scoppio della Grande guerra.

Scrittore di reale e multiforme talento, dotato di una prosa di rara incisività, i momenti migliori della sua produzione letteraria rimangono due testi molto diversi tra loro come Cronache di casa Borgia (1901) e La ricerca e il desiderio del tutto (pubblicato postumo nel 1934). Accumunati da un istinto marcatamente autobiografico, quasi una sorta di confessione in limine mortis, costituiscono le testimonianze più preziose per comprendere quelle contraddizioni belluine che si agitavano nel cuore dell’autore.

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Il primo testo, un’appassionata difesa della famiglia Borgia, è un saggio storico elegante e raffinato che non disdegna passaggi gradevolmente eruditi, mentre il secondo è un romanzo dalle forti implicazioni filosofiche – il titolo è un’allusione al mito platonico della metà perduta – in cui nel protagonista, Nicholas Crabbe, si assommano gli stessi difetti dell’autore. I personaggi delle sue opere, come Rodrigo, Lucrezia e Cesare, sono uomini labili e fragili, per nulla alieni alla malizia e al peccato. Ma, per quanto riprovevoli ed esecrabili, Rolfe si rifiuta di condannarli apertamente. Ribaltando la logica del mondo, lo scrittore chiama in causa la contraddizione della Croce invocando per tutti, e anche per lui, la speranza del perdono e della riconciliazione. Come recitava Oscar Wilde in un suo celeberrimo aforisma: «La Chiesa cattolica è per i santi e per i peccatori, mentre per le persone rispettabili è sufficiente quella anglicana».

Come porsi nei confronti di un peccatore? Abbracciandolo e non giudicandolo, avrebbe risposto Baron Corvo.  Questo non significa ignorare i peccati o girare la testa dall’altra parte ogni volta che qualcuno commette un errore, al contrario, si tratta di guardare l’uomo con la stessa compassione e misericordia con cui Cristo accoglieva gli ultimi. Perché tutti sono colpevoli, nessuno escluso, e Rolfe si è congedato da un mondo tanto amato quanto odiato donando al lettore questa segreta certezza.

 

Luca Fumagalli