La terribile redenzione: sbucciando un’ “Arancia meccanica”

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«Un uomo che non può scegliere non è più un uomo»

(A. BURGESS, Arancia meccanica)

 

«Allora che si fa, eh?». Alex è seduto con tre amici sui divani del Karova Milkbar, un locale in cui si beve latte mischiato a droghe eccitanti. E’ una delle tipiche serate della sua vita: due chiacchere con i sodali, qualche battuta e poi, quando le droghe hanno fatto il loro effetto, fuori nel freddo buio della città, in un mondo distopico dai contorni liquidi, pronti per una bella scorpacciata dell’amata “ultraviolenza”. Pestaggi, rapine e brutalità sono il pane quotidiano per questi quindicenni che, da pigri studenti, si trasformano nottetempo  in sadici aguzzini, incuranti delle leggi e della morale.

Arancia meccanica di Anthony Burgess, pubblicato nel 1962, raggiunge il suo obiettivo con la violenza di un pugno allo stomaco, una prosa scanzonata  che racconta una vicenda così terribile e scandalosa da disorientare anche il lettore più smaliziato. Scritto in pochi mesi, il libro adotta un linguaggio sperimentale frutto della commistione tra parole erudite e neologismi. Alex, infatti, nel ruolo del narratore, racconta la sua vita ai “fratelli” – come lui chiama i lettori – usando il “gergo moschetto”, una sorta di slang giovanile del futuro che viene impiegato dai ragazzi delle classi meno agiate. Così, solo per fare qualche esempio, “locchiare” significa “cercare”, “martino” identifica l’uomo ignaro e sprovveduto, mentre “cinebrivido” sostituisce il prosaico “spassoso”. La struttura delle frasi alterna quindi parole abituali a brandelli di linguaggio metropolitano, un’opzione di straniamento che, però, presto si trasforma in un azzeccato espediente per aiutare chi legge a penetrare la cupa atmosfera del romanzo.

Reso celebre grazie alla pellicola di Stanley Kubrick, Arancia meccanica si discosta di molto dalla rivisitazione cinematografica tanto nei particolari quanto nell’atmosfera complessiva. Basti dire che il regista americano – autore anche della sceneggiatura – seppur mantenendosi fedele alla trama originale, rende i singoli episodi sovraccarichi di un barocchismo macabro ed erotico assente nel libro. Certe scene come, ad esempio, l’intrusione di Alex nella casa della signora dei gatti, appartengono a una dimensione estetica tipica di Kubrick, fatta di ammiccamenti e allusioni maliziose, ma estranea al romanzo di Burgess che, in questo, si mostra più asciutto e meno interessato agli orpelli.

Ma la più grande divergenza tra il film e il romanzo la si trova soprattutto nell’epilogo: disperante e terribile il primo, solare e rassicurante il secondo. D’altronde negli Stati Uniti l’opera di Burgess uscì effettivamente senza il capitolo che conclude l’edizione inglese (e italiana). Kubrick si ispirò intenzionalmente alla versione americana perché, in conformità al suo carattere e alla sua poetica, non condivideva affatto la scelta di concludere la vicenda di Alex e compagni con un lieto fine: «Credo che l’editore sia riuscito a convincere Burgess chiudere con una nota di speranza, o qualcosa di simile. Sinceramente, quando ho letto quell’ultimo capitolo non potevo credere ai miei occhi».

Arancia meccanica è dunque un romanzo del male e del bene, del sangue e della medicina, della disperazione e del riscatto. In un gioco speculare ricco di colpi di scena e punti di vista estremizzati fino al ridicolo, il principale intendimento del libro è quello di dimostrare il valore della libertà che, come ricorda Cervantes nel Don Chisciotte, è il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo. «Arancia meccanica doveva essere una sorta di manifesto sull’importanza di saper scegliere», scrive Burgess, un tema centrale anche nella biografia dell’autore: discendente di una famiglia dalle solide tradizioni cattoliche, il suo rapporto con la fede fu infatti caratterizzato da alti e bassi, ma riconobbe sempre nella Chiesa di Roma un riferimento ineludibile: «Sono un giacobita, un cattolico tradizionale». In un’ intervista del 1973 parlò addirittura del «punto di vista cattolico-medievale» che caratterizzava la sua opera, tutta orientata a fare i conti con i segreti dell’anima umana.

Il pensiero della libertà sfiora per la prima volta la mente di Alex quando, tradito dai compagni che mal sopportano il suo autoritarismo, viene arrestato e incarcerato. Superata la paura e lo smarrimento iniziale, la malvagia impresa del protagonista continua anche tra le fredde mura della cella. Per un ragazzo che vive incurante di ogni legge (A-lex) non c’è alcuna valida ragione per cambiare e, al di là della buona condotta sfoggiata per evitare problemi e per ingraziarsi le guardie, Alex continua nelle sue fantasie a commettere atti violenti e sadici. In una scena, con brillante intuizione, Burgess lo descrive mentre legge il Nuovo Testamento e si figura tra i soddisfatti flagellatori del Cristo.

Mentre nelle cronache dei giornali si profila all’orizzonte la lunga ombra di un’imminente dittatura, il governo, deciso a eliminare una volta per tutte la delinquenza, introduce sperimentalmente la “Tecnica Ludovico” da impiegare con i criminali più incalliti: si tratta di sottoporre il paziente a un bombardamento cinematografico di immagini violente, il tutto accompagnato da una musica suggestiva e da un farmaco iniettato in endovena così da di inibire qualsiasi volontà malvagia. Desideroso di uscire dalla prigione il prima possibile, Alex diventa la prima cavia di questa nuova tecnica e, dopo due settimane di test, è finalmente rimesso in libertà, buono e docile come un agnellino. Gli esiti di questa terapia, però, si rivelano catastrofici: non più in grado di commettere il male – viene colto infatti da dolorosi attacchi di nausea ogni volta che tenta di offendere qualcuno – Alex cade presto vittima della stessa società di cui una volta era carnefice. Rifiutato dai genitori, che hanno affittato la sua stanza, viene picchiato da alcuni frequentatori della biblioteca municipale e poi da due vecchi compagni di scorribande ora arruolati nei ranghi della polizia.

La terribile redenzione, esito di una bontà imposta e, di conseguenza, senza alcun valore, si accompagna alla distruzione di ogni possibile umanità e di ogni speranza per un futuro migliore (come effetto collaterale della terapia ora non riesce neanche più ad ascoltare l’amata musica). Alle parole degli scienziati che rassicurano il ragazzo sul fatto che potrà tornare nella società finalmente guarito da ogni deviazione, fanno eco quelle del sacerdote – l’unica vera figura positiva del romanzo – che in prigione cerca di dissuadere in ogni modo il protagonista dal sottoporsi alla cura sperimentale: «Che cos’è che Dio vuole? Dio vuole il bene o la scelta del bene? Un uomo che sceglie il male è forse in qualche modo migliore di un uomo cui è stato imposto il bene?».

Alex, in effetti, ora non è più un uomo. Ridotto a un’ombra passiva, si trascina per le vuote strade della città desiderando solamente di morire. Si è trasformato nell’arancia meccanica del titolo, un essere la cui natura è stata surrettiziamente ricondotta alla meccanicità di un automatismo. Il senso della curiosa immagine – un’espressione che Burgess aveva sentito pronunciare in un pub londinese nel 1945 – è descritto nel romanzo attraverso le parole di uno scrittore dissidente, avverso al governo e alla “Tecnica Ludovico”: «Il succo di tutta la faccenda sarebbe stato che ai nostri giorni i martini venivano trasformati in macchine ma che invece tutti […] avrebbero dovuto fare una crescita naturale come i frutti».

Il finale che, come anticipato, capovolge gli esiti della pellicola di Kubrick, mostra un Alex diverso, cambiato. Quando scopre che uno dei suoi ex compagni è ora felicemente sposato e che il suo gergo suona ridicolo alle orecchie della giovane, decide liberamente di cambiare vita, capisce che è giunto il momento di fare i conti con la propria anima, macchiata dal peccato originale, e di chiudere definitivamente la porta di un’esistenza vuota che neanche la violenza riesce più a riempire. Infatti, dopo aver rischiato seriamente la vita gettandosi da una finestra, gli effetti della presunta cura sono svaniti e il ragazzo non è più schiavo della propria bontà. Tornato ai crimini abituali con un nuovo gruppo di complici, nel mezzo di una tipica serata all’insegna di rapine e pestaggi è come se qualcosa cambiasse improvvisamente: «Sapevo quello che stava accadendo, o fratelli miei. Io stavo maturando. […] Era qualcosa in cui dovevo mettermi subito. Un nuovo capitolo che cominciava». Scottato dai recenti incontri, il protagonista dà il suo libero assenso al bene mostrando come la fede non sia un rapporto di costrizione ma di educazione. E’ sorto il primo di numerosi giorni in cui tutta la responsabilità delle gravi scelte esistenziali sarà finalmente sulle sue spalle: Alex è veramente guarito, è tornato a essere un uomo.

Luca Fumagalli

 

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Anthony BURGESS, Arancia meccanica, Torino, Einaudi, 2014.

 

4 Commenti a "La terribile redenzione: sbucciando un’ “Arancia meccanica”"

  1. #guelfonero   3 giugno 2015 at 4:03 pm

    Complimenti al carissimo Luca Fumagalli che con grande passione porta alla nostra attenzione tanti temi delle humanae litterae che, altrimenti, nelle battaglie quotidiane, ci sfuggirebbero. Il debito, anche solo culturale, che abbiamo verso di lui è impossibile da saldare. Piergiorgio Seveso

  2. #Fransi   3 giugno 2015 at 9:03 pm

    wow, non avrei mai pensato che il film discostasse dal libro da cui è tratto e che il messaggio di fondo cambiasse così tanto sotto una “luce” diversa. Ringrazio e mi leggerò questo libro (che pensavo addirittura di conoscere).

  3. #Marco   4 giugno 2015 at 10:06 pm

    Stupendo pezzo, prosa bella e appassionata.
    Ora so che leggerò quanto prima il libro di Burgess, che probabilmente non avrei mai letto senza la recensione di Fumagalli.

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