[RADIO ARTE] L’arte contemporanea? Non l’ho mai capita…

di Diemme

 

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Quanti di noi l’avranno detto, magari nella loro lingua natia, guardando quadri, installazioni “moderne” e le valutazioni economiche delle stesse: “i xe quatro strisi”, tradotto: “sono solo quattro scarabocchi”, piuttosto che: “saria sta bon anca mi!”, tradotto: “sarei stato capace anche io di fare questo”. Che sia astrattamoderna o contemporanea, la definiscono e ce la propinano come “arte” ed in qualche senso etimologico hanno ragione; ars, artis, in latino significa tra l’altro: 1) arte, professione, mestiere – omissis – 5) astuzia, furberia, inganno, raggiro.

La perdita della forma è una delle caratteristiche salienti; da un lato essa corrisponde alla riflessione che, ad inizio Novecento, gli artisti fecero confrontandosi con le nuove tecnologie a disposizione, in particolare con la macchina fotografica, la tipografia, quindi il cinema: che senso ha per l’artista riprodurre fedelmente la realtà, dipingere un’opera che ne sia lo specchio, quando la tecne, una macchina fotografica qualsiasi, lo può fare in modo perfetto! Qual è dunque l’apporto dell’artista, che cosa fa l’artista, chi è l’artista … Da tutta questa riflessione emerse il concetto che l’artista “si esprime”, esprime il suo mondo interiore, la sua visione della realtà: la foto la puoi fare facilmente, la può fare chiunque, è cosa fotografi che fa l’artista, è come trasformi, colori, rovini … che “fa l’arte”. Dall’altra parte certamente vi è una mens rivoluzionaria rispetto a quello che si definisce “accademia”, la ripetizione di forme consunte, di regole inattuali: uscire dal manierismo ma anche, per esempio nella pittura, aggiungere al dipinto più dimensioni spaziali, temporali, fare di un quadro, dello stesso medesimo quadro, la rappresentazione di tutti i fotogrammi di una sequenza filmata, uno accanto all’altro o, meglio, uno sopra l’altro. Per sovrapposizione di strati, o per semplificazione al puro concetto, l’arte rifiuta il manierismo della forma.

 

 

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Un ulteriore aspetto si ha nella scoperta del “materico”; la materia di cui è fatta l’opera, gli strati, gli incavi, e lo spazio che essa occupa, non sono mero strumento, medium inanimato, inerte, bensì il materico e lo spazio sono essi stessi l’opera. Il dipinto esce dalla tela, la scultura vi entra; nella stessa tela, una spessa vernice può coprire e camuffare il tutto, oppure tutto può restare grezzo per mettere in evidenza congiunzioni, saldature, colle e quant’altro. Così l’opera si espande nello spazio al punto che il “quadro”, come spazio definito entro cui l’opera sta, non basta più, ma neppure lo spazio della “statua”, che dice ancora l’immobilità dello stare, è sufficiente.

L’artista deve trovare nuovi modi di espressione, di proiezione di sé … Le installazioni sono questa “presa dello spazio” da parte dell’artista, che si esprime con tutto, anche magari facendo pace con le moderne tecnologie foto, video … uno spazio viene occupato e diviene espressivo, l’ordinario viene corrotto, spostato o spostato di significato.

 

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Tutto molto intellettuale … così che vengono “ingannati” e “raggirati” gli assessori comunali che spendono i soldi pubblici in “installazioni” per le piazze delle nostre città; così anche per le curie che affidano ad atei, “che non i sa gnanca do che xe la porta de la cesa”, “che non sanno neppure dov’è la porta della chiesa”, la progettualità degli edifici di culto, suppellettili, istallazioni proprio lì dove l’informale, l’orrido, il disincarnato, il rivoluzionario, contraddice le note teologiche dell’arte sacra: il principio di incarnazione, dell’εἰκών, del figurativo, del bello … e tutto per non sentirsi tagliati fuori, perché non si dica che di arte non si capisce nulla, per non fare la figura dei bigotti; noi in questo senso, e solo in questo, lo diciamo: l’arte post-moderna e contemporanea non ci piace e non la consideriamo.

 

 

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Non capiamo nulla, siamo degli ignoranti, può darsi … non sì può sapere tutto nella vita; una cosa però l’abbiamo capita: quando si tratta di profanare, dissacrare, umiliare, imbruttire la Dottrina Cattolica e la Chiesa Romana, lì emerge l’inconsistenza comunicativa dell’arte astratta, lì il concettuale trova il suo limen, tanto che solo il figurativo sembra adeguato: da Nanni Moretti che volle un vero prete che dava una vera comunione in uno dei suoi film, all’inqualificabile che mise un vero crocifisso nella sua vera urina, alla novità della Biennale 2015 che installa una vera moschea in una vera chiesa di Venezia.

Ogni altro commento mi sembra superfluo tuttavia, la prossima vola che pensi ad una committenza, non lasciarti raggirare!

 

 

2 Commenti a "[RADIO ARTE] L’arte contemporanea? Non l’ho mai capita…"

  1. #anonimo   15 giugno 2015 at 10:50 am

    Io credo che nell’arte moderna e contemporanea, aperta ad ogni sorta di interpretazione, non ci sia niente da capire; credo si tratti semplicemente di una vendetta, dello sfogo di un odio implacabile contro la bellezza. Così è successo, infatti, con la moderna architettura sacra, quella posto conciliare, per intenderci. Una vendetta implacabile contro 2 millenni di bellissima architettura sacra cristiana, che ha ben espresso la fede del popolo cristiano, e che invitava alla conversione, oltre che all’ammirazione del bello. Ciò vale ovviamente anche per la pittura sacra, ma anche per quella profana. Che dire delle opere del Canaletto, dei ritratti del Longhi, per non parlare dei capolavori di un Raffaello, del Beato Angelico, di Leonardo da Vinci? L’arte moderna è volutamente brutta, provenendo da anime ostili al bello, alla Verità. Così è il modernismo cattolico, purtroppo.

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